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Francesco Rosi, 100 anni, mio padre

Abbiamo incontrato Carolina Rosi per l’anniversario del grande autore di ‘Salvatore Giuliano’ e ‘Il caso Mattei’. L’eredità morale e civile, le lezioni di vita e di cinema, i film preferiti. E la storia di una famiglia bellissima

Francesco Rosi con Carolina bambina

Foto courtesy Carolina Rosi

Carolina ha sempre chiamato suo papà Franco. Franco ha girato tanti film, che film: Salvatore Giuliano, Le mani sulla città, Il caso Mattei, Cristo si è fermato a Eboli, eccetera. Franco il 10 gennaio del 2015 è morto, Franco il 15 novembre del 2022 avrebbe compiuto cent’anni. Carolina, mentre tiene viva la compagnia teatrale Elledieffe ereditata dal marito Luca De Filippo, morto anche lui nel 2015, ricorda il babbo. Franco era, è, Francesco Rosi. Carolina gli ha dedicato tre anni fa un bellissimo documentario – Citizen Rosi, co-diretto insieme a Didi Gnocchi – che è in fondo un’indagine come quelle che faceva suo padre. Parliamo di lui, e anche di lei, energica, simpaticissima, in questa lunga chiacchierata che, più che una celebrazione, diventa la chiave per accedere dentro una delle famiglie più belle del nostro cinema.

Visto che di anniversario importante si tratta, voglio prima di tutto sapere come li festeggiava tuo padre, i suoi compleanni.
È sempre stato un casino perché mia mamma era nata il 13 novembre, lui il 15, erano due Scorpioni così vicini che festeggiavano sempre insieme. Ma di Scorpioni nel loro giro ce n’erano tantissimi: Monica Vitti, e Adelina Tattilo, che era l’editrice di quei giornali non proprio porno, tipo Playmen… Quindi ogni anno, a mia memoria di bambina, c’erano queste feste degli Scorpioni, delle cene piene di personalità divertentissime, coltissime. Dopo, in età più avanzata, sono passati alle cene in casa solo con gli amici strettissimi, il solito Dudù La Capria, e Furio Colombo, Ettore Scola, Giorgio Napolitano, Roberto Andò, Giuseppe Tornatore. I sopravvissuti, più che altro. La cosa che angosciava molto Franco era che, da una certa età in poi, ricevi solo brutte notizie, è morto questo, è morto quello…

Francesco e Carolina Rosi. Foto courtesy Carolina Rosi

Oggi i suoi cent’anni li festeggi tu.
Mi sembrava bello e opportuno trovare qualche cosa per far sì che potessero circuitare di nuovo dei film che ormai è diventata un’impresa vedere. È vero che, per l’occasione, Rai Cultura li trasmetterà tutti insieme per un’intera giornata, ma solitamente, e soprattutto per quei giovani che non hanno frequentato un certo tipo di cinema, non c’è modo di poterli trovare, conoscere. Ed è una cosa che mi dispiace, e un po’ m’indigna. Noi siamo il frutto del nostro passato, instillare un tarlo di conoscenza di un mondo, di un cinema, di com’era il nostro Paese, è obbligatorio, ed è anche il motivo per cui ho deciso di fare quel documentario. In Citizen Rosi non ho messo i suoi film in ordine cronologico, ma rispetto all’ordine dei fatti accaduti in Italia che quei film raccontavano, proprio perché era pensato come strumento di divulgazione nelle scuole, per dire: guardate un po’ cos’è successo negli ultimi cinquant’anni.

Dicevi degli autori sempre meno “frequentati” dal pubblico, soprattutto quello più giovane. Pensi che tuo padre, rispetto ad altri colleghi, lo sia stato ancora meno?
In realtà no. Se penso a Rossellini, o a De Sica, o a Germi, mi dico che in realtà Franco è per certi versi ricordato pure di più, anche solo per il fatto che è legato a certi avvenimenti, a certe occasioni. Se devi parlare di Portella della Ginestra tiri fuori Salvatore Giuliano, per la speculazione edilizia rispunta sempre Le mani sulla città. Li fanno rivedere forse più di quanto non facciano con Ladri di biciclette o Umberto D. Io, per dire, sono anni che non vedo in tv un film di Fellini. Fellini è proprio sparito dai palinsesti, e purtroppo anche dalla memoria. Se non sono gli eredi che, in un modo o nell’altro, spingono per creare degli avvenimenti attorno a chi li ha preceduti, non si muove molto. Se si aspetta che se ne occupino le istituzioni, non succede niente. Siccome Franco ha lasciato tutto il suo archivio al Museo del Cinema di Torino, nel suo caso sono anche loro i custodi della sua memoria, conservano tutti i suoi copioni, i disegni, i ritagli di giornale, una quantità di materiale indescrivibile. Hanno accettato immediatamente la proposta di dedicargli una mostra (Le mani sulla verità. 100 anni di Francesco Rosi, nda), che inaugura il giorno del compleanno e andrà avanti fino ad aprile. Ho mandato lì anche la sua scrivania, la sua macchina da scrivere, i premi, per metterci pure un po’ della sua parte umana. E poi l’Accademia di Belle Arti di Napoli ha organizzato un’altra mostra, dedicata al restauro di C’era una volta, e ci sarà un’altra cosa a cui tengo molto, una piccola chicca, e cioè la pubblicazione da parte della Nave di Teseo dei suoi taccuini inediti, con gli appunti da Salvatore Giuliano alla Carmen. Sono stati rimessi a posto tutti i quaderni che racchiudono non solo i pensieri legati al cinema ma anche alla vita quotidiana, alla notizia politica del giorno che lo faceva riflettere. Franco era un grafomane, scriveva tutto e obbligava anche gli altri a tenere un diario quotidianamente. Pure a me.

Dal tuo documentario viene fuori un uomo che non si è mai voluto autocelebrare, ma che anzi ha sempre e solo vissuto il presente, quasi stupendosi di sé stesso. Quando rivedete insieme le prime scene di Tre fratelli, lui dice: “Mica male come inizio”. Ma senza vanità, come se davvero lo stesse vedendo per la prima volta.
È verissimo, ed era la sua più grande forza. Franco non è mai stato un uomo pieno di sé, ha messo la sua arte al servizio di quella che per lui era una funzione sociale. Il suo modo di essere artista era indagare. Attraverso indagini quasi giornalistiche, ha trovato la sua cifra estetica e il sentimento che ha prevalso sempre nel suo cinema e nella sua vita. Ma soprattutto ha sempre avuto questa grande forza che non lo ha mai abbandonato, questa grande curiosità per la vita che ha fatto sì che non si spegnesse mai intellettualmente. Anche di fronte alle più grandi tragedie (la sua prima figlia Francesca, avuta dall’attrice Nora Ricci, morì in un incidente stradale a quindici anni mentre lo stesso Rosi era alla guida, nda) ha sempre trovato quel nuovo input per non esserne sopraffatto, ma anzi per trovare forza nel dolore. Poi, riguardandosi, riusciva anche a compiacersi di quello che aveva fatto. Negli ultimi anni, quand’era già malato, per fargli passare il tempo andavo a casa e gli dicevo “Oggi che film dei tuoi ci vediamo?”, e lui era felicissimo, lo mettevi di fronte a un suo film e gongolava, ma non di vanità: solo perché era felice di quello che era riuscito a fare, e di continuare a trasmetterlo.

Francesco Rosi e Carolina Rosi sul set del film ‘La tregua’. Foto courtesy Carolina Rosi

Anche il vostro rapporto è rimasto acceso, diciamo così, fino alla fine.
Mia mamma (Giancarla Mandelli, sorella di Krizia, nda) si è ammalata di demenza, ho visto in lei il deperimento mentale, una situazione della quale ha sofferto di più mio padre perché non riusciva a rassegnarsi all’idea che una donna così intelligente potesse non essere più la stessa, lo faceva uscire pazzo. Io invece cercavo di non contraddire mai una mente che non era più presente. Con Franco fino agli ultimissimi giorni questo problema non è mai sorto, è stato estremamente lucido fino alla fine, c’era dialettica, discussione, l’analisi del fatto del giorno, anche lo scontro. Il nostro era un rapporto anche intellettuale, un confronto continuo, che mi dava tantissimo piacere: dico sempre che ne trovavo sempre di più con lui che con i miei amici.

Un giorno dovresti fare un film anche su tua madre, e tua zia…
Ma non è che posso passa’ la vita a fare i film sui famigliari (ride, nda). Con Franco è stato diverso. Lo accompagnai in Francia quando prese un premio e rividi tutti i suoi film nella retrospettiva che gli avevano dedicato. Mi impressionò molto, un po’ perché non li avevo mai visti così tutti insieme, un po’ perché mi sono detta: messi così in fila uno dopo l’altro, davvero viene fuori il racconto di questo Paese. E l’altra domanda che mi sono fatta è stata: in questi cinquant’anni è cambiato qualcosa o è tutto rimasto fermo, uguale? La risposta la sappiamo.

Parlavi di eredi che devono tenere accesa la memoria di chi è venuto prima di loro. L’eredità – quella di tuo padre, quella di Luca De Filippo – può anche essere un peso?
Diciamo che si gestisce (sorride, nda). Se non fosse successo tutto insieme, sarebbe stato più facile. Franco e Luca sono morti a pochi mesi distanza, ed erano entrambi due pezzi da novanta. Ho avuto improvvisamente sulle spalle questo carico e all’inizio mi ha sopraffatta. Poi piano piano, quando riesci a vivere le cose giorno per giorno come ormai faccio io, ce la fai. Il documentario su Franco mi ha pacificato rispetto al dovere di onorare la sua memoria. Quanto a Luca – e a Eduardo – essere riusciti a portare avanti la sua compagnia senza mai un segnale di disfatta e senza perdere nemmeno uno spettatore, anzi addirittura incrementando il pubblico e unendo ancora di più il nostro gruppo, non è poca cosa, ti fa capire che ti sei tuffata in tutto questo ma alla fine ce l’hai fatta, ne sei uscita vincente.

Qual è il tuo film preferito tra quelli di tuo padre?
Forse Il caso Mattei. Era quello che non vedevo da più tempo, quando lo accompagnai a quella retrospettiva, e forse quello che si vede in assoluto di meno, anche perché fu comprato dagli americani per non farlo uscire, dava troppo fastidio. A prescindere dai temi di cui tratta, ha delle inquadrature che mi piacciono da pazzi, come anche Le mani sulla città. Poi ovviamente sono cresciuta con C’era una volta: quando ero piccola Franco affittava un piccolo proiettore e lo faceva vedere a ogni mio compleanno, anche perché era l’unico film suo che potessero vedere i bambini. Per sei, sette compleanni di fila s’è proiettato C’era una volta, un film che so a memoria, e pure quello è speciale, ero stata anche sul set da piccolissima. Però ti devo confessare anche il film non preferito, al quale ho anche partecipato: Dimenticare Palermo. Non mi ha mai convinta, e forse non ha mai convinto neanche lui.

Quello preferito da tuo padre, invece?
È una domanda che nemmeno io gli ho mai fatto, ma forse direi Salvatore Giuliano, perché girarlo fu una sfida grandissima. Franco partì quasi senza preparazione, praticamente con la macchina a mano, ma sempre sapendo il fatto suo, avendo bene in mente quello che voleva fare: anche per questo lo chiamavano “il Professore”. Ha trovato delle soluzioni estetiche mentre girava, in circostanze impossibili, e ha scoperto lì quello stile solo suo, tra finzione e documentario, che è stato di ispirazione per tantissimi registi.

Oggi Francesco Rosi cosa racconterebbe?
Sarebbe abbastanza smarrito, credo. Sento anch’io un’incapacità di decifrare l’epoca che viviamo, è un tempo molto più complicato rispetto a quello che ha vissuto lui. C’è una velocità nel susseguirsi delle notizie, dei cambiamenti, così folle che lui forse non riuscirebbe a starci dietro. Franco ha affrontato certi eventi anche spinosi dieci anni dopo che erano accaduti, non ha mai cercato lo scoop, l’immediatezza del fatto. C’era sempre dietro un ragionamento, uno studio, un’analisi. Quindi forse racconterebbe la decadenza totale del livello sociale e culturale di questo Paese negli ultimi vent’anni, non so sotto quale forma. Ma certo sarebbe lo stesso uomo che vuole urlare il valore e l’importanza di una democrazia conquistata così a fatica. La sua indignazione sarebbe sempre la stessa.

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