Gianluca Vacchi, convincimi a restare sui social | Rolling Stone Italia
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Gianluca Vacchi, convincimi a restare sui social

Dialogo tra uno che vuole uscire da qualsiasi profilo e il ‘king’ di Instagram (e non solo), che si racconta su Prime Video nel doc ‘Mucho Más’. I soldi, il pudore, la libertà, la (a)politica. Mettete qui sotto il vostro cuoricino o la vostra indignazione

Gianluca Vacchi in una scena del documentario ‘Gianluca Vacchi: Mucho Más’

Foto: Amazon Studios

Per parlare di Gianluca Vacchi (imprenditore e social celebrity, non più necessariamente in quest’ordine) e del documentario che lo racconta (Gianluca Vacchi: Mucho Más, dal 25 maggio su Prime Video), comincio parlando di me. Del resto, Vacchi è il king del luogo in cui ciascuno si occupa solo di sé stesso, mi pare una partenza filologicamente corretta. Parlo da uomo ferito: molti anni fa, quando esplose Facebook in Italia, scrissi con un amico un libercolo intitolato appunto L’amore ai tempi di Facebook (tranquilli, è fuori catalogo), con prefazione di un politico (all’epoca) molto social (lo è ancora). L’instant-saggetto ispirò e continua a ispirare molti titoli di giornale (la fantasia dei desk era e resta limitata), ma è stato fortunatamente dimenticato. Sono passati tredici anni e io, da osservatore/utilizzatore positivo e positivista dei social, son diventato uno che vuole mollare tutto, uscire da tutto, uno che pensa che i social stessi siano ormai l’inferno, che pubblica due foto del cane e via, bisogna scappare da tutto, soprattutto dai commenti, dalle opinioni, dalle indignazioni. Faccio questa premessa mitomane al povero Vacchi, e gli dico che, dall’alto del suo status (letterale e non), ha un compito: convincermi a restare.

Davvero per te i social non sono mai quell’inferno che vedo e vivo io?
Io lo dico sempre, l’ho sempre detto: i social, come tutte le armi, vanno presi e usati con cautela. Hanno aspetti che possono essere molto educativi, ti possono stimolare quel senso di identificazione, di emulazione, che a volte può fare molto bene. Ma hanno altri aspetti che possono essere molto fuorvianti. Tu prima mi hai citato il tuo libro L’amore ai tempi di Facebook: ecco, se c’è un lato diseducativo dei social, è proprio quello legato all’amore. Quando avevo 16-17 anni, non c’erano i cellulari: mi invaghivo di una ragazza e dovevo cercare il suo telefono di casa, chiamare, passare quei trenta secondi di ansia perché avevo paura rispondesse il padre… la mia maturazione passava attraverso il corteggiamento, c’era tutto questo iter non così immediato. Oggi vedo che i teenager si mandano l’emoji di un bacio e, se dall’altra parte l’interesse è ricambiato, la foto successiva è quella di una parte intima. Credo che i social facciano parte di un’evoluzione: un’evoluzione che, tra l’altro, è irreversibile. E che quindi siano strumenti che devono essere esaminati, si deve imparare a leggerli, a usarli. Probabilmente andrebbero regolamentati di più, ma io non riesco mai a giudicare negativo un momento come questo: se prende piede è per forza evolutivo, perché è quello che la gente vuole.

Nel film i social sono presentati come lo strumento che ti ha fatto diventare davvero te stesso, che ha assecondato quel tuo bisogno di comunicare, di costruirti un’immagine, pronto a detonare.
I social hanno accorciato le distanze, in tutti i campi. E l’accorciamento delle distanze e la possibilità di condivisone sono due fattori fondamentali per l’accrescimento della società: senza condivisione non si apprende nulla. I social, insieme alla rete in generale, non fanno altro che darti più disponibilità di esempi. Poi ovviamente ognuno di noi è libero di scegliere quali seguire e quali no.

Sei sempre molto giudicato, e credo che in fondo ti piaccia sfidare l’occhio di chi ti guarda, provocare la sua indignazione.
Io lo vivo con naturalezza. Ho imparato da certe riflessioni, da certe critiche, che non ho assolutamente nessuna paura, nessun livore, nei confronti degli hater. Sono molto sereno, molto rilassato. E sono consapevole di tutto quello che sono le conseguenze di quello che vuol dire essere una persona popolare. Nel bene e nel male.

Sei molto rilassato anche nel parlare dei tuoi soldi, in un Paese in cui la ricchezza è, da sempre, un tabù. Tu non la nascondi, anzi.
Credo che non ci sia nulla di più dannoso del falso moralismo e delle doppie vite. Credo sia molto più dannoso far pensare a qualcuno che non si ha avuto un certo percorso, con le conseguenze anche economiche che ne derivano, di quanto non lo possa essere far vedere i frutti del proprio lavoro vivendoli con naturalezza. L’importante, riguardo alla ricchezza, è non sovrasignificarla, non diventarne schiavi. E avere un approccio costruttivo e positivo verso la sua redistribuzione. Io non sono uno che vive la ricchezza con l’idea di accumularla, ho sempre cercato di fare le cose bene e quindi di generare un quantum anche economico di conseguenza.

Dici che una cosa ti era chiara dall’inizio: non aderire al modello borghese, al suo (buon) costume. La liberazione, dichiari, è avvenuta quando, nelle riunioni di lavoro, hai smesso di presentarti in giacca e cravatta, ma vestito come volevi, pure in canotta. Qual è la maggiore colpa della borghesia italiana?
La borghesia, e i moralisti che la compongono, ha mille colpe. I moralisti sono quelle persone che rinunciano a qualunque piacere eccetto quello di parlare del tuo, di piacere. La società contemporanea – parlo di quella moralista e borghese – tende a voler fare di ogni persona un soggetto riqualificabile e inquadrabile in determinati schemi comportamentali, e penso che tutto questo sia profondamente dannoso. Perché toglie la possibilità a chi non ha sufficiente forza e carattere di tirare fuori quella che sarebbe la sua aspirazione di vita, il suo talento.

Ti senti libero? Anche dalla tua immagine, intendo.
Io mi sento libero perché ho sempre fatto quello che volevo. E fare quello che vuoi non significa mancare di rispetto a qualcuno. Io sono sempre stato contro tutto ciò che, come ti dicevo, ti vuole inquadrare in determinati schemi. Dico sempre che seguo il mio animo di bambino, quello che il primo giorno a scuola colora il foglio a va fuori dai contorni, e allora arriva la maestra e gli dice: “No, devi stare dentro”. Ecco, io penso che da lì inizi l’opera di catechizzazione borghese, che ha pure aspetti fortemente educativi, ma anche altri che sono fortemente dannosi.

Gianluca Vacchi con la compagna Sharon Fonseca. Foto: Amazon Studios

In un mondo in cui tutti vendono il loro metodo per il successo, tu però non vuoi insegnare niente.
Se certi decaloghi o manuali fossero davvero affidabili, saremmo tutti ricchi e sereni. Quello che voglio insegnare – che poi non è insegnare, ma consigliare – è solo: sii libero, vivi la tua vita e non quella che alcuni vorrebbero vivessi. La vita è troppo breve perché tu debba viverla mettendoti una maschera che non è la tua.

Che cos’è il pudore?
Il pudore è ciò che ti fa fare le cose ponendo un limite rispetto a quello che puoi sopportare. È un fatto personale, nasce e muore dentro di te. Io mostro quello che il mio pudore, il mio modo di essere, mi consente di mostrare: non è che perché faccio un video con il perizoma e i tacchi sono uno spudorato o manco di rispetto al prossimo. Viviamo in un mondo in cui le convenzioni comunicative ci danno la possibilità di decidere chi seguire e chi no. Tu hai l’opzione di non guardarmi. In questo senso, il pudore è sempre una scelta personale.

Chi ti influenza?
No, guarda: io mi sono sentito a volte ispirato nella mia vita, ma influenzato mai. E anche quando mi sono sentito ispirato da qualcosa o da qualcuno, ho sempre reinterpretato a modo mio quella vena che avevo colto.

Il mondo che esce dal tuo documentario è un mondo in cui non esiste la politica. E non intendo per chi voti. Dico che la sfera pubblica è scomparsa: esistiamo solo noi nella nostra autodeterminazione e, dunque, nel nostro autogoverno.
Hai detto una cosa molto intelligente. Io credo che l’unica ricetta per superare i guai politici sia il ritorno a una profonda etica personale. Che è sostanzialmente un fatto apolitico, ma porta a comportamenti sani che non possono che sfociare in una forma di governo sana.

La critica che si attira un’affermazione del genere è quella di qualunquismo.
Ma sai, sono più spaventato da una persona che predica per ottenere un voto piuttosto che da un’altra che propone di fare un lavoro interiore per produrre cose che siano eticamente valide e corrette. Tutti i mali hanno origine da comportamenti non etici.

Dici nel film: “Purtroppo ho 54 anni”. Il passare del tempo è un’ossessione.
Assolutamente: io sono ossessionato dal tempo che passa, probabilmente perché amo molto la mia vita. E oggi lo sono ancora di più perché ho una bambina 18 mesi che spero di accompagnare per un cammino che sia il più lungo possibile. La mia è una lotta contro il tempo.

In un mondo, quello dei social, in cui la morte non è certamente l’hashtag portante, cos’è la morte per te?
Un fatto naturale, ahimè. Puoi solo provare, con tutti i comportamenti più virtuosi, a posticiparla.

Gianluca Vacchi versione deejay. Foto: Amazon Studios

Qual è il tuo più grande successo?
Essere sempre stato un uomo libero, aver sempre fatto quello che ho voluto. Credo di avere uno dei conti correnti dei momenti vissuti più alto del mondo.

I momenti vissuti non hanno fine, da qualche anno fai pure il deejay. Questo Mucho Más del titolo è anche horror vacui? Devi sempre aggiungere, non riesci a svuotare?
Ti risponderò in questo modo: io sono un imprenditore, e la vita è un prestito. Le sofferenze, i dolori, le ansie sono gli interessi passivi su questo prestito; le gioie e i momenti straordinari sono il frutto del giusto impiego di questo prestito. E quindi io voglio pagare gli interessi passivi su un debito del quale peraltro è certa la restituzione, è solo incerta la data in cui avverrà; però voglio anche godere tutto fino in fondo, affinché l’utilizzo di questo prestito mi porti tutte le gioie possibili.

Mi hai intortato con questa metafora finanziaria solo per non rispondere al mio quesito iniziale: allora sui social ci resto?
Assolutamente, perché ci sarà un’ulteriore evoluzione. Saranno ridotti gli aspetti negativi, soprattutto quelli che riguardano coloro che adesso non sono ancora in possesso di un bagaglio mentale per poterli vivere in modo critico, penso soprattutto ai ragazzini. Tenderanno, come tutte le specie che si sono evolute, a migliorarsi nel corso del tempo.

Mi fido.