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Matteo Garrone: ‘Dogman’, il miglior amico del cane

La cronaca nera secondo il regista romano, a Cannes con il suo nuovo film: «Ma senza tutta quella violenza».
Marcello Fonte e Alida Calabria in 'Dogman'. Foto di Greta De Lazzaris.

Marcello Fonte e Alida Calabria in 'Dogman'. Foto di Greta De Lazzaris.

L’appuntamento con Matteo Garrone è per un lunedì mattina di fine aprile, ultimo giorno utile per chiudere il giornale. Parleremo di Dogman, vedremo assieme qualche scena già finita. Il nono film del regista romano, che sta per compiere cinquant’anni, e non smette di essere uno dei nostri artisti più sensibili e curiosi, è in concorso a Cannes, appena prima di uscire in sala. Domenica sera un messaggio mi avverte del cambio di programma. Matteo sarà al montaggio. Ci vediamo lì. «Il film rigettava qualsiasi tentativo di colonna sonora», mi spiega subito. «Ero quasi deciso a non mettere musica. Poi in una proiezione-test mi sono accorto che qualcosa mancava e ci ho lavorato sopra per tutto il fine settimana con Michele Braga».

Matteo Garrone. Foto di Stefano Barone.

Braga è il musicista di Jeeg Robot, Smetto quando voglio, dell’ultimo Verdone. Benché il suo contributo sia minimale, quasi atmosferico – spiega ancora Garrone –, il suo lavoro sostituisce quello del premio Oscar Alexandre Desplat, compositore francese già autore delle musiche di Reality e Il racconto dei racconti. «Non ci sarà, ma non lo sa ancora», dice con un sorriso. Curioso. Venendo qui mi chiedevo perché nel primo trailer del film ci fosse Il cielo in una stanza di Mina. E soprattutto come sarebbe stato risolto in termini di playlist uno degli highlight della storia del Canaro – che a Roma, complice Chi l’ha visto? e un certo cinismo da cronaca nera, si tramanda da trent’anni –, il massacro del pugile nella gabbia dei cani con la radio a tutto volume, per coprire le urla.

«Già fatto. Già visto. Pensa alla scena del massacro nelle Iene di Tarantino…», mi ferma Matteo. “Joe Egan e Gerry Rafferty, gli Stealers Wheel”, ripeto tra me. Matteo insiste: «Hai mai visto Non si sevizia un paperino? Quando la strega Florinda Bolkan viene massacrata a bastonate, parte la musica di un autoradio». La canzone è di Wess, scritta da Armando Trovajoli. Matteo: «Lo sai che in quel film c’è il Nano della Stazione Termini? In una scena vedi un bambino che guarda la Bouchet nuda, che prende il sole. Quando lo inquadrano da dietro scopri che non è un bambino, ma Semeraro. Che per questo si è sempre vantato di aver lavorato nel cinema». Domenico Semeraro è il protagonista della storia vera da cui Garrone ha tratto L’imbalsamatore.

E Mina? «Non ci sarà nel film, mi serviva soltanto un contrasto per il trailer». Nessuna altra canzone, nessuna radio accesa? «Solo i 2 Many DJs per una scena in discoteca. A differenza di Gomorra, pieno di musica, questo film si svolgerà in un luogo piuttosto silenzioso, coi suoni naturali, la pioggia, il vento».

Come traduciamo Dogman? L’uomo cane? L’uomo dei cani? O è soltanto un modo per dire (e non dire) il Canaro?
Come ho sempre fatto, io parto da un fatto di cronaca e poi me ne libero. Dogman è un modo per prendere le distanze dal Canaro, che sarebbe stato un titolo meraviglioso, ma a quel punto lo spettatore avrebbe voluto ritrovare esattamente quei fatti.

E invece?
Lo dico per onestà: se uno va a vedere Dogman aspettandosi lo splatter, il sangue, la tortura, rimarrà deluso. Ci sono altri elementi che legano il film alla cronaca: la sudditanza, la pressione, l’amicizia forzata. La cocaina. Ho mantenuto anche certi elementi che erano venuti fuori dagli atti giudiziari.

Hai studiato gli atti del processo?
In realtà mi sono appassionato alla storia anni fa, leggendo Vincenzo Cerami.

Non l’hai seguita in tv? Chi l’ha visto?
No, del Canaro raccontato dalla tv ho un ricordo vago. Avevo letto i Fattacci di Cerami e nel 2005 stavo già per girare il film. Si chiamava L’amico dell’uomo, ma il produttore di allora non se la sentì, perché venivo da due film legati alla cronaca, L’imbalsamatore e Primo amore. Mi bloccò. Per fortuna: la sceneggiatura non era all’altezza di questa, il cast era sbagliato e anche le location, a Roma, lo erano.

Tu non sei uno che legge i trafiletti di cronaca, come i vecchi sceneggiatori. Non hai quel tipo di cinismo, non sei mai stato pulp.
Al contrario, io cerco di creare un legame con il personaggio. All’inizio nella storia del Canaro vedevo un po’ delle Memorie del sottosuolo di Dostoevskij: non sentirsi completamente uomo, subire il fascino di chi ha ciò che a te manca. Cercare di essere amato da tutti. E poi l’immagine visiva ribaltata, per cui in una toletteria i cani diventano spettatori degli uomini, come nei palchetti a teatro.

Dogman è anche l’uomo-cane?
Qui entriamo nel personaggio. Il protagonista Marcello Fonte ha lavorato per un po’ in una tolettatura per cani, però la sua dolcezza, la sua umanità rendono naturale il fatto che lui parli coi cani o mangi assieme a loro, usando la stessa forchetta.

Tu hai il cane?
Io ci sono cresciuto coi cani.

MARCELLINO, IL CANARO

Figlio d’arte in questo – suo padre Nico era il critico delle cantine e dell’underground teatrale, geniale e sparito –, a Matteo Garrone sembra mancare quasi tutto il cinismo tradizionale del cinema. Ogni suo film – bello o brutto, riuscito o meno – racconta un qualche genere di incontro unico, un pezzo di strada di persone e personaggi. Coi suoi sceneggiatori Massimo Gaudioso e Ugo Chiti ha scritto sette versioni della storia. «E ogni volta cambiava il tema di fondo», aggiunge. «La storia è cambiata ancora quando ho incontrato Marcellino. Grazie a lui il personaggio del Canaro si fa perdonare tutto, anche le ombre: non puoi non volergli bene».

Marcello Fonte in ‘Dogman’. Foto di Greta De Lazzaris.

Usa un affetto che pare discendere da Pasolini per parlare del suo attore protagonista Marcello Fonte, 40 anni, calabrese venuto a vivere a Roma, con una faccia antica e un piccolo elenco IMDb di apparizioni dove meno te l’aspetti: gli sketch di Stracult, Gangs of New York, Don Matteo. Ultimamente il ruolo di un poveraccio senza casa in Io sono Tempesta di Daniele Luchetti. «Marcellino lo conoscono tutti a Roma. Il mio aiuto regista l’ha incontrato al Cinema Palazzo, un posto occupato a San Lorenzo, dove lui faceva il custode», racconta Matteo. «Pensa che prima viveva nel Teatro Valle occupato, dormiva lì». Edoardo Pesce invece è il pugile – completamente trasformato dal trucco –, già ultra-trucidone in parecchi film di periferia romana post-Caligari (Fortunata di Castellito, Cuori puri di Roberto De Paolis). Dice Matteo che la cosa difficile è stata accordarli assieme: un istintivo come Marcello e un attore con una preparazione tecnica e un approccio opposto come Edoardo.

Edoardo Pesce e Marcello Fonte in ‘Dogman’.

“QUEI POVERACCI SONO IO”

Forse perché i film di Matteo Garrone vogliono sempre essere più di un film “normale”, le interviste non sono mai il suo forte. Si preoccupa di capire e fare capire, scalpita, cerca le parole, alza la voce, fa le prove generali per affrontare l’otto volante che lo attende a Cannes. «Questa storia ha che fare con le relazioni umane, il rapporto che abbiamo con l’Altro, l’ambiente in cui viviamo, la violenza. Ma la verità è che io ho aspettato tanto a fare questo film, perché sentivo che c’erano dei pezzi di questa storia che non mi appartenevano».

Spiega meglio. Quali pezzi?
L’ultima parte: la tortura. Come pure non mi apparteneva l’idea di vendetta, nel senso classico del film di vendetta.

Il revenge movie.
Già visto, anche quello. Cane di paglia, Un borghese piccolo piccolo. Le iene l’ho già detto. Ed è per questo che sono felice di aver trovato uno come Marcello. Cosa fa una persona come tante, di indole pacifica, nel momento in cui si ritrova coinvolta in un meccanismo di violenza? Come ne esce, senza diventare un mostro? Questo è il tema.

Nei tuoi film hai sempre grande rispetto per le persone. Mostrare i poveracci che si massacrano non è il tuo stile.
Quei poveracci sono io. La premessa è sempre quella di avere un legame emotivo, affettivo, con loro. Non guardarli mai dall’alto.

Che ne pensi di Gomorra, tutto quello che è venuto dopo il tuo film?
Non ne so molto, davvero. Per me Gomorra era già allora una serie da 10 puntate, ma i tempi purtroppo non erano maturi. Mi mancava il rapporto con l’estero, il lato femminile, la religione. Mi sarebbe piaciuto raccontarli, forse avrei dovuto girare una seconda parte. Ma subito, tornarci sopra mi interessava meno.

Per Dogman sei tornato a Castel Volturno.
È un posto che mi vuole bene. Mi regala luci meravigliose nei momenti giusti, piove quando deve piovere. Mi trovo bene, conosco tanta gente. È un luogo sospeso, fuori dal tempo. Non è un periferia da film di denuncia. È un parco giochi abbandonato, col mare davanti. Un set naturale: ho finito di girare il film due settimane prima del previsto.

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