Fiorello: «La politica non ha mai cambiato un cazzo»

Dagli esordi con il Karaoke fino ai retroscena di quel Sanremo ‘stonato’ nel 1995, passando per Berlusconi e l'idea di fare politica: la nostra intervista esclusiva con lo show man più importante d'Italia.

L’intervista esclusiva a Fiorello è tratta dall’ultimo numero di Rolling Stone, in edicola a marzo. Per acquistare la copia digitale clicca qui.

Facciamo la copertina a Fiorello. Evviva. «Non vedo l’ora di leggere i messaggi che arriveranno dopo», dice appena ci incontriamo «“Che c’entra Fiorello con il rock? Non vi leggo più!”». Provo a spiegargli che non sarà il primo né l’ultimo personaggio ad apparire sulla copertina di questo giornale. Mi viene anche in mente che sono anni che non si sente parlar male di Fiorello. La sua apparizione a Sanremo è stata seguita da 17 milioni e rotti di telespettatori con tanti auguri di vederlo l’anno prossimo sullo stesso palco nei panni del nuovo Pippo Baudo. Ma il complimento non lo scompone. «Critiche ce ne sono sempre, è matematico», ripete invece. «Stavolta i complimenti hanno superato di gran lunga insulti e critiche». Continua: «Il più bello però me l’ha fatto un collega di Radio Kiss Kiss in un tweet: “Fiorello è il miglior se stesso che abbiamo in Italia”. Mi è piaciuta tanto questa cosa». Il miglior se stesso. La teniamo a mente.

‘Fiorello for President’. La copertina del numero di Rolling Stone in edicola a marzo. Foto di Giovanni Gastel.



È mattina. Siamo nella redazione-studio de Il Rosario della Sera, a Roma. Il nuovo programma di Radio Deejay va in onda dalle 19 alle 20, di sera, ma Fiorello è un po’ come James Brown, il più grande lavoratore nel mondo dello spettacolo. Si alza presto: «Comincio a lavorare alla mattina, per dare la direzione alla puntata della sera». Gli sketch se li fa tutti praticamente da solo: «Registro le imitazioni e poi faccio la spalla in diretta», spiega. Insomma lo spettacolo è essenzialmente il se stesso di cui sopra e ha un pubblico assicurato: gli autori, ai quali il Fiorello della radio si rivolge di continuo in onda e fuori onda, non c’è differenza. Il maestro Cremonesi, suo factotum musicale. Federico Taddia, Ciccio Bozzi, Pigi Montebelli… Tutti seduti attorno a un tavolo ingombro di cavi, microfoni, computer, foglietti. E macchinette che cantano, ballano, spernacchiano e mitragliano se schiacci un pulsante soltanto.

La radio, insomma. Uno degli accordi che ha preceduto il nostro appuntamento è che nel servizio fotografico la redazione-studio di Fiorello non si dovrà mai vedere. Non per tirarsela, credo, ma per una questione teorica che lui ci tiene a spiegare. «Qual è la differenza tra la radio e la televisione? La radio ti attiva tutto il cervello, soprattutto l’immaginazione, perché tu senti una voce o un racconto ma non sai né dove né come sta accadendo», dice. «Siccome la cosa più bella della radio è l’immaginazione, se noi la togliamo, quando la gente mi sente vedrà solo ‘sti fogli e un brutto microfono». Teoria e pratica, quasi radio guerrilla. Sulla pagina de Il Rosario della Sera, nel sito di Radio Deejay, non c’è una webcam. Pochi o nessun filmato delle performance del programma. Al giorno d’oggi non dev’essere una scelta facile da sostenere se parli con un direttore editoriale o un ufficio marketing, ma tant’è.

Rosario Tindaro Fiorello è nato a Catania nel 1960. È tornato quest’anno sul palco di Sanremo dopo 16 anni. Giacca, EMPORIO ARMANI. Foto di Giovanni Gastel.

Hai scelto tu la fascia del programma? Una volta a quell’ora c’era Ascolta si fa sera, adesso invece le sette della sera sono un momento di incazzatura, di lividissimi talk politici. Cosa avevi in mente di fare?
Il motivo è semplice: è un orario che alla radio non avevo mai fatto. Mi è stato proposto il drive time, quando la gente torna a casa in macchina, e a me le nuove esperienze attizzano sempre. Poi per me la radio è un solo apparecchio che manda cose al di là delle sigle, ed è come se ci dividessimo i compiti: Cruciani e Parenzo fanno quello lì, Radio2 quell’altro. Mancava l’intrattenimento più semplice e quello lo facciamo noi. L’altra sera avevamo Le Vibrazioni che hanno cantato Lucio Battisti, col bassista seduto proprio qui sul divano.

Non hai mai pensato che il tuo buonumore possa essere l’antidoto alle fake news, agli haters, agli incazzati che rovesciano bile e complotti di qua e di là?
Di buonumore ne parlo dai tempi dell’Edicola. Però penso che adesso su questa cosa siamo arrivati a fare il giro. C’è tanto odio in giro, e ci tocca anche parlare di social network. Tutto sommato adesso quest’odio è diventato quasi… vorrei trovare la parola giusta, ultimamente non trovo le parole. (Si rivolge agli autori, nda) Ragazzi vorrei trovare una parola che ho in testa, mi aiutate? Ci arrivo, ecco. L’odio è talmente andato oltre che è quasi… grottesco. Ormai mi stupisco se non ne trovo. Sembra tutto un episodio di Black Mirror. Ieri ho visto quello delle finte api. Avevano creato delle api di metallo che andavano a impollinare i fiori perché quelle vere erano morte tutte e se qual- cuno scriveva sui social un hashtag troppo cattivo mandavano queste api ad attaccarlo. L’odio ce l’ha propinato in questi giorni la campagna elettorale, perché ognuno ha tirato fuori il peggio dell’altro, e poi alla fine per chi voti?

Sulle elezioni ci hai scherzato sopra parecchio, ma il voto l’hai tenuto segreto.
Forse qui da noi non conviene troppo dichiararlo. Guarda cosa è successo a Orietta Berti.

Quella che vota per il toy boy? L’avevi preparata bene la battuta. Come si dice? Ha spaccato.
È l’ABC di questo mestiere: mai andare impreparati. Si va preparati, ma mai al 100%.

A Sanremo quanto era scritto e quanto no?
Io scrivo sempre il 70% dei monologhi. Il cazzeggio con Baglioni invece era improvvisato. Se levi quel minimo di improvvisazione è finita. A proposito di toy boy, invece, alla radio faccio un personaggio nuovo, il massone dei 5 stelle…

Come Corrado Guzzanti, vent’anni fa.
Infatti lo abbiamo citato. A un certo punto chiedo: “Massone, ma lei è un massone vero o è quello che faceva Guzzanti?”. E il massone risponde: “Ma voi Guzzanti l’avete più visto lavorare in questi giorni?”.

Ringraziare Guzzanti è una forma di onestà nei confronti del pubblico, oltre che di Guzzanti stesso. Ho il sospetto che sia una spia del fatto che la figura del comico vero e proprio ti sta stretta. Nel monologo di Sanremo hai detto qualcosa del genere tra le righe.
Intanto io vado a vedere pochissimi colleghi, anzi quasi mai, perché è un casino. Ti resta qualcosa in testa e mesi dopo la metti senza volerlo nel tuo spettacolo. Di andare a Zelig a fare tre minuti di sketch non sarei capace. Se vado su un palco devo fare minimo 15 minuti. Che sono anche troppi in Tv, ma io sono stato sempre uno molto lungo, e già me lo diceva Pippo Baudo in un provino nel 1986. Sono un diesel, ho la pressione bassa, 42 battiti al minuto.

Foto di Giovanni Gastel.

A proposito di Black Mirror, c’è qualcosa di distopico e anche vagamente futuribile nella maniera in cui Fiorello oggi interpreta la figura dell’entertainer. Meno tragico e più cazzaro di Jim Carrey, questo sì. Ma sempre in scena. Senza rete, senza backstage. Sempre troppo lungo. E multimediale di brutto, capace di infilarsi dentro una vecchia radio allo stesso modo che dentro uno smartphone o iPad. Imitazione, barzelletta, scherzo telefonico, animazione da villaggio vacanze. Una vita in vacanza. Dice: «Quando dicono, “Non è un comico però fa ridere, oppure non è un cantante però canta”… È vero. Io non sono un comico puro, sono un intrattenitore. Nasco come cantante o quasi. Facevo i dischi, poi l’animatore del villaggio…». Lo interrompo per un flash che mi è tornato in testa frugando in rete per l’intervista. Nel 1990, quando quasi nessuno ancora lo conosceva, Claudio Cecchetto inventò per lui due dischi nei quali Fiorello imitava perfettamente una decina di cantanti italiani a cominciare da Baglioni e Battisti. «Perché cantavo per le scale di Radio Deejay e c’era questo gran riverbero. Si sentiva per tutta la radio», ricorda. «Venne Cecchetto e mi disse: “Visto che sai imitare tutti i cantanti italiani li rifacciamo tale e quale”. Era molto prima di Carlo Conti. Sempre Cecchetto passò a una fiera e vide scritto: Veramente falso. Ecco il titolo. Poi questi ci fecero causa, ma il disco andò benissimo». Ecco. Prima che Fiorello diventasse negli ultimi anni una specie di Re Mida del varietà, uno che piace veramente a tutti, grandi e piccini, aveva questo passato trivialissimo, impresentabile allora in società. Un vero disco di false canzoni. «Animatore di villaggio è un termine che molti usano come insulto, invece mi ha salvato in mille situazioni. Vedi ancora Sanremo, quel tipo che è entrato sul palco all’improvviso. Sarò presuntuoso ma su quello non mi freghi. Anzi avrei voluto farlo rimanere, come Pippo Baudo».

È questo il momento in cui Fiorello si alza dal divano e improvvisa davanti al piccolo e scelto pubblico un aneddoto dimostrativo: «Il villaggio era un imprevisto continuo. Stavo lì a fare lo spettacolo e capitava non solo il matto… chiunque! Ve l’ho raccontato quando un bambino mi diede un pugno sui coglioni? Nicotera, 1984. Era un villaggio molto particolare, c’era il miniclub più grande di tutti i villaggi della Valtour. Era bellissimo. Facevi lo spettacolo e avevi 400 bambini attorno. A un certo punto questo bambino di 4 o 5 anni parte da lontano e mi viene incontro, correndo con la mano a pugno. Pam! Sono rimasto così. Distrutto. Ma da lì ci feci un’ora e mezzo di spettacolo».

C’è un altra storia che avevo voglia di sentire raccontata in quest’intervista. Il Sanremo di Fiorello cantante, 1995, che fu l’inizio di un precipizio durato diversi anni, una vita fa. Una specie di anticlimax da brivido, quando il codino del karaoke tutto vestito di bianco su una limousine bianca, le guardie del corpo e una fidanzata pazzesca per l’epoca cioè Anna Falchi, affrontò con sprezzo del pericolo il più crudele Colosseo italiano. Sanremo. Non si lascia pregare. «Venivo da una specie di situazione grottesca». Dice proprio grottesca. È lo stesso aggettivo che ha usato per la nostra deriva Black Mirror. «Io ero una specie di Fedez, Ferragni e Belen messi insieme. Ero fidanzato con la bella del momento, il codino, le giacche colorate, anni ’90 pieni».

In questa storia Fiorello ricorderà il suo manager Franchino Tuzio, scomparso l’anno scorso. Ne imiterà con grande affetto l’accento lucano, come una di quelle commedie buddy col comico e il suo manager. «Non c’è più», dice. «E adesso non c’è più nemmeno Bibi Ballandi. Ho perso due persone che sono state molto importanti per la mia carriera in due periodi diversi. Franchino era un collaboratore di Cecchetto che lui aveva messo al mio fianco, e molte trovate del mio personaggio erano sue. Un esempio? La coda. Portavo i capelli lunghi perché negli anni ’90 a Milano se avevi i capelli corti non eri nessuno, andava di moda l’ibizenco: jeans strappati, camperos, camicia hawaiana, giacca nera, magari dello smoking. Io andavo in giro con Franchino che aveva i capelli lunghi. Allora me li faccio crescere, ma quando arrivano le prove del Karaoke i capelli mi vanno negli occhi. Allora Franchino mi fa: “Legateli, ‘sti capelli!”. E mi faccio la coda».

Foto di Giovanni Gastel.



Da lì hanno cominciato a farsela tutti gli ibizenchi coi capelli lunghi.
Non è finita. Sempre Franchino mi fa: “Hai visto il film Nico?”. Nico era il primo film di Steven Seagal, poliziotto di origini italiane con capelli lunghi. Lui li tirava indietro, li pettinava col gel, aveva il codino e il doppiopetto elegante. Noi registravano tre puntate del Karaoke a sera ed era impensabile cambiare tutti i vestiti ad ogni puntata. Nacque così l’idea di portare la giacca colorata gialla o rossa su camicia e pantaloni neri, sempre uguali. Tutte queste cose messe insieme fanno un fumetto, Fiorello. Infatti fecero anche i fumetti di Fiorello.

Però tornando al Sanremo nel 1995, lì il tuo personaggio letteralmente si sbriciola. Perché?
Perché è ovvio che tutti cercano di farti cadere quando sei arrivato così in alto. E ci riuscirono a Sanremo. Débâcle. Che poi a Sanremo viene ingigantito tutto, il bene diventa benissimo e il male malissimo.

Facesti una stecca nella prima esecuzione di Finalmente tu. Niente di grave, ma a Sanremo è un dramma.
No aspetta. Io quella serata l’ho rivista molto tempo dopo, e sai cos’era successo? Facevo il Karaoke in piazza, e sul palco avevo un ritorno audio da concerto rock. Quando invece cominciai a cantare all’Ariston non sentivo quasi niente. Pensai: “Ma che è? Il Canta Tu di Giochi Preziosi?”. Andai fuori tempo, e mi ripresi un attimo dopo. Stop. Finito. Tutti a dire: “Ha stonato”. Non era vero niente. Tra l’altro cantai benissimo nelle serate successive, ero primo in classifica. E ricordo che quell’anno vinse Giorgia, secondo Morandi, quarto uno scarso: Bocelli.

Fiorello quinto, con 2000 voti soltanto di distacco da Giorgia. Però un giornale titolò Il più sconfitto. La cosa dei 2000 voti l’ho letta su Wikipedia. Tra l’altro la tua voce di Wikipedia è completissima. Dice anche che da piccolo suonavi il violino. Lo hai più suonato?
Non ho mai suonato il violino.

Allora ritiro quello che ho detto su Wikipedia.
Questa è bella. Sai che è successo? Il telefono senza fili. Ho fatto una volta uno sketch con Amadeus su un maestro di violino. Un’altra volta ho raccontato che mia zia faceva la bidella al liceo musicale Vincenzo Bellini di Catania, e che da bambino mi piaceva era mettermi in fondo alle scale e guardare sotto le gonne delle violiniste. Chi ha scritto la voce deve aver messo insieme tutto. (La sera stessa la voce Wikipedia di Fiorello è stata corretta in diretta radio, ndr)

Foto di Giovanni Gastel.



Questa intervista verrà pubblicata subito dopo le elezioni. Facciamo un gioco. Dimmi cosa dirai il 5 marzo se vincono i 5 Stelle, cosa dirai se vince il centrodestra e cosa se vince il Pd.
Ti posso dire una cazzata populista e demagogica? Che non cambierà un cazzo. Ditemi quando mai è cambiato qualcosa in questi 50 anni. Ditemi se c’è un momento di cui uno possa dire: “Ah, come stavamo tutti bene allora”. Allora quando? Forse dopo la guerra. Ma dopo? La politica fino ad adesso non ha mai risolto un cazzo. Solo piccole cose.

Berlusconi però t’ha fregato.
La discesa in campo? Sai cosa pensarono tutti? Se questo è stato così bravo a far funzionare le sue aziende, figurati se prende in mano l’azienda Italia.

E ci credevi?
L’avevo visto lavorare da vicino, certo che ci credevo.

Io no.
Vedo già il titolo di quest’intervista: “Ho creduto in Berlusconi!”. Però devi aggiungere: come milioni di italiani. Pure i comunisti a un certo punto mi sa che hanno avuto dei dubbi.

Continui a raccontarla come un teatrino di pupi, con le imitazioni di Di Pietro, Berlusconi e Costanzo. Ma la verità è che la politica ti affascina.
Lo sai che penso? Potrei anche mettermi a fare politica. Tanto i soldi ce li ho e me li sono meritati, perché sono partito da zero, quindi vado applaudito. Allora mi metto in politica, mi faccio eleggere e voglio che tutti abbiano le medicine gratis. Poi però arrivi lì e ti dicono: “Nun se pò fa’”. E nun se pò fa veramente. È capitato a Berlusconi, è già capitato ai 5 Stelle. “Ma guarda questi”, dicevo io. “Stai a vedere che mandano tutti a casa”. Vai a vedere oggi: sono rimasti tutti al posto loro. Tutti. Perché devi fare i conti con la realtà dei fatti, con la politica, con il demonio. E vabbé, e maddai. Il demonio vince sempre.

E poi?
E poi arrivo io. Pensa che può venir fuori. (Guarda il telefonino, sorride) Berlusconi ha dichiarato ora: “La politica mi fa schifo”. Berlusconi! E così ti ho dato anche la chiusa.

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