‘Furious’ e il prezzo di raccontare il trauma | Rolling Stone Italia
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‘Furious’ e il prezzo di raccontare il trauma

La showrunner Liz Meriwether ci porta dietro le quinte della realizzazione del crime procedural-thriller e delle difficoltà nello scrivere di abusi e, appunto, trauma. In più: cosa ci aspetta nella seconda stagione

‘Furious’ e il prezzo di raccontare il trauma

Emmy Rossum (Alice) in ‘Furious’

Foto: Sarah Shatz/Disney

Liz Meriwether ha creato serie di successo che spaziano dalla longeva sitcom New Girl alla biografia di Elizabeth Holmes The Dropout, fino alla dramedy sul cancro Dying for Sex, candidata agli Emmy. Ma non fa la modesta quando dice di non avere avuto idea di quanto sarebbe andata forte la sua ultima creatura, il procedural-thriller ibrido Furious (su Disney+).

«Mi sentivo nervosa ed esposta, perché per me, come autrice, era un genere completamente nuovo», racconta. «Non sapevo se avrebbe funzionato finché non sono passate due settimane dalla messa in onda. Ma è stato incredibile vedere la passione che le persone hanno [per la serie]. Non l’ho ancora elaborato del tutto, e probabilmente non ci sarò riuscita nemmeno tra dieci anni, quando penserò: “Aspetta un attimo, come mi sono sentita davvero riguardo a tutto ciò?”».

Prodotta esecutivamente e interpretata dalla matriarca di Shameless Emmy Rossum, Furious segue l’agente dell’FBI Alice Black (Rossum) mentre tenta di rintracciare una serial killer donna attiva a New York City. Anche se gli omicidi sembrano inizialmente casuali, l’istinto di Alice per cui i casi sono collegati si rivela presto corretto. La colpevole, Catherine (Lola Petticrew), è stata vittima per anni di una rete di traffico di esseri umani gestita da uno degli uomini più ricchi della città: Jay Easton, un riferimento volutamente poco velato al famigerato trafficante Jeffrey Epstein.

Furious | Official Trailer | Hulu

Alice ha già i suoi problemi da affrontare, principalmente il trauma di anni di abusi fisici subiti per mano del suo ex fidanzato poliziotto, Marshall (Jake Lacy). Ma essendo uno dei pochi agenti dell’FBI a prendere sul serio i crimini di Easton e le intenzioni di Catherine, Alice è costretta a confrontarsi con il proprio dolore e il proprio trauma per riuscire a catturare Catherine e a far rispondere Easton dei suoi crimini. Mentre il gioco del gatto col topo si sviluppa, la serie è un piccolo miracolo di ritmo e tono: costruisce tensione attorno all’inevitabile, spreme emozione e tensione drammatica da piccoli momenti, e inserisce un umorismo eccentrico capace di strappare risate inaspettate su uno sfondo che resta dark.

Meriwether appare al tempo stesso spaesata ed esausta quando parla con Rolling Stone via Zoom il giorno dopo l’uscita dell’episodio finale; comprensibilissimo, considerando che, tra tutta la promozione per la prima stagione, lei e il suo team sono già nella writers’ room per il secondo capitolo da quasi tre settimane. Il tema non è leggero: Furious esplora quanto possa essere schiacciante, per le forze dell’ordine, indagare sui crimini sessuali; quanto abusi di ogni tipo possano essere insidiosi e capaci di stravolgere una vita. Ed è anche un potente esame dei diversi modi in cui le donne faticano ancora a far valere la propria voce e il proprio potere, che sia sul lavoro, in amore o nel mondo in generale.

Meriwether ha parlato con Rolling Stone del mito della vittima perfetta, del peso emotivo di creare un thriller su questioni così serie e delle sue speranze per la seconda stagione.

Il finale è uscito. L’hai guardato con qualcuno?
Oddio, no! Ho un problema in questo senso. Quando finisco un episodio, l’ho già visto talmente tante volte che ho bisogno che passi del tempo prima di poterlo anche solo riguardare.

Che impatto emotivo ha avuto su di te scrivere questa serie? È un materiale difficile da affrontare, e poi lo si porta fino a un confronto teso di un’ora intera per il finale di stagione.
Il finale è stato davvero difficile da scrivere. Mentalmente, a quel punto, sentivo di essere anch’io intrappolata nella casa di Jay Easton. Questa serie mi ha davvero logorata. Ho iniziato a guardare video su Instagram di questo medico francese che fa i massaggi ai neonati e gli fa fare delle puzzette rumorosissime. Mi chiedevo: “Perché continuo a vederli?”. Credo avessi solo bisogno di andare mentalmente altrove, per lunghi periodi. E guardare i neonati fare le puzzette mi aiutava, decisamente.

Liz Meriwether sul set con Emmy Rossum. Foto: Sarah Shatz/Disney

Com’era il tuo rapporto con il lavoro durante New Girl, e come si confronta con quello con Furious? Non è esattamente una serie che ci si può portare a casa in modo sano.
Non sono mai stata capace di creare confini netti in nulla nella mia vita, cosa su cui forse dovrei riflettere. Quando lavoravo a New Girl ero single. Avevo 29 anni. Non avevo figli. Non avevo un compagno. New Girl era la mia vita. Dormivo in ufficio. Onestamente, fare una serie per un network è difficilissimo. Non so come le persone riescano ad avere confini ed equilibrio nella loro vita, e so che alcune ci riescono. Ma è stato un processo davvero folle e difficile. Era anche ciò che ci si aspettava all’epoca, nel 2011. C’era meno attenzione all’equilibrio vita-lavoro. Era quasi una medaglia al valore quanto duramente potessi lavorare, quante ore potessi passare in ufficio. Soprattutto essendo una ventinovenne che non era mai stata in una writers’ room prima, sentivo di dover dimostrare qualcosa. Su questa serie [Furious] invece ho tre figli, ho un marito. È stata una cosa diversa. Ma quando lavoro a qualcosa mi prende completamente la testa. Mi prende il cuore. Io scrivo così.

Che esperti hai consultato per rendere la serie realistica?
Ho parlato direttamente con molte persone, agenti donne dell’FBI e donne che sono state vittime di tratta. Mi ha aiutata a superare i momenti più difficili, perché continuavo a ripensare a quelle conversazioni e all’esperienza reale, e pensavo: “Be’, quello che sto provando io non è niente”. E inoltre, questa non è una storia che ho il potere di raccontare da sola.

Da dove sei partita per creare Alice?
La cosa bella del personaggio è che Emmy e Hulu hanno davvero condiviso con me questo percorso. Volevo che [Alice] fosse misteriosa. In ogni episodio scopriamo qualcosa di nuovo su di lei, o emergono pezzi della sua biografia. Non si è mai sicuri che siano veri o reali, e questo continua fino agli ultimissimi momenti della serie. Quindi sono entrata nel progetto lasciando volutamente indietro molte cose.

Alice ha subìto numerosi traumi, dal fidanzato violento a una storia familiare complicata, incluso l’essere stata cacciata di casa dal padre a 14 anni. Come si manifesta tutto questo quando il pubblico la incontra?
Quando la incontriamo, sono passati circa uno o due anni dalla fine di una relazione violenta. Ed è importante. La storia di una donna che sta ancora affrontando gli strascichi di quell’abuso non viene raccontata tanto quanto quella di una donna che è attualmente in una relazione violenta e sta cercando di uscirne. Mi interessava chiedermi: “Come sono, questi strascichi?”. C’è l’idea della vittima perfetta: lei lo è? È una sopravvissuta alla violenza domestica, ma cerca violenza fisica in senso sessuale nei suoi partner. Ha una totale incoscienza, quando si tratta degli uomini nella sua vita. Mi interessava proprio quella parte del processo. È difficile vedere le donne che subiscono abusi e poi sperimentano un ulteriore strato di colpa riguardo alla propria guarigione. Se sentono che la loro guarigione non corrisponde a come vorremmo che fosse, allora hanno fallito di nuovo. Era importante raccontare questa storia.

Come si cammina sul filo del rasoio tra tensione e umorismo, soprattutto con un tema così serio?
La serie a cui ho lavorato subito prima di questa era Dying for Sex, una commedia su una donna che muore di cancro. Una cosa che ho imparato lavorandoci è che quando riesci a far ridere il pubblico, riesci davvero a farlo aprire. Le persone sono disposte a farsi portare nei luoghi più oscuri se viene loro concesso un rilascio, una pausa da quell’oscurità. Quindi sono entrata in questo progetto con quell’idea in testa. Inoltre, quando ho parlato con le agenti dell’FBI, erano divertentissime. Umorismo nero, spudorato, donne davvero spassose. E devo essere sincera su questo: è il loro modo di gestire il lavoro che fanno. Non credo che essere divertente tolga qualcosa al dramma, anzi, è il contrario. Mostra l’umanità, il che lo rende più intenso. Sono persone reali che ridono, e senti il peso del loro lavoro. Le capisci come esseri umani, non come figure sovrumane delle forze dell’ordine.

Lola Petticrew (Catherine). Foto: Sarah Shatz/Disney

In che modo Catherine e Alice si rispecchiano l’una nell’altra? E questa relazione centrale in che modo cambia l’idea di giustizia e guarigione dei due personaggi?
Entrambe sanno cosa significhi temere per la propria vita in una situazione in cui non avevano alcun controllo. È qualcosa che si riconosce in chi ha vissuto la stessa esperienza. Hanno provato davvero paura, e hanno reagito in modi diversi. Una ha cercato di riprendersi il proprio senso di controllo e potere uccidendo persone. L’altra lo ha fatto cercando di aiutare le persone e lavorando all’interno del sistema giudiziario. Questi due personaggi non riescono a essere pienamente sé stessi con nessun altro se non l’una con l’altra. Dal punto di vista della scrittura è una cosa affascinante. Sono più sincere con la persona da cui dovrebbero nascondersi di più.

Nel finale, Alice affronta Easton a casa sua e deve fare i conti con il fatto che un intero gruppo di persone (poliziotti, altri uomini ricchi, persino la figlia di Easton) era complice dei suoi crimini. È stato difficile da guardare. Quanto è stato difficile girarlo?
Il finale è stato tosto. A quel punto vivevo dentro la serie da così tanto tempo. Abbiamo girato l’intera scena nella stanza con Emma Easton, Catherine e Alice in un solo giorno. È stata una giornata intensissima. E guardare quello che ha attraversato quel giorno Lola Petticrew, che interpreta Catherine, è stato altrettanto intenso. Da autrice, provi empatia per l’attrice, perché le stai chiedendo tanto. Ma allo stesso tempo è stato bellissimo da vedere, perché la sua è un’interpretazione straordinaria.

In che modo il formato del crime procedural ti permette di esplorare i modi in cui corruzione e insabbiamenti entrano in gioco in questo mondo?
Questa è una storia che esplora a che punto siamo, come sistema giudiziario, riguardo la violenza contro le donne, in particolare la violenza domestica e la tratta di esseri umani. Negli ultimi anni abbiamo visto molti di questi grandi casi e quanto sia difficile perseguirli. C’è stata quella sensazione di: “Che giustizia stiamo ottenendo per le persone che hanno vissuto tutto questo?”. L’ho osservato dall’esterno, ponendomi queste domande. Sì, certo, c’è corruzione, ma la serie mostra anche che il sistema giudiziario è gestito da esseri umani imperfetti che commettono errori e a volte non hanno mai il quadro completo. Cercano di lavorare all’interno di un sistema che sanno essere difettoso, e cercano di aggirarlo. Il mio lavoro, come autrice televisiva, è guardare agli esseri umani, piuttosto che a [grandi sistemi] come il sistema giudiziario e l’FBI, tutte cose che nella conversazione diventano estremamente astratte. Il compito della serie era dare un volto a queste cose.

Quali sono le domande ancora senza risposta che vorresti affrontare nella seconda stagione?
Stiamo avendo conversazioni bellissime nella writers’ room. Purtroppo, ci sono ancora molti temi da affrontare su questo tipo di crimini. Stiamo semplicemente cercando entrare nel merito, stiamo costruendo un nuovo caso. Ma non voglio scendere nei dettagli prima che sia pronta.

Da Rolling Stone US