Sono passati sessant’anni, ma il colore degli occhi di Franco Nero è ancora quello dello sguardo di Django. Un blu che non esiste in natura, figuriamoci nei filtri di Instagram. Il film di Sergio Corbucci sulla storia del misterioso avventuriero che gira trascinandosi dietro una bara al confine tra Messico e Stati Uniti torna al cinema dal 16 giugno in versione restaurata in 4K. E noi di Rolling incontriamo il suo protagonista a Milano, all’indomani di una proiezione piena di persone che nel 1966 non erano ancora nate. Un culto nato e cresciuto anche grazie agli innumerevoli omaggi che la cultura pop (da Franco e Ciccio a Ken il Guerriero passando per i videogiochi, Star Wars e il video di Formaldehyde degli Editors) ha tributato nel corso degli anni al film e al suo protagonista, giunto a 253 titoli girati. «Dei tanti che ho ricevuto, l’omaggio che mi ha fatto più piacere rimane quello di Tarantino», dice Francesco Clemente Giuseppe Sparanero, classe 1941.
Le fa piacere che quando si parla di lei il primo film che viene in mente è sempre Django? O Django è stato un po’ un’ossessione?
È un po’ un’ossessione, però lo accetto volentieri. Ho scritto un libro intitolato Django e gli altri, e nelle prime pagine gli ho scritto una lettera. Caro Django, gli ho detto, tu mi hai reso famoso, però ricordati che ho fatto più di duecento film, interpretando personaggi di trenta nazionalità diverse. Non sono solo Django, anche se ci sono Paesi come la Germania in cui hanno messo il suo nome anche in film in cui non c’entrava niente. Persino Il giorno della civetta è diventato Django e la mafia. Sean Connery raccontava che per lui e James Bond era la stessa cosa. Fa parte del lavoro.
Chi era Franco Nero prima di girare Django?
Gli anni Sessanta sono stati il periodo più bello per il cinema e per la vita. Canticchiavo un po’. Quando ero ragazzo misi insieme un gruppo che si chiamava The Hurricanes, gli Uragani. E io cantavo le canzoni di Sinatra, di Perry Como, però mi inventavo le parole. Magari dicevo la prima frase giusta, e poi improvvisavo facendo dei suoni che sembravano parole americane ma non significavano niente. Suonavamo in provincia di Parma, il pubblico non capiva e io mi divertivo. Lavoravo a Milano alla Edison Volta, ma nei weekend andavo a casa e cantavo.
Cosa faceva alla Edison Volta?
L’impiegato. Ero il peggior impiegato di Milano. La sera uscivo e facevo tardi. Anche perché studiavo con Strehler e capitava di recitare anche fuori città. Alla mattina mi mettevo gli occhiali scuri e in ufficio dormivo. Arrivava il capoufficio e mi diceva: “Sparanero, che stai a fare?”. “Sto pensando” rispondevo. E riprendevo a dormire.
Meglio il cinema.
Decisamente. Subito dopo Django sono andato a Hollywood a fare Camelot di Joshua Logan e ci sono rimasto per undici mesi. È stato il periodo più bello anche per Hollywood. Tutte le sere ero a casa di Gregory Peck o di James Stewart a giocare ai mimi. Si dovevano indovinare i titoli dei film.

Foto: CG Entertainment
Cosa ricorda del suo arrivo a Hollywood?
Presi l’aereo da Roma per New York, e poi la coincidenza per Los Angeles. Arrivai stanco morto e il mio agente mi portò a mangiare al ristorante. Al tavolo di fianco c’era Frank Sinatra con Mia Farrow. «È un attore italiano» disse l’agente. Sinatra ci fece sedere con loro e mi chiese se ero stanco. «No no» risposi. Allora mi portò con sé in uno studio dove stava incidendo That’s Life con un’orchestra diretta da Nelson Riddle. Incredibile: ho assistito a quell’incisione e poco tempo dopo ascoltavo la canzone dall’autoradio. Dopo l’uscita di Camelot a una festa sento qualcuno che mi tocca su una spalla. Era Paul Newman. Mi presentò sua moglie Joanne Woodward e mi chiese un autografo per sua figlia. Lui! Era il mio idolo, una cosa che non stava né in cielo né in terra per un ragazzo di 25 anni che veniva dalla provincia di Parma.
Frequentare Hollywood ha cambiato il suo modo di recitare?
Diciamo che ho ascoltato i consigli di molti grandi attori. Marlon Brando mi disse: “Tu sei un protagonista, devi fare come me: o protagonista o niente. Altrimenti puoi fare un cameo, anche una scena sola ma della quale sei tu il protagonista”. John Wayne mi diede un consiglio più pratico: “Bisogna scegliere un cavallo piccolo, altrimenti il pubblico guarda il cavallo e non l’attore”. Nei miei film i cavalli sono tutti piccoli.
Dopo il suo Django sono usciti un sacco di Django apocrifi, come Django il bastardo di Sergio Garrone e Django sfida Sartana di Pasquale Squitieri, dietro lo pseudonimo di William Redford. Cosa pensò quando li vide uscire?
Pensai che era tipico di noi italiani. Se un genere funziona, facciamo duemila film e in cinque-sei anni roviniamo tutto. È successo anche con il poliziesco. Alla fine degli anni Sessanta il western italiano era morto per sfruttamento. Sono tornato a fare un western bellissimo nel 1976: Keoma di Enzo G. Castellari, che anche in America considerano un piccolo capolavoro.

Foto: CG Entertainment
Ha detto che Django è anche cinema politico. I peones messicani erano gli oppressi. In quel momento qual era la sua visione della politica in Italia?
Ero talmente giovane che non ci pensavo. Pensavo solo a sopravvivere perché avevo fatto la fame, e con Django presi un milione di lire di allora. La mia politica è sempre stata quella di aiutare i più deboli, sempre. Un giorno a Roma ricevo una telefonata di Bernardo Bertolucci che mi dice che voleva farmi salutare da un suo amico di Parma. Gli aveva raccontato che quando eravamo bambini lo proteggevo da quelli che lo volevano menare, dato che aveva un difetto fisico. La mia politica è questa. Lavoro da sessanta e passa anni in un villaggio di ragazzi orfani, quelli sono i veri problemi. Si chiama Villaggio Don Bosco e sta a Tivoli. Tutto è iniziato dopo la Seconda Guerra Mondiale. A Tivoli c’erano le macerie, E questo prete, don Nello del Raso, un cappellano dell’esercito che io ho sempre chiamato il piccolo grande uomo, ha cominciato a raccogliere i ragazzi per le strade. Oggi vengono da molti paesi poveri e la nostra politica è che devono sempre lavorare, era la politica di Don Bosco, dei Salesiani.
Ha detto anche che Django è un film per tutti i lavoratori che sognano di andare nell’ufficio del padrone e dire: “Sai che c’è? Da oggi tutto cambia”. Secondo lei è un film che può parlare anche ai lavoratori di oggi?
Sì, è un film eterno. Un film moderno, talmente originale che penso che fra altri 60 anni starà sempre lì.
Come mai secondo lei ha “parlato” anche a un adolescente americano che lavorava in un negozio di videocassette?
Non lo so, è incredibile, una cosa unica. Quando sono arrivato sul set di Django Unchained, Tarantino ha radunato tutti i giovani attori del film, compreso DiCaprio. “Non sapete chi è questo!” gridava. “Era la più grande star al mondo, assieme a Charlie Bronson!”.
Com’era Tarantino sul set?
Molto esigente. Si girava una scena e lui alzava i pollici: “Ok! Però ne facciamo un’altra. E perché?!?” E tutti dovevano rispondere: “Perché a noi piace fare il cinema!”.
Il suo cameo quante volte l’ha dovuto girare?
Mi ha tenuto un mese a New Orleans, anche se avevo da fare. Anche perché DiCaprio per una settimana aveva perso la voce e le riprese vennero interrotte. Lui fa ripetere le scene e dà delle correzioni. C’è da dire però che in questo modo gli attori fanno grandi interpretazioni: penso a Christoph Waltz proprio in Django Unchained e a Brad Pitt in C’era una volta a… Hollywood, che hanno vinto l’Oscar.
Secondo il Mereghetti quello di Tarantino è un omaggio allo spaghetti western più di facciata che di sostanza. Lei cosa ne pensa?
È un giudizio che ci può stare. Lui ha preso degli spunti ma poi, essendo un po’ genialoide, lo ha fatto a modo suo. Il film comunque mi è piaciuto.

Jamie Foxx e Franco Nero nella scena cult di ‘Django Unchained. Foto: Warner Bros.’
Quando la vide sul set, Sergio Leone disse a Corbucci che trovando lei aveva fatto 13 al Totocalcio. Però poi con Leone non avete mai fatto film. Come mai?
Una volta eravamo ospiti a un evento in Toscana, e andando a cavallo mi disse che gli sarebbe piaciuto fare un film con Clint Eastwood, me e Terence Hill. Non ce n’è stato il tempo: lui è morto giovane, a 60 anni, e C’era una volta in America e il film che avrebbe voluto fare sull’assedio di Leningrado gli portarono via una grossa fetta dell’ultima parte della sua carriera.
Restando alle cose che non ha fatto: nonostante la sua popolarità ha fatto poca televisione.
Io sono così. Ho rifiutato di fare il protagonista nella Piovra e nel Maresciallo Rocca, ho rifiutato di fare Il giovane Garibaldi di Franco Rossi e di essere Giuseppe Verdi per Renato Castellani. Queste cose hanno avuto una grandissima audience ma vanno in scena alle nove di sera: la gente mangia, sta al telefono… Se poi gli chiedi di raccontarti cos’hanno visto la sera prima non si ricordano. È una cosa che non rende giustizia al lavoro che c’è dietro. Il cinema è andare in sala, le luci si spengono, nessuno parla, tu guardi il film e alla fine decidi se ti è piaciuto o meno. Un Garibaldi televisivo in più episodi lo feci nel 1987, diretto da Gigi Magni. Finito di girare andai da Franco Cristaldi, che era il produttore, e gli proposi di fare una versione per il cinema. Mi impuntai proprio, ma in America uscì nelle sale. È stata una grande soddisfazione.
E le piattaforme?
Non le posso vedere. Negli ultimi anni ho avuto tante offerte ma le ho sempre rifiutate. Lo scorso anno in Inghilterra ho girato The Estate, la tenuta, diretto da mio figlio Carlo. C’è un po’ tutta la nostra famiglia: ci sono mia moglie Vanessa Redgrave, mia nuora Jennifer Wiltsie, che è una grande attrice, e mia nipote. L’ho presentato nel weekend al Festival di Taormina. Ci ho rimesso dei soldi per colpa di un produttore italiano che ha detto: andate pure avanti che io i soldi ce li ho. E invece è sparito. Per recuperare dal punto di vista economico mio figlio ha fatto un accordo con una piattaforma americana. In Italia sto trattando con la Rai, ma voglio doppiarlo in italiano. Io la vedo così.

Foto: CG Entertainment
Ancora meno le piace la pubblicità.
Sono l’unico attore assieme a Robert Redford e a Jack Nicholson che non ha mai fatto una pubblicità. In Giappone nel 1969 mi offrirono mezzo milione di dollari l’ora, ma rifiutai. Presero Alain Delon.
Perché rifiutò tutti quei soldi?
Faccio parte di una generazione che al cinema sognava. In sala devi sognare l’attore. Se l’attore vende pannolini che cosa vuoi sognare?














