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Francesco Munzi e le “Anime Nere” di Africo

Dopo le 16 nomination ai David di Donatello, un viaggio del film che ha raccontato la società calabrese e il cuore storico dell’Aspromonte
Un frame di "Anime Nere" di Francesco Munzi

Un frame di "Anime Nere" di Francesco Munzi

Viscerale, emozionale e da approfondire. Anime Nere di Francesco Munzi è uno di quei film che ti lascia in silenzio durante i titoli di coda. Girato ad Africo, in Calabria, il lungometraggio liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco è un viaggio nel cuore della ‘ndrangheta e nelle sofferenze di una famiglia malavitosa, ha il sapore di una pièce teatrale ma è un film fatto con estrema cura nella produzione, nella regia, nel montaggio, nella recitazione.

La determinazione con cui il regista romano ha affrontato la realtà complessa di uno dei paesi più mafiosi d’Italia, gli ha permesso di far trasformare la diffidenza iniziale dei locali in curiosità e di mischiare così i suoi attori (Marco Leonardi, Barbora Bobulova, Fabrizio Ferracane) con gli africesi. Il film è stato presentato in anteprima mondiale durante lo scorso Festival di Venezia ottenendo da lì in avanti risultati sempre più esaltanti. Dopo la recente uscita negli Stati Uniti con il titolo Black Souls verrà distribuito anche in Inghilterra dal 12 giugno. L’occasione per parlare con il regista arriva a seguito della notizia delle 16 nomination ricevute ai David di Donatello. Praticamente l’en plein.

A cosa non avresti mai voluto rinunciare nella realizzazione di Anime Nere e qual è invece l’aspetto che è arrivato dritto al pubblico?
Ero consapevole che stavo per raccontare una vicenda molto forte, una storia famigliare che si spinge verso gli archetipi classici della tragedia e che questo avrebbe significato anche tanta fatica produttiva.
Era un territorio delicato e c’è stata la scoperta sul campo di tante cose. Forse proprio il fatto di riuscire ad entrare in contatto con una realtà fortemente radicata e drammatica mi ha permesso di raggiungere un livello di realismo che è stato la forza del film.

Quanto ti è servita la paura iniziale di esplorare quei luoghi e quelle realtà?
È stata proprio la paura uno dei motori che mi ha spinto a fare questo film. Volevo andare oltre, fare qualcosa che andasse al di là delle convenzioni e del già visto. Naturalmente l’apporto di Gioacchino Criaco, lo scrittore dell’omonimo romanzo, è stato fondamentale. Lui era il mio Virgilio, il mio Caronte e mi ha permesso di raccontare dei drammi attraverso un progetto filmico complesso. Arrivando lì ho scoperto un ambiente molto chiuso che poi, nonostante il tema del film, ha avuto voglia di raccontarsi e dare il proprio punto di vista.

Leo, il più piccolo dei fratelli, rappresenta la generazione perduta. Guardando ai luoghi del film e a quelle realtà, pensi che per un giovane ci sia la possibilità di cambiare un futuro che sembra già disegnato?
Sicuramente. Nello stesso tempo però mi premeva raccontare quel personaggio, che certamente non è esaustivo di un’intera generazione, che non avendo prospettive guarda alla mitologia negativa del passato, anche famigliare, esaltandola in maniera molto pericolosa. E la parabola del personaggio nel film rende esplicito il fatto che questo tipo di strade portano solo morte e distruzione, ma già il fatto di volerne parlare e di volerlo rappresentare mi sembra un elemento che porta di per sé un germe catartico, progettuale e positivo.

Qual è invece l’aspetto del film che è stato percepito maggiormente all’estero e che invece noi non abbiamo considerato?
Ho capito che nonostante la connotazione estremamente locale, il dialetto calabrese, le montagne e i luoghi si può arrivare a narrare una storia che tocca tanti livelli. Il dettaglio del particolare che racconta l’universale. E non sempre questo è concepito nel nostro cinema. C’è stato forse un maggior coinvolgimento nel film stesso e nel suo livello realistico.

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