Giacomo Gianniotti: «Il mio Diabolik come James Bond» | Rolling Stone Italia
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Giacomo Gianniotti: «Il mio Diabolik come James Bond»

L’ex dottore di ‘Grey’s Anatomy’ sostituisce Luca Marinelli nel cinecomic dei Manetti Bros. e si schermisce: «In fondo, quanti 007 ci sono stati?». Gli inizi romani, il successo a Los Angeles, il rapporto con Shonda Rhimes. E quella chiamata su Zoom che l’ha riportato qui

Giacomo Gianniotti è il nuovo ‘Diabolik’ dei Manetti Bros.

Foto: 01 Distribution

Giacomo Gianniotti è cresciuto a Parry Sound, un piccolo centro a due ore da Toronto. In Canada ha studiato teatro e debuttato nel Crogiolo di Arthur Miller. A Roma, dove è nato, ci veniva per le vacanze dai nonni paterni. Un bel giorno, alla roulette dei provini a Los Angeles, ne vince uno decisivo. Shonda Rhimes e la sua co-produttrice Betsy Beers lo trasformano nel dottor De Luca di Grey’s Anatomy. Il suo personaggio cresce, prende spazio. Poi, due anni fa, il dottor De Luca muore, pugnalato nell’episodio numero sette della stagione numero 17 (su 19). De Luca non si rivedrà più, almeno non da vivo, nell’ospedale di Seattle. Forse in un flashback, forse sulla spiaggia dei sogni, dove si incontrano i morti.

Grey’s Anatomy ha fatto fuori molti dei suoi protagonisti, probabilmente su loro richiesta: Derek (Patrick Dempsey), George (T.R. Knight), Mark (Eric Dane) e Lexie (Chyler Leigh). È che, si vede, a un certo punto uno non ce la fa più. Giacomo non lo dice. È troppo educato. Però fa capire che lavorare su una lunga serialità è un cimento che a un certo punto deve finire perché se sei troppo identificato con un unico carattere, finisci in trappola. Lui aveva un piano B. Ha funzionato. Oggi è il nuovo Diabolik dei Manetti Bros. in Diabolik – Ginko all’attacco!, che sarà in sala dal 17 novembre.

Il Diabolik di Giacomo Gianniotti in versione mascherata. Foto: 01 Distribution

Ci siamo conosciuti un po’ di anni fa a Los Angeles. Eri appena entrato nel mondo di Grey’s Anatomy, un ragazzo agli esordi. Oggi hai tre milioni di follower su Instagram, se vogliamo usare questo metro per misurare popolarità e successo. In che cosa sei cambiato?
Non mi sono montato la testa, se è questo che volevi chiedermi. Anzi. Credo di essere diventato ancora più umile. Ho conosciuto tanta gente che se la tira, fa capricci, lancia le sedie, gente che si perde nella propria immagine credendosi più importante di quello che è. Invece, più lavori, più diventi consapevole che il cinema, come del resto il teatro, sono attività corali. Bisogna sempre pensare al lungo elenco di nomi alla fine di un film o anche di una sola puntata. Ognuno è un pezzetto e tutti dipendiamo gli uni dagli altri. Poi se mi domandi com’ero quando ho messo piede per la prima volta sul set di Grey’s, vabbè. Ero ansioso, nervoso. Gli altri erano già tutti attori affermati, molto conosciuti, protagonisti di una serie di successo, e io mi domandavo se ce la avrei fatta a infilarmi lì in mezzo. Alla fine, ho acquisito grande sicurezza. Le telecamere non le vedevo nemmeno più.

Il dottor De Luca, nel tempo, ha preso sempre più spazio. Come mai secondo te?
Quello spazio me lo sono anche conquistato. Durante la lettura settimanale del copione, all’inizio, stavo in un angolo. Poi, di volta in volta, cercavo di mostrare quello che sapevo fare, invitavo fuori gli sceneggiatori a fare due chiacchiere e bere un bicchiere di vino. Mi facevo conoscere, anche come persona, per dar loro materiale, spunti. Ho insistito io perché creassero il personaggio di mia sorella.

Com’è Shonda?
Una di quelle persone che, quando entrano in una stanza, asciugano tutta l’aria. È sicura di sé come pochi al mondo. Se quello che avevano scritto gli sceneggiatori non le piaceva, andava giù di penna rossa. Cancellava e faceva rifare tutto da capo. Sa quello che vuole, è una leader nata.

 

 
 
 
 
 
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Sul set di Grey’s sei diventato regista, hai diretto diverse puntate. Come è stato?
Sette anni su una serie non sono pochi. Provare a dirigere mi ha dato una spinta di entusiasmo che rischiavo di perdere per strada.

Però poi, due anni fa, hai lasciato.
So bene che questo è un mestiere instabile, quindi guardo sempre un po’ in avanti. Se non pianti il seme, niente crescerà. Così, già tre anni prima di lasciare Grey’s Anatomy, ho preso un agente a Roma, Daniele Orazi. In quel momento non avrei potuto fare nulla, ero blindato a Los Angeles dieci mesi all’anno, però ci siamo dati il tempo di sviluppare un rapporto, guardarci intorno e ragionare. Quando ho chiuso con la serie, lui era pronto, sapeva chi ero e che cosa volevo. Daniele rappresenta anche Luca Marinelli, quindi era il primo a sapere che i Manetti avevano bisogno di un nuovo Diabolik. Così mi ha presentato.

Com’è andata?
Il primo incontro è stato su Zoom, eravamo in piena pandemia. Loro all’inizio avevano dei dubbi perché per sette anni avevo fatto il bravo ragazzo. Si domandavano se sarei stato in grado di diventare un antieroe, un cattivo letale come Diabolik. Li ho convinti.

Come avete gestito la transizione da un Diabolik all’altro, ovvero da Marinelli a te?
Come una staffetta alle Olimpiadi. È un passaggio di testimone. Un po’ anche come James Bond. Quanti ce ne sono stati? Quello precedente non è mai dimenticato, ma quello nuovo porta qualcosa che prima non c’era. Io spero che il mio Diabolik piaccia. Ci tenevo molto che ci fosse un pizzico di romanticismo. È sempre interessante vedere come un criminale ama e come si può sciogliere un cuore di ghiaccio, no?

A proposito di cuore, non ti è dispiaciuto per niente lasciare Grey’s?
Mi è dispiaciuto perché voglio bene alle persone con cui lavoravo, si sono create delle amicizie solide. Mi piacevano anche molto le storie che raccontavamo. In oltre 200 puntate che ho fatto, abbiamo affrontato argomenti importanti. E anche nei momenti in cui mi sentivo insoddisfatto creativamente, ero comunque contento che raccontassimo queste storie, che dessimo visibilità a temi sociali rilevanti.

Giacomo Gianniotti/Diabolik con Miriam Leone/Eva Kant. Foto: 01 Distribution

Torni a Los Angeles o resti qui?
Spero di stare un po’ qui e un po’ là. Di lavorare in entrambi i mondi. Roma mi è sempre mancata, la amo pazzamente. Venirci per girare un film e poi, la sera, andare a cena da mia nonna non ha prezzo. Tornerò presto, ma non posso ancora dirti perché.

A dirla tutta, tu hai debuttato in un film italiano: La bomba di Giulio Base, nel 1999.
Ero un ragazzino in vacanza e un amico di mio padre, direttore del casting, mi diede questa opportunità. Protagonista del film era il grande Vittorio Gassman. Giravamo a Cinecittà. L’altro giorno, per un’intervista di promozione per Diabolik, mi ci sono ritrovato. Proprio lì, dove è iniziato tutto. Sì, mi sono emozionato.