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From the ‘Blocco 181’

Il triangolo sì. La serie di cui Salmo è supervisore e produttore musicale, produttore creativo e attore è una parabola sospesa tra crime e (poli)amore, ‘Narcos’ e ‘The Dreamers’. I cui lati sono tre ragazzi diversi in questa storia, che li schiera nella guerra alla periferia milanese tra gang rivali, e nella vita. Abbiamo incontrato Laura Osma, Alessandro Piavani e Andrea Dodero. Tre modi differenti (e intelligenti) di essere attori oggi
Blocco 181 cover

Tre facce pulite, sfacciate, sorridenti. Tre compagni di giochi, tre interpreti di cui sentiremo parlare a lungo. E non solo per Blocco 181, prima serie italiana in-house Sky Studios (otto episodi prodotti con TapelessFilm e Red Joint Film), diretta da Giuseppe Capotondi con Ciro Visco e Matteo Bonifazio. Laura Osma (già vista ne El Chapo) Alessandro Piavani (Blanca, La mafia uccide solo d’estate – La serie), Andrea Dodero (The Good Mothers e Non odiare) sono il fulcro di un prodotto completamente altro rispetto a quello a cui siamo abituati, a partire da quel Salmo supervisore e produttore musicale, produttore creativo e attore, nella parte di Snake.

E in attesa del 27 maggio, quando uscirà su tutte le piattaforme digitali e negli store per Sony Blocco 181 – Original Soundtrack, l’album collaborativo, ispirato alla serie, con la sua direzione artistica (11 brani, con la collaborazione di 21 artisti scelti da lui tra i più importanti della scena italiana, tra cui Guè, Baby Gang, Jake La Furia e Rose Villain, Ensi, Lazza, Ernia e Noyz Narcos), Blocco 181 dal 20 maggio è in streaming su NOW (e disponibile anche su Sky Atlantic). Un crime che vira quasi su un teen movie che si concentra su questi tre ragazzi. E che fa incontrare Narcos e The Dreamers.

Il triangolo sì: Bea, pandillera della Misa, è divisa tra Mahdi, from the Blocco, e Ludo, borghese dentro e fuori dai due mondi. Tra le gang contrapposte nella periferia milanese – i ragazzi del Blocco contro i latinos – nasce, forse, una nuova famiglia. Che punta a sovvertire i codici del sistema criminale.

Andrea Dodero, Laura Osma e Alessandro Piavani, protagonisti di ‘Blocco 181’, fotografati da Gabriele Micalizzi per la digital cover di Rolling Stone

Che esperienza è stata quella di Blocco 181? Mi sembra qualcosa di radicalmente diverso rispetto a ciò a cui siamo abituati.
Laura Osma: Un’esperienza molto interessante, la mia prima volta in Italia e in italiano, una serie crime che parla però anche e forse soprattutto del poliamore. Non nascondo che sia stato molto difficile, molto challenging, ma altrettanto bello. Mi porto dietro tutto quello che ho imparato, ma ancora di più l’amicizia con Alessandro e Andrea. Quello che vedete nella serie, a proposito di amore, è tutto vero, ma a livello di amicizia. Non dimenticherò mai tutto quello che abbiamo condiviso, vissuto insieme, è stato magnifico.
Alessandro Piavani: È vero che è una serie atipica per il nostro Paese per ritmi, narrativa, grammatica visiva. E calza a pennello, anche per questo, alla storia che raccontiamo: questi tre personaggi che si innamorano sono un incontro tra mondi e culture diverse in una città particolare come Milano. E questa cosa l’abbiamo sentita anche nella crew: la parte tecnica, la troupe aveva tanti elementi che venivano dall’estero e nel cast, lo avete visto, siamo di tante provenienze differenti. Ed è stato una ricchezza enorme il confronto quotidiano che abbiamo avuto, aprirsi al resto del mondo e scoprire cose nuove… E questo è quello che trovo meraviglioso di Blocco 181, più di ogni soddisfazione personale.
Andrea Dodero: L’aspettativa di tutti era fare un prodotto che fosse internazionale, a tutto tondo, ma non era scontato. Sul set ho capito che ce l’avremmo fatta dai primi giorni, si sentiva nell’aria la voglia di fare bene, di fare qualcosa di bello, unico, grande, importante. Dai caporeparto ai macchinisti c’era una determinazione e una voglia di andare tutti nella stessa direzione: incredibile. E poi per il nostro rapporto è stato determinante vivere insieme, nella stessa palazzina, questo ha cementato tanto il nostro rapporto. E ricordo tutti i film che ci siamo fatti su cosa avremmo fatto, su che cosa sarebbe stato Blocco 181, per scoprire, nei fatti, che era persino oltre.

Foto: Gabriele Micalizzi

La sfida più grande è aver costruito storie e personaggi tra il crime e il romanzo di formazione giovanile. Con registri spesso molto differenti e con un genere che mal concilia amore e violenza.
AP: È la cosa che più ho amato della sceneggiatura fin dall’inizio. Le contaminazioni tra generi, registri, mondi, e infatti non era facile spiegare che genere fosse la serie. Il fulcro non è il crime, ma siamo noi e la nostra relazione. Poi per fortuna mentre recitavo non ci ho pensato tanto, mi sono fatto trascinare dall’istinto, se avessi dovuto analizzare tutte le sfide e le difficoltà ne sarei rimasto schiacciato. Io l’ho sentito come un percorso organico, consequenziale, e secondo me rispecchia l’organicità della storia, della caratterizzazione dei personaggi. Loro cambiano mondi e emozioni senza soluzione di continuità. E noi con loro.
LO: I nostri personaggi sono bambini che cercano un loro posto nel mondo, ci sono momenti anche divertenti nel racconto, perché il loro romanzo di formazione, il loro viaggio verso l’età adulta, ha anche risvolti buffi. Loro cercano una famiglia, vogliono capire chi sono. Un momento sei dentro la violenza, quello dopo nella tenerezza, e loro hanno questa purezza che viene sfidata da Snake che gli dice con la sua cruda sincerità: “Benvenuti nella realtà”.
AD: Non abbiamo mai provato a raccontare la realtà oltre il nostro rapporto. Abbiamo usato questa relazione a tre come bussola, si vede che siamo pesci fuor d’acqua quando proviamo a entrare nel mondo dei grandi. Lì capiamo che è tutto troppo più grande di noi e sì, nella gestione sempre sbagliata di questi momenti, trovi addirittura il sorriso.

Alessandro Piavani, Andrea Dodero e Laura Osma. Foto: Gabriele Micalizzi

Snake, Salmo. Capita raramente che lo showrunner sia anche un attore e persino colui che dà l’atmosfera musicale della narrazione. Come vi siete trovati con lui?
AP: È stato molto bello, io conoscevo solo Salmo, la star. Poi è arrivato sul set e si è subito spogliato di tutto, presentandosi come Maurizio. Mi ha colpito la sua umiltà, la sua sincerità nel dire quanto fosse lì per imparare, per mettersi in gioco al 100%. E così è stato, non erano solo parole, mi ha colpito quanto fosse sempre in ascolto, pronto al dialogo, anche tra una scena e l’altra, e questo si è visto anche nel suo essere attore. Non ha mai avuto paura di essere essenziale, una cosa non facile per un interprete, un talento non banale, devi essere molto in controllo. E poi ci siamo divertiti tanto, anche perché il rapporto Ludo-Snake è divertentissimo, il primo teme e rispetta il secondo, ma vorrebbe tanto colpire la sua attenzione. Un rapporto perfettamente riassunto in Ludo che arriva e fa “Bella Snake” e lui che regolarmente non se lo caga di pezza. Abbiamo improvvisato tanto su quei siparietti.
AD: Mauri è uno che arriva sullo schermo come fanno i grandi attori, è uno che sa “stare” sul set. Concentrato anche nei cambi di scena, sempre sul pezzo. Probabilmente fa parte del suo background di musicista, ma parliamo di mondi diversi, e saperlo fare anche in un’altra arte è notevole. La musica è molto più individualista, il nostro è un gioco di squadra. E lui è stato un ottimo capitano. Vero è che è diversissimo dal suo personaggio pubblico: è meticoloso, intelligente, pacato, dolce, ha un modo di essere lontanissimo da quell’animale da palcoscenico duro, hard che vediamo nei live.
LO: Ha un cuore grande. I tatuaggi, l’attitudine sembrano intimidatori, cattivi, ma in realtà è un uomo generoso, umile, voglioso di imparare e ascoltare. Mi faceva domande su tutto, dalla mia carriera a come lavoro. Mi porterò sempre i suoi paragoni tra musica e cinema, le nostre chiacchierate, abbiamo parlato tanto. Ci siamo trovati molto bene insieme, al di là delle due-tre scene che abbiamo condiviso. Maurizio è una persona speciale, bellissima.

Foto: Gabriele Micalizzi

Cosa avete fatto per entrare nei vostri personaggi?
AP: Per me è stata importante una scelta apparentemente marginale. Trasferirmi a Milano un mese prima, ambientarmi nella città, esplorarla, “sentirla”. Mi ha reso familiare un luogo particolare e credo che valga anche per loro due, visto che l’abbiamo vissuta insieme questa convivenza. Sul personaggio mi sono divorato lo script, per capire il più possibile ogni dettaglio – era molto particolareggiato – ma è stato altrettanto fondamentale dimenticarlo quando si è trattato di mettere insieme i pezzi del puzzle. Avevo bisogno di lasciarmi andare a tutte le suggestioni del set e farlo diventare altro. E mio. Per me è stato fondamentale comunque il rapporto con loro due: l’amore puro e genuino e così naturale e semplice che rappresentiamo era impossibile da raccontare senza una relazione vera di base. Conta che la prima scena è quella finale del quarto episodio, determinante per ciò che sono e diventano l’una per gli altri Bea, Ludo e Mahdi. Dovevamo arrivare carichi a mille. E ci siamo riusciti.
LO: Lo confesso, già lo studio dell’italiano è stato difficilissimo (Laura Osma è colombiana, ndr). Abbiamo parlato tanto sul set dello stereotipo di donna sexy, della “bella figa” in un mondo in cui le donne non contano un cazzo, di come raccontarne il disorientamento, la ricerca di sé. Ho dovuto trovare tanta forza dentro di me, come lei. Viverla è stata determinante, perché ha reso naturale autodeterminarmi, dal litigare da pari a pari con gli uomini al costruire la personalità della donna che Bea è e vuole diventare. Ma tra lo studio dell’italiano – la memoria della parte era una faticata tremenda, così come il non poter improvvisare perché non capivo le battute di chi avevo di fronte – e questo percorso emotivo, i primi due-tre mesi sono stati difficili
AP e AD: Non parlava una parola d’italiano al provino! Noi recitavamo, lei rispondeva in spagnolo. Tre settimane dopo già sosteneva una conversazione.
AD: Io il personaggio, confesso, lo avevo immaginato più duro, aggressivo nei confronti della vita. Poi mi sono reso conto che sarei sembrato come Rizzo (il piccolo boss del Blocco interpretato da Alessio Praticò, ndr), come chi ci dava gli ordini: capìti storia e contesto, ho fatto un’inversione a U, ho cercato dentro di me la dolcezza, l’ingenuità necessaria per raccontare questa ricerca d’amore nell’orrore.
AP: Passavamo tanto tempo insieme: mangiare insieme, tirare tardi, confidandoci e raccontandoci le nostre esperienze. D’altronde è una delle cose più belle del nostro lavoro incontrare ciò che è lontano da te, e qui è stato anche utilissimo per costruire ciò che siamo nella serie.

Foto: Gabriele Micalizzi

L’impressione è che siate molto diversi dallo stereotipo dell’attore. Non romanocentrici – non solo Laura che vive in Colombia, ma anche Ale che vive a Londra e Andrea che usa la capitale solo come base –, molto aperti nelle scelte, capaci di buttare il cuore oltre l’ostacolo. Non stare nei salotti aiuta?
AD: Sì, credo di aver capito cosa intendi. A Roma c’è un po’ una realtà atrofizzata e atrofizzante, di “cinematografari” che si parlano addosso e dietro, un po’ provinciale, un mini star-system che spesso non esce fuori dal proprio piccolo mondo. Esiste e credo non piaccia neanche a chi ci sta, ma penso che il nostro essere altro e altrove, anche se io sono a Roma, ci abbia aiutato ad andare in altre direzioni, hai ragione.
LO: Mi affascina notare una cosa che vedo ovunque. Noi tre siamo molto diversi dagli altri e tra noi, ma l’industria cinematografica in tutti i Paesi ha le stesse dinamiche. E vivere questo mestiere in modo alternativo, come facciamo noi, ci fa cercare vite e approdi diversi. Io adoro fare l’attrice, il cinema, ma non è tutta la mia vita. Il mio sogno rimane stare in spiaggia a prender cocchi, perché la mia vita non è il mio lavoro. Non ambisco a rimanere nella bolla di attori e registi, che palle, io voglio vivere. Fuori.
AP: Io non sono scappato da un ambiente che mi stava stretto, ma sono andato a Londra per studiare. Non ho buttato all’aria tutto, ma è vero che prendere le distanze da una certa quotidianità aiuta anche a capire e vedere meglio le cose. La nostra diversità rispetto al nostro ambiente e anche tra noi rende la nostra alchimia tanto efficace. Un trio che separato non funziona, e che insieme è perfetto ma con tre caratteri radicalmente differenti.

Foto: Gabriele Micalizzi

Suona il telefono, chi sperate che sia?
AD: Xavier Dolan. Anche perché da qualche mese seguo una massima di Alessandro che mi colpì molto nelle prime sere insieme. Mi disse: “Quelli che ora sembrano sogni impossibili un giorno saranno obiettivi”. Ecco, un anno fa non ti avrei detto così, ma ora sento di essere maturato, di aver messo nel mio bagaglio di persona e di artista abbastanza per provarci e sperarci.
AP: Io lo dissi sei anni fa e non mi ha chiamato! (ride, ndr) Scherzi a parte, non dico più dei nomi, ho già fatto questo gioco e mi sono tirato addosso la sfiga. Però vorrei trovare un regista che scovi in me qualcosa che ancora non so, non so fare e non conosco. Che mi mostri di me come attore e uomo ciò che ancora neanche immagino di me.
LO: Dire qualcuno… ce ne sono così tanti che vorrei che mi chiamassero, è fare un torto agli altri. E non rende l’idea delle tante cose che vorrei fare. Però ti posso dire che vorrei una bella sfida, che mi porti a saggiare i miei limiti. E poi sì, mi piacerebbe recitare ancora in italiano.

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Credits

Fotografo: Gabriele Micalizzi

RS Producer: Maria Rosaria Cautilli
Grooming & Make-Up: Alice Fantini
Backstage Video: Ludovico Marazzani Visconti

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