Money Road – Ogni tentazione ha un prezzo è entrato nel vivo della sua seconda stagione, in onda a partire dal 21 maggio ogni giovedì, su Sky, in streaming su NOW e disponibile on demand. Le dinamiche cambiano, ma i presupposti rimangono quelli della prima edizione: un gruppo di sconosciuti in mezzo alla giungla malese deve affrontare ogni giorno un lunghissimo trekking per arrivare a un campo base. L’obiettivo è giungere alla fine con il montepremi, di più di 300mila euro, intatto. E non ci sarebbe nessun problema se il percorso non fosse disseminato di tentazioni: dai comfort food alle docce fresche, dai contatti con la famiglia alla possibilità di prelevare somme di denaro solo per sé. Money Road mette al centro i soldi per rivelare, in realtà, dinamiche sociali e porre gli spettatori davanti alla continua domanda: «Ma io che cosa avrei fatto?».
A enfatizzare il lato più emotivo del programma Sky Original, prodotto da Blu Yazmine, ci pensa Fabio Caressa, il telecronista e giornalista sportivo che si trova oggi al suo secondo anno come conduttore del game show e che spiega volentieri come questa esperienza gli abbia cambiato la vita. Anche per lui è stata un’occasione di mettersi in gioco, mi dice quando lo incontro per parlare della sua crescita personale e lavorativa, senza poter evitare di commentare due dei momenti che hanno fatto più chiacchierare, fino a ora, della seconda edizione. Aka quando, nella terza puntata, Sebastiano ha speso 3000 euro per scoprire il risultato di una partita del Milan, mentre Roberto ha deciso di incontrare sua figlia senza nemmeno lasciare a Fabio Caressa il tempo di completare il discorso. Chiedo a lui cos’avrebbe fatto: «Da tifoso io avrei pagato. So che la scelta è stata molto discussa, ma chi è appassionato di questo sport non può fare altro che capire Sebastiano. Su Roberto, invece, c’è stata più empatia condivisa e anche per me quella sarebbe stata la tentazione delle tentazioni, perché i figli vengono prima di tutto».
Confrontarsi con le scelte degli altri porta inevitabilmente a guardarsi dentro, e Caressa è diventato piuttosto bravo in questo, mi racconta. Per lui, questo cambio di carriera a più di cinquant’anni è stato un modo per non cedere all’inesorabile passare del tempo, ma è anche stata l’occasione di riscoprirsi attraverso la terapia. Ce ne ha parlato ripercorrendo i passi che l’hanno portato alla conduzione del programma e che lo accompagneranno prossimamente.

Foto cortesia
Che cosa ti ha portato a scegliere il nuovo ruolo di conduttore?
Credo che nella vita occorra uscire dalla propria comfort zone, senza fermarsi. Ogni giorno devi trovare una cosa per migliorare e per crescere, altrimenti accetti di invecchiare. Questa è stata una buona opportunità per dare un po’ una scossa alla mia vita personale e lavorativa. Diciamo che, comunque, parliamo sempre di televisione, ambiente in cui ho iniziato a lavorare nel 1986, quindi è un mezzo che conosco bene. Ovviamente ci sono delle differenze, ma grazie al team di Money Road e a tutta la squadra c’è stato modo di lavorare nella maniera migliore. Non puoi andare da nessuna parte senza la giusta squadra. Per me, la cosa più difficile è stata il passare dalla diretta alla registrazione. D’altronde ho fatto più di 5000 dirette, e abituarmi all’idea che non fosse buona la prima è stata un salto, all’inizio.
In che modo la tua esperienza da concorrente di Pechino Express ti ha aiutato a comprendere le dinamiche di Money Road?
Nell’anno di Pechino Express, il 2024, per me è iniziata proprio una svolta, sia lavorativa che personale, perché durante quell’esperienza ho imparato a mettere in gioco la mia emotività. Quando fai il giornalista e telecronista, soprattutto, devi essere molto controllato. Invece ho imparato che l’empatia non è un difetto, ma un plus. Questo sicuramente mi ha aiutato, perché empatizzo con i partecipanti a Money Road e capisco quello che stanno provando. Chi li guarda da fuori magari pensa che sia esagerato piangere perché gli manca casa dopo tre puntate, ma i giorni che sono passati in quel frangente sono molti più di quelli che sembrano. In più tu, come concorrente, non hai nessun contatto con la realtà, vivi in una bolla in cui il tempo perde di significato. In realtà quando passano otto giorni è come se fosse passato un mese.
Qual è il tuo approccio per relazionarti ai concorrenti?
Non voglio conoscere i concorrenti prima del primo giorno di riprese, perché l’esperimento funziona solo se riesco a trovare il giusto equilibrio tra empatia e distacco. In questo caso mi ha aiutato la mia esperienza da pokerista, perché quando metto i concorrenti davanti alle tentazioni, a delle scelte, non posso far trasparire ciò che penso, qualsiasi espressione io abbia influenza la situazione, perché loro cercano un po’ un appoggio in me, com’è normale. Invece la scelta deve essere completamente indipendente. La cosa divertente di queste dinamiche è che noi della produzione la mattina ci alziamo pensando che i concorrenti reagiranno in un modo rispetto alle tentazioni che li attendono, invece reagiscono completamente in un altro, e per quello non c’è assolutamente scrittura che tenga. Un elemento importante, in questo senso, è che le persone che partecipano non sono famose, quindi non sono strutturate. Questo lascia spazio alla possibilità.
Parlare di denaro oggi significa ancora toccare un tema-tabù?
Penso che dobbiamo smettere di negare il valore dei soldi nella vita. Permettono di vivere meglio, di estinguere un mutuo, per esempio, di avere accesso a molte cose fondamentali. Credo anche, però, che occorra vederli come un mezzo, non come un fine. Se i soldi diventano una finalità di accumulo, allora perdono il loro valore di strumento per migliorare la propria vita. È ciò che ho sempre cercato di trasmettere anche ai miei figli, che credo siano molto consapevoli sul tema.
Pensi di aver dato modo alle persone di conoscere Fabio Caressa oltre il cronista sportivo?
Sì, ma mi sono conosciuto meglio anche io. Ti dico la verità, negli ultimi anni ho cominciato un percorso di terapia e ci tengo a renderlo pubblico, perché per le persone della mia generazione questo è ancora un grande tabù, ancora più dei soldi. L’ho avviato prima della partecipazione a Pechino Express per arrivare al meglio a quell’esperienza con mia figlia e perché era una cosa importante anche per mia moglie. Volevo essere sicuro di avere il coraggio di mettermi in gioco e credo che il percorso che ho fatto, e che sto ancora facendo, sia stato di grandissimo aiuto. Ci tengo a sottolinearlo proprio perché bisogna uscire dallo stigma dell’aiuto psicologico. Se ti fa male un dente vai dal dentista, se ti fa male l’anima, e a tutti può far male l’anima, è giusto che tu vada in terapia, perché è fondamentale per comprendere meglio alcune cose. Per me è stata una crescita personale, mi ha dato la capacità di espormi un po’ di più, di capire che le parti di me che consideravo meno forti in realtà potevano diventare una forza. È stato molto importante.










