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Foto: Francesco Ormando/Prime Video

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Generazione Prisma

La nuova serie by Ludovico Bessegato parte dalla scuola di 'SKAM Italia’ per sfondare quel soffitto, sia a livello narrativo che produttivo. Ed è fluida in ogni suo aspetto: un romanzo di formazione che racconta le sfumature e le fragilità degli adolescenti. Parola dello sceneggiatore e regista che ha cambiato il teen drama in Italia


Dico a Ludovico Bessegato che è pazzo, nel senso più meraviglioso del termine, ma pur sempre pazzo. Scrive la quinta stagione di SKAM Italia, la prima senza il modello norvegese, e che fa? Imbastisce una trama sul micropene in una società in cui “quanto ce l’hai lungo” pare essere tuttora un metro (pardon) di misura (ri-pardon) tristemente irrinunciabile. Poi crea una serie, questa volta originalissima, per Prime Video. Che ruota attorno a quello che probabilmente è il tema più delicato nella storia dei temi spinosi: la complessa relazione tra l’aspetto fisico e l’identità, soprattutto per una generazione che usa la propria immagine come strumento principale per esprimersi. Ed è proprio di questo che stiamo qui a parlare: Prisma (prodotta da Cross Productions e Amazon Studios, dal 21 settembre su Prime Video). Ancora un romanzo di formazione per immagini sulla Gen Z, un teen drama d’Autore, di un Autore che come conosce lui gli adolescenti in Italia nessuno mai. E li racconta senza filtri che non siano quelli Instagram delle loro stories.

Poteva bastare come sfida. E invece: per interpretare i due gemelli diversissimi al centro della vicenda, Marco e Andrea, Bessegato sceglie un attore solo (Mattia Carrano), per di più esordiente (ci torneremo): «Devo dire che mettendo in fila tutte queste riflessioni non si può dire che ci piaccia vincere facile (ride), che ci mettiamo nelle condizioni di fare cose di cui è scontata la buona ricezione da parte del pubblico», esordisce Ludovico. «Condivido questo pensiero anche con Alice (Urciolo, nda), che sia in Prisma sia in SKAM Italia 5 è stata fidata e preziosissima compagna alla pari nella scrittura: da storyteller ci piace indagare, andare a parlare con le persone e farci raccontare storie che noi per primi non conoscevamo, ci annoiamo un po’ a lavorare su quello che è già sdoganato, amiamo andare nelle pieghe. Vediamo se questo pagherà o meno, ma intanto paga noi. E poi mi piacciono le sfide. Per esempio, ho pubblicato da poco sui social il trailer di Prisma, scrivendo: “La cosa più bella che ho mai fatto”. E ovviamente in diversi hanno scritto sotto: “È impossibile che tu abbia fatto meglio di SKAM”, creando già una competizione che non esiste».

Foto: Francesco Ormando. Direzione creativa: LeftLoft

Come avrete capito (o capirete nel corso di questa chiacchierata), non si può parlare di Bessegato senza partire da SKAM Italia, la serie-fenomeno tratta dall’originale norvegese grazie a cui il regista e sceneggiatore milanese classe 1983, che è cresciuto e si è formato proprio in Cross Productions, ha interiorizzato un modus operandi che in Italia non si era mai visto. Un po’ perché dalle nostre parti i teen drama praticamente non esistevano, e un po’ perché di certo non ne esistevano così. Il suo approccio è quello del nerd secchione, della ricerca curiosa e instancabile, dello studio “matto e disperatissimo”. Indagine e osservazione che poi si traducono in autenticità rigorosa e cura estrema sullo schermo: «Bisogna dare a SKAM quello che è di SKAM. Ci hanno introdotto loro a questo metodo, e cioè che per raccontare ragazzi e ragazze è inutile inventarsi le cose, bisogna spendere tanto, tantissimo tempo con loro. Nel caso di quella serie, poi, avevamo mezzo lavoro fatto, perché i personaggi c’erano già, noi abbiamo dovuto calare tutto nella realtà italiana e realizzare interviste nostre». Con Prisma c’è un’espansione di quel metodo: «Andava fondato un mondo interamente nuovo, non avevamo più il salvagente. Alice ed io abbiamo lavorato anni, che in parte hanno coinciso pure con il periodo della pandemia, abbiamo cercato di mantenere e di potenziare quel continuo confronto con la realtà e quel tentativo di restituire un realismo e un’autenticità nei personaggi e nei dialoghi che di SKAM ha fatto la fortuna e che speriamo possa essere recepito anche in questa nuova serie». La scrittura di Prisma è stata contemporanea a quella della quinta stagione di SKAM: «Avrei potuto e potrei continuare ad andare avanti, ma ho deciso di spostare il grosso delle mie energie perché sentivo il bisogno di evolvermi, è una scelta, un rischio che mi sono preso perché iniziavo a sentire il bisogno di parlare di altro, di farlo in modo diverso e di lanciarmi un po’, altrimenti non c’è divertimento: quando inizi a conoscere troppo bene un meccanismo, è importante ripartire da zero, pur sapendo che in tanti a priori mi avrebbero detto che non era possibile fare meglio. Ma, proprio perché ero cosciente di questo, dovevo assolutamente provarci».

Insomma, quel soffitto di cui si parla in SKAM, Bessegato & C. con Prisma lo hanno sfondato: acquisito il metodo, in qualche modo si sono spogliati delle regole per evolvere narrativamente e portare tutto su un altro livello di produzione. «SKAM è meravigliosa ma allo stesso tempo, da un punto di vista della scrittura, ha dei meccanismi “molto format” che io adoro e che però era interessante provare a superare. Il singolo protagonista che occupa tutta la stagione e poi in qualche modo viene messo nel freezer, l’arco che affronta il tema della diversità o della vergogna del personaggio con a fianco la storia d’amore che tendenzialmente – a parte la prima stagione – si risolve nelle dieci puntate. Volevo provare dei meccanismi narrativi più articolati, in cui appunto i personaggi fossero più di uno, in cui anche le dinamiche relazionali non fossero così puntuali. Come nella realtà, in Prisma le persone hanno più interessi sentimentali che si intrecciano, gli antagonisti e co-protagonisti si sovrappongono, i ruoli sono più elaborati. Penso che Andrea, Marco, Daniele, Carola, Nina, Vittorio o Ilo interpretino, a seconda della puntate, il ruolo del protagonista, dell’antagonista, dell’aiutante alternandosi, e questo significa aumentare il tasso di complessità: io sfido uno spettatore che vede le prime due puntate a immaginare come va a finire». No spoiler, ma è oggettivamente impossibile, e anche questo può essere un salto nel buio: «A volte un certo tipo di pubblico sembra voler sapere già tutto, vuole vedere quei due personaggi mettersi insieme e si tratta solo di vedere come succederà. In Prisma è più rischioso perché non si sa nulla, è tutto più complesso, abbiamo un po’ meno voglia di dare lezioni e di spiegare come ci si deve posizione rispetto a certi temi, come avevamo fatto in passato».

Certo, gli elementi in comune con l’amatissimo precedente sono molti, ma in Prisma ci sono anche parecchi aspetti diversi, al punto che potremmo parlare dell’evoluzione di un genere: «Non ci interessava fare il clone di una serie su un’altra piattaforma, ma che questa nuova serie avesse una sua specificità, una sua personalità. Da un punto di vista di scrittura volevamo tentare una narrazione più complessa, meno lineare, dove appunto i ruoli di bene e di male, così come quelli di genere, sono più sfumati; da un punto di vista di linguaggio filmico, abbiamo abbandonato la pur adorata camera a mano sporca di SKAM per evolvere su un linguaggio misto, dove abbiamo potuto giocare di più anche con altre tecniche di ripresa che, come regista, mi interessava sperimentare. I budget erano diversi e abbiamo avuto la possibilità di usare molto i luoghi, di avere più scene d’azione, di poter alzare il livello della confezione, delle ambientazioni, delle immagini e giocare tanto anche con le musiche».

Nina (Caterina Forza) e Andrea (Mattia Carrano). Foto: Francesco Ormando/Prime Video

Ecco, le musiche. Che per parlare delle serie by Bessegato sono un punto da cui non si può prescindere (vedi la nostra conversazione precedente): «Qui avevamo la possibilità di avere a disposizione un budget superiore e una compositrice di colonna sonora, Ginevra Nervi, che ci ha dato una bella spinta». C’è un discorso musicale persino alla base della trama stessa – c’entra un brano, (No One Knows Me) Like the Piano di Sampha, ma ci fermiamo qui – e spesso a far risuonare i momenti chiave, quelli più poetici, sentiamo canzoni italiane di un certo peso e dal sapore vintage. Ad esempio Andrea indossa un abito femminile sulle note di Vivo di Andrea Laszlo De Simone, oppure in altre sequenze sentiamo Luigi Tenco o Franco Califano: «Purtroppo c’è meno pensiero di quello che può sembrare, non abbiamo mai seguito volutamente delle regole, l’unica che vale per me è che il brano funzioni e che dia un nuovo livello alla scena. È rarissimo che in Prisma il pezzo sia nello stesso mood della sequenza, quasi sempre sono in contrasto. È un’idea anche tematica, perché ci aiuta a raccontare la complessità, la non-binarietà delle scelte. C’è una scena in cui Andrea attraversa Latina di notte per tornare a casa e trovare il fratello in difficoltà: in scrittura avevo immaginato Time di Arca, che era molto elettronico e d’atmosfera. Poi però, provando e riprovando, abbiamo optato per The More I Cry di Alice Boman, un pezzo completamente diverso, con un sapore d’altri tempi. Da quel momento abbiamo capito che quella chiave, con brani che in qualche modo suggerissero gli anni ’50 o ’60 (o avessero quel gusto, anche se contemporanei), ci funzionava, e non c’è una spiegazione razionale, abbiamo deciso istintivamente di andare in quella direzione. Ci sembrava che canzoni italiane e non d’epoca o simil d’epoca dessero profondità, malinconia e romanticismo alle nostre scene».

Mattia Carrano nei panni di Andrea in ‘Prisma’. Foto: Francesco Ormando/Prime Video

Il luogo di ambientazione di Prisma, Latina, chiama a gran voce anche un altro big della musica: Tiziano Ferro, al quale la serie fa un divertente e divertito omaggio. E c’è un brano, Mattoni, scritto e prodotto da Achille Lauro, che partecipa pure con un cameo: «Lauro ha un percorso che è perfettamente in linea con quello che vogliamo dire, da un punto di vista artistico c’è un allineamento pazzesco. Ma è stato interessante anche il fatto di volerlo coinvolgere non tanto sul suo messaggio, ma proprio come compositore nel creare una canzone che fosse giusta proprio per il Clan Bruxelles (il gruppo di Daniele, Vittorio e Ilo, nda) e che ripesca dal passato di Achille, da sonorità più urban». L’esigenza era che Mattoni fosse credibile come hit, come brano che poi aveva un suo successo: «Non sopporto quando nei film si racconta la storia di un gruppo e c’è una canzone che si finge essere una hit, ma non ci credi mai. Ad esempio, pensa a Shallow in A Star Is Born: è realistico che nel giro di qualche mese vada ai Grammy, e infatti l’ha scritta e la canta Lady Gaga. In questo caso è stata una fortuna avere un pezzo scritto e prodotto da un artista del calibro di Achille Lauro. E ci tengo anche a menzionare LXX Blood, che secondo me è un musicista di grande talento e ha recitato per la prima volta nei panni di Vittorio, dando una bellissima prova. Di fatto poi il brano l’ha cantato (benissimo) lui, perché in particolare Zurzolo, che è un ottimo attore, non è esattamente il più grande rapper del mondo (ride)».

LXX Blood nei panni di Vittorio. Foto: Francesco Ormando/Prime Video

Se Lorenzo Zurzolo è l’unico nome noto del cast di Prisma, è anche vero che questo ruolo è per lui, l’Alain Delon dei teen drama made in Italy, molto insolito: interpreta il coattissimo Daniele. «Conosco Lorenzo da tantissimi anni, aveva fatto un ruolo in una serie di Cross quando aveva più o meno 12 anni. L’avevo anche coinvolto sui provini di SKAM, ma era già in lizza per fare Baby», ricorda Bessegato. «Inizialmente non avevo pensato di chiamarlo per Prisma, perché a me piace l’idea di avere su ogni serie un cast di attori sconosciuti per identificare in qualche modo quel volto con il personaggio in modo esclusivo, preferisco che l’interprete e la serie crescano insieme. Però per il ruolo di Daniele abbiamo fatto fatica a trovare l’attore giusto: non doveva soltanto essere bello e maledetto, ma avere tanti colori, tanti livelli. Quindi ho deciso di incontrare Zurzolo, che stimavo molto come attore, anche se pure io sentivo che fosse un po’ lontano dalla parte. Ma la cosa bella dei bravi attori è che ti sorprendono perché riescono a uscire da loro stessi: Lorenzo è entrato al provino come il ragazzo di Roma Nord dallo sguardo dolce e in tre secondi è diventato Daniele dalla periferia di Latina. Ora non riesco a immaginare nessun altro in quel ruolo, ha dato al personaggio ben di più di quello che avevamo scritto: una profondità e una dolcezza, dietro la sua irruenza, che sono proprio vincenti».

Lorenzo Zurzolo è Daniele in ‘Prisma’. Foto: Francesco Ormando/Prime Video

E arriviamo alla decisione più rischiatutto di Ludovico: scegliere un esordiente, Mattia Carrano, per dare volto ai due gemelli Andrea e Marco. «Abbiamo provato a cercare una coppia di attori gemelli, ma abbiamo capito che era impossibile che fossero entrambi talentuosi e compatibili, nella loro bravura, con i due personaggi». Poi c’era anche un elemento fisico importantissimo: «Uno dei due doveva essere credibile come nuotatore e l’altro no. Il fisico di Mattia si presta molto bene perché inquadrato in un certo modo è atletico, ha fatto pallanuoto per molti anni; però allo stesso tempo è longilineo e affusolato, per cui ripreso in un’altra maniera era perfetto anche per Andrea e per rappresentarne la fluidità. In più Mattia aveva proprio quelle caratteristiche emotive, personali, per cui era credibile fin dai provini nell’interpretare entrambi». Dopo un po’ di riflessioni e una giornata di test prima delle riprese, era fatta: «Di solito nell’industria americana la soluzione tecnica adottata passa dagli effetti digitali, dal face replacement in particolare, che è molto costoso e difficile nella resa. L’abbiamo utilizzato anche noi, ma l’80% delle scene con i due gemelli sono in realtà fatte alla vecchia maniera, con i trucchi della sostituzione del frame, della controfigura e del montaggio, che ti danno una sensazione diversa. È l’artigianalità, è come la pasta fatta a mano e quella industriale: ci sono delle imperfezioni, però ha un gusto e un sapore differente, impagabile nella soddisfazione. E Mattia è stato sorprendente anche per noi». Carrano recitava con una controfigura che non era un attore professionista, ma semplicemente compatibile con lui per corporatura, capelli, naso. «Sul set non puoi vedere la chimica che percepisci di solito tra due attori. Quando mesi e mesi dopo abbiamo iniziato a montare le scene e ci si credeva, anzi, ci si commuoveva in alcuni momenti, abbiamo tirato tutti un sospiro di sollievo: se non ci fosse stata quella magia, non avrebbe funzionato niente. E quando ho iniziato a mostrare le prime prove e le persone mi chiedevano dove avessi trovato i gemelli ho pensato: “Ecco, allora ci si casca”».

Mattia Carrano interpreta Marco. Foto: Francesco Ormando/Prime Video

Il lavoro su Prisma è iniziato quattro anni fa, ed è essenziale sottolinearlo (poi capirete): «L’idea dei gemelli nasce dall’incontro di Alice con una sua compagna di università transgender, Giovanna Cristina Vivinetto, la poetessa che interpreta se stessa nella serie e che ha un fratello gemello. I suoi racconti hanno ispirato Alice nello scrivere una storia di una coppia di gemelli in cui uno, e uno soltanto, inizia ad avere dubbi sulla propria identità di genere. Poi abbiamo fatto diventare quello spunto un primo soggetto su cui abbiamo lavorato per un altro anno, e abbiamo impiegato altri sei mesi per scrivere le sceneggiature. Insomma, ci sono voluti due anni di scrittura». Nel frattempo, però, sono arrivate sugli schermi Euphoria e Who Are Who We Are di Luca Guadagnino: «Ti dico la verità, ci volevamo ammazzare», ammette Bessegato. «Quando è uscita la prima aveva anche molti più elementi in comune con la nostra serie: tipo la ragazza trans di Euphoria si chiama Jules e Andrea si chiamava Giulio (ride). Sembrava uno scherzo, poi abbiamo visto We Are Who We Are e il fatto che ci fossero anche lì libri di poesia era incredibile». La cosa più “fastidiosa”? «È che noi sappiamo che tutto quello che abbiamo scritto è stato precedente, ma come fai a convincere le persone? Anche perché l’Italia è un Paese in cui spesso si pensano le serie ispirandosi anche in modo un po’ maldestro ai successi americani… Quello che mi dispiacerebbe è che qualcuno dicesse: “Hanno copiato Euphoria, Guadagnino…”. Non è così. Sì, ci sono dei personaggi trans o fluidi, ma poi, a livello di trama e ancora di più di passo, sono prodotti che non c’entrano niente. E lo dico con invidia, nel senso che Euphoria e We Are Who We Are sono due serie meravigliose, ma Prisma ha un altro andamento, un altro stile. A rifletterci mi ha fatto molto piacere che in tre parti del mondo diverse, tre gruppi di autori – senza metterci a paragone perché sarebbe una bestemmia farlo – hanno indagato il mondo e il mondo ci ha restituito storie come questa sull’identità di genere non conforme che abbiamo raccontato tutti in modo diverso. E quel pensiero ci ha rinfrancati».

Probabilmente la spiegazione per questa coincidenza è molto semplice: esigenze della contemporaneità, dare agli adolescenti qualcosa che sia all’altezza di quello che vivono. «E ci teniamo tantissimo a sottolineare che un personaggio trans non si esaurisce con il personaggio di Euphoria o con quello di Prisma, così come il personaggio etero cis non si esaurisce con quello di Eva in SKAM. Si potrebbe obiettare: non ha senso raccontare una ragazzina diciassettenne che frequenta il liceo perché l’hanno già fatto altri. Eppure esistono centinaia di migliaia di film che parlano di persone etero cis, penso che ci sia lo spazio per avere anche ben più di tre storie come queste. Anche perché Andrea, Jules, Fraser o Caitlin non sono definiti dalla loro identità di genere, anzi. Una delle cose che amo di più di Andrea è il fatto che sia un personaggio gender fluid che è completamente fuori dagli stereotipi».

Mattia Carrano nei panni di Andrea in ‘Prisma’. Foto: Francesco Ormando/Prime Video

Proprio Andrea nella serie, quando gli viene chiesto come decida cosa indossare ogni giorno, risponde semplicemente: “Non lo so, a volte mi va di vestirmi in modo più maschile e altre in modo più femminile”: «Tra le persone che abbiamo incontrato per la ricerca, mi ha molto colpito una di loro che ha pronunciato esattamente questa frase, che ci sono giorni in cui si mette il binder e indossa abiti maschili e altri in cui preferisce mettere la gonna e i tacchi. E che non sente il bisogno di assumere ormoni proprio perché è una scelta senza ritorno, e vuole il più possibile continuare ad assecondare il desiderio quotidiano di andare più in una direzione o nell’altra. È stato illuminante, per me e per Alice, nell’andare ancora più a fondo per raccontare un personaggio come Andrea».

Giornalisticamente e a livello di sintesi, a Prisma fa certamente comodo l’etichetta di serie queer, ma c’è una stratificazione di temi che la porta ben oltre. «È un romanzo di formazione in cui ci sono sei o sette personaggi che spero siano interessanti per caratteristiche completamente esterne al loro orientamento, alla loro abilità o disabilità. Io credo che le cose più belle di Andrea, Marco, Carola, Nina, Daniele e degli altri in realtà non abbiano niente a che fare con il loro aspetto più evidente; che, anzi, proprio per scelta nostra viene poi di fatto quasi nascosto. Ad esempio, la disabilità di Carola non è mai affrontata, non la definisce come donna o come personaggio, è una caratteristica con cui convive, che certamente a livello profondo determinerà qualcosa, ma non è mai messa di fronte a lei come essere umano, sta sempre dietro. Così come l’identità e l’orientamento dei nostri personaggi sono caratteristiche che possiedono, ma al centro ci sono sono le loro relazioni».

Marco (Mattia Carrano) e Carola (Chiara Bordi). Foto: Francesco Ormando/Prime Video

Il titolo stesso della serie fa riferimento all’impossibilità di dare una definizione della Gen Z: attraverso il prisma ci si accorge che la luce bianca in realtà è la somma di un’infinità di sfumature: «No label, no etichette, non esiste un modo facile per definire niente, è come se la serie fosse un po’ una dichiarazione anche rispetto al suo argomento. Non si può ridurre Prisma a un solo tema perché ci sono tantissimi, troppi aspetti. E sì, certamente l’idea di raccontare questa generazione in questo modo frastagliato e un po’ sfuggente ci è nata dall’osservazione e dall’incontro con tanti giovanissimi, abbiamo visto come certi schemi che io avevo ereditato dal passato non fossero più efficaci a descrivere il mondo di questi ragazzi e ragazze. Da lì la necessità di una serie fluida, e non unicamente nel senso dell’identità».

Ludovico Bessegato scattato da Fabrizio Cestari per il numero speciale di Rolling Stone Italia ‘L’alba di un nuovo star system’

Rispetto a Euphoria, poi, in Prisma c’è uno sguardo meno dark e più dolce sulla stessa generazione: «Probabilmente è frutto anche di due società molto diverse. Io non conosco il contesto americano, ma posso dire che il mio obiettivo, anche quando parlo con le ragazze e i ragazzi, è sviscerare la parte soft, quella più “cucciola”. Più che puntare sulla trasgressione, che viene molto ostentata e raccontata, fa presa immediata e serve meno profondità per arrivarci, a me interessa raccontare la fragilità che nasconde quella trasgressione. Ci vuole tempo, è un lato che magari non sempre mettono a disposizione di tutti, ma se uno ha la pazienza di entrare in connessione con loro emerge chiaramente. Poi giro anche la scena in discoteca dei ragazzi che si fanno i cristalli, ma mi incuriosiscono soprattutto le loro insicurezze. Euphoria mi sembra raccontare un mondo giovanile molto perso e quasi senza speranza. Io invece, in modo forse anche un po’ ingenuo, non mi rassegno e ho un’idea più romantica: nei giovanissimi vedo uno sguardo, un’energia, una forza e anche una modernità che invidio. Le mie serie sono dichiarazioni d’amore».