Fabio De Luigi e la rivincita della commedia gentile | Rolling Stone Italia
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Fabio De Luigi e la rivincita della commedia gentile

Sanremo, il feeling con Virginia Raffaele, il nuovo film 'Un bel giorno', la commedia che è «l'unico genere che ha bisogno di un aggettivo vicino», il debutto con Ferreri, il ritorno a teatro. Una chiacchierata

Fabio De Luigi e la rivincita della commedia gentile

Fabio De Luigi in 'Un bel giorno'

Foto: Loris T. Zambelli

Inevitabile partire da Sanremo: «Una cosa divertente che non farò mai più, citando il titolo di un famoso libro», mi dice Fabio De Luigi al telefono da una delle tappe del densissimo tour di lancio del suo quarto film da regista, Un bel giorno (ci torniamo): «Sono provato, sì, ma vagamente lucido, almeno credo… poi vediamo: valuterai tu in base alle risposte che do!», ridiamo.

E in effetti la gag con Virginia Raffaele – il cartello sulla schiena e la gag con l’orchestra, auto-marchetta trasformata in slapstick — è stata una delle poche cose davvero meta e spassose di questo Festival: «Abbiamo giocato proprio su quello», racconta. «Sul fatto che, anche in uno spazio così importante, capiti di andare per promuovere qualcosa. Siamo tutti sempre un po’ in promozione. Allora abbiamo esasperato la cosa: uno che si presenta con il cartello sulla schiena diventa un po’ l’uomo sandwich, no?». Assurdamente però non tutti hanno colto l’ironia. «Credevamo che l’intenzione fosse molto chiara, invece qualcuno ha ritenuto opportuno scandalizzarsi perché stavamo facendo una marchetta… ma se lo dichiari così e ti auto-prendi in giro… evidentemente quando hanno distribuito l’ironia molti erano assenti».

Sanremo 2026 - Virginia Raffaele e Fabio De Luigi sul palco del Festival

L’Ariston, quando ci finisci dentro, è sempre un universo a parte. «Ti lasci prendere», spiega De Luigi. «Perché entri proprio in una grande bolla, anche divertente. È un vero delirio: lo senti raccontare da tutti ed è esattamente così». La sensazione, dice, è che tutto accada soltanto lì, in quel momento: «È uno dei pochi eventi televisivi che si guarda davvero in diretta. Non traslato, non recuperato il giorno dopo, non “spillolato”, come si dice adesso». Per il resto quest’anno il Festival l’ha seguito meno del solito. «Sono l’uomo da divano, quello vero: dal primo giorno fino al sabato. Stavolta invece, proprio perché ero lì e poi in giro a promuovere il film, me lo sono perso un po’. È paradossale: quando sei dentro Sanremo, finisci per vederlo meno degli altri». Una canzone però gli è rimasta: «Quella di Sal Da Vinci, ti resta proprio impressa nel cranio».

Archiviato il delirio festivaliero, torniamo alla ragione della telefonata: Un bel giorno (dal 5 marzo al cinema con 01 Distribution), una commedia romantica che arriva in un momento in cui il cinema sembra attraversato più da passioni gotiche — e, ehm, tempestose (Fabio ride) — che da buoni sentimenti.

UN BEL GIORNO di Fabio De Luigi (2026) - Trailer Ufficiale HD

Nel film De Luigi è Tommaso, un vedovo che vende infissi con quattro figlie e un cane a carico. Virginia Raffaele invece è Lara, lasciata dal marito con tre figli e un gatto. Qualcuno ha parlato di “commedia gentile”, un aggettivo che calza bene anche a Fabio, come persona e personaggio. Guardando Un bel giorno, però, viene da pensare anche a una specie di screwball domestica: due adulti che cercano di capirsi mentre intorno esplode il caos di figli, genitori e famiglie. «La commedia è forse l’unico genere che abbia bisogno di un aggettivo vicino: gentile, romantica… Per me è semplicemente una commedia che racconta una storia in modo garbato». Poi si ferma un attimo: «Ma “gentile” è un po’ come dire “carino”, no? Che vuol dire “carino”?». Gli faccio notare che sembra quasi l’opposto della comicità più sguaiata che oggi va parecchio: «Ma poi, sai, ci sono commedie riuscite e commedie non riuscite, indipendentemente da dove le vogliamo collocare. E probabilmente queste caratteristiche, avendo fatto io la regia, mi rappresentano anche un po’, come dicevi tu prima». L’idea è cercare «di restituire un po’ di verità, con le forzature necessarie per strappare una risata, un po’ di divertimento, un po’ di leggerezza».

Con Raffaele poi ormai c’è una specie di alchimia speculare. «La cosa bella è che ci prendiamo entrambi abbastanza poco sul serio, ma siamo seri sul lavoro: meticolosi, puntigliosi, ovviamente non stiamo operando nessuno a cuore aperto». Sul set questa combinazione diventa quasi un gioco: «Cerchiamo di mettere questa chimica al servizio della storia. Siccome a me lei fa molto ridere, e Virginia dice che io faccio molto ridere lei, finiamo spesso per farci ridere a vicenda». Il problema è che poi le scene bisogna anche portarle a casa. «Succede diverse volte che non riusciamo ad arrivare alla fine perché scoppiamo a ridere», ammette. «Poi certo, a un certo punto subentra la professionalità. Però sì, capita abbastanza spesso».

Fabio De Luigi e Virginia Raffaele sul set di ‘Un bel giorno’. Foto: Loris T. Zambelli

La famiglia sgangherata d’altra parte, è quasi un marchio di fabbrica nei film di De Luigi: quattro figlie da una parte, tre figli dall’altra, più animali domestici e un discreto numero di casini. «In effetti Virginia me lo dice sempre. Ogni volta cerco qualcosa di ancora più complicato da gestire». Dopo Tre di troppo, qui la situazione si allarga ancora di più. Ma per lui è quasi una scelta programmatica: «Mi piace provare a fare qualcosa di ancora più difficile, perché credo che anche rischiando di sbagliare si impari sempre».
Nei suoi film, però, la famiglia non è mai soltanto il contorno comico. «Sono nuclei in continua evoluzione», spiega. «E quindi puoi raccontarli da centomila punti di vista diversi». In Un bel giorno il centro della storia, in realtà, resta la coppia: «Virginia e io siamo due persone che non sono più dei ragazzini e che arrivano con delle storie alle spalle. Il film mette un po’ sullo stesso piano due forme d’amore diverse: quella verso l’altra persona e quella verso la propria famiglia». Che, in certi casi, può diventare anche una specie di zavorra. «A volte le famiglie diventano quasi qualcosa da nascondere, perché possono spaventare l’altro».

Tra le difficoltà con cui i due protagonisti devono fare i conti c’è anche la sensibilità del figlio di Lara, Andrea (Leon Castagno), bersaglio degli sfottò dei compagni. Il film sfiora il tema senza trasformarlo in un discorso programmatico. «Abbiamo cercato di raccontare una serie di possibili complicazioni con cui può avere a che fare un genitore», spiega De Luigi. Il punto era non far diventare quella storia il fulcro del film. «Con Furio Andreotti e Giulia Calenda abbiamo provato a integrare questi aspetti dentro la storia, senza soffermarci troppo». E senza usare troppe etichette: «Esatto! Perché non lo trovo necessario».

Leon Castagno in ‘Un bel giorno’. Foto: Loris T. Zambelli

Proprio dalla tribù allargata nasce una delle gag più divertenti del film: la figlia più piccola si allena con l’arco direttamente dentro casa, con frecce che finiscono un po’ ovunque. Impossibile non pensare alla Trama fenicia di Wes Anderson, lì l’arciere in erba era uno dei nove figli maschi del magnate di Benicio Del Toro: «Non sapevo di avere questa cosa in comune», ride De Luigi. «È una di quelle forzature di cui parlavo prima: mettere una bambina che si allena con l’arco in salotto e colpisce qualunque cosa si muova è chiaramente qualcosa che nella realtà sarebbe molto difficile da gestire». Ma proprio su queste deviazioni surreali la commedia trova il suo ritmo. «Ci serviva anche per raccontare la diversità di carattere tra le quattro figlie», dice. «Ognuna ha una personalità molto precisa, e quella era uno degli aspetti su cui abbiamo giocato di più». Nel film, del resto, si parla anche di cinema: tra una scena e l’altra spuntano riferimenti che vanno da Prima dell’alba a Il dottor Živago, passando perfino per Ryan Gosling «Diciamo che non hai citato film che non mi piacciono». Il nome della Lara di Virginia Raffaele non è però ispirato ad Antipova, ha più a che fare con la soubrettona anni ’70 Lara Saint Paul: «Ho trovato questo brano che si intitola Non preoccuparti, che è stato arrangiato da Quincy Jones. Non lo conoscevo e mi sembrava perfetto per descrivere il personaggio di Lara, che è una persona molto apprensiva, molto protettiva».

Maria Gifuni, Alma Giardina, Anita Marzi, Arianna Gregori in ‘Un bel giorno’. Foto: Loris T. Zambelli

Nei personaggi di De Luigi torna spesso una figura molto precisa: l’uomo un po’ spaesato, gentile (appunto), apparentemente loser, che però alla fine riesce a rimettere insieme i pezzi. È una fenomenologia che attraversa tutta la sua carriera, dai tempi di Mai dire gol fino al cinema. Quando glielo faccio notare, Fabio ride: «La costante unica sono io», dice. «Sono sempre io che li interpreto, quindi è normale che si somiglino». All’inizio della carriera, però, l’incontro con il cinema non è stato esattamente morbido. De Luigi ricorda ancora la sua prima volta sul set con Marco Ferreri per Nitrato d’argento. «Avevo ventidue o ventitré anni, facevo questo lavoro da tipo venti minuti». Il set era a Rimini, al Fulgor, il cinema storico dove Fellini girava alcune scene dei suoi film. «Mi sono trovato lì, con un grande maestro come Ferreri senza avere nessun tipo di esperienza». A Fabio scappa uno “stop, rifacciamo”: «Ricordo è che mi sono fatto subito sgridare da Ferreri, pronti via. È stato il mio battesimo. Sul momento mi sarei seppellito ma, negli anni, è diventato un aneddoto divertente da raccontare».

Forse anche per questo, oggi, sul set preferisce arrivare preparatissimo «Ho tutte le paure possibili», ammette. «Tantissimi dubbi». Il suo unico vero rito è la preparazione. «Cerco di prepararmi molto, moltissimo, a volte faccio anche degli storyboard» per arrivare sul set con le cose già molto chiare in testa, perché «quando si gira può succedere di tutto: contrattempi, ritardi, imprevisti. Un po’ come a Sanremo». Meglio quindi sapere prima dove si vuole andare, «se non ti prepari rischi di venirne travolto».

Fabio De Luigi con la crew sul set di ‘Un bel giorno’. Foto: Loris T. Zambelli

Tra il Festival e il film c’è anche un altro appuntamento importante: quello a teatro. A ottobre De Luigi tornerà sul palco dopo venticinque anni: «È come quegli uomini che hanno la crisi di mezz’età e si comprano il fuoristrada, la barca o si fanno l’amante. Io mi sono fatto la tournée», scherza. Che cosa succederà esattamente sul palco, però, è ancora in evoluzione. «Ho scritto un monologo insieme a Paolo Cananzi, ma sto ancora lavorando ai testi e sto facendo delle prove aperte per capire anche io come presentarmi sul palco dopo tutti questi tempo». Non sarà stand-up comedy pura, «io non sono uno stand up comedian, sarà uno spettacolo un pochino più costruito». Anche perché il teatro è stato il suo primo amore: «Per i primi dieci anni della mia vita artistica ho fatto praticamente solo quello. Poi è partito tutto un altro film, appunto».

Prima di chiudere, resta ancora una questione in sospeso, probabilmente la più importante di tutta la conversazione: cosa c’era davvero nella pentola dell’ndruppeche sul set di Un bel giorno (chi vedrà, vedrà)? De Luigi scoppia a ridere. «Dentro c’era di tutto, forse anche un macchinista che bolliva». In realtà la finzione culinaria è diventata fin troppo reale. «L’odore doveva essere finto, ma è rimasta lì a sobbollire per ore davvero. L’ambiente era molto piccolo, quindi non abbiamo fatto troppa fatica a simulare il cattivo odore». Il mistero, però, resta. «Non so esattamente cosa ci fosse dentro. Per quello dovremmo chiedere ad Antonio Gerardi. Lui ha la ricetta».