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Eve Hewson: «È dura là fuori, per noi “figli di”»

L’attrice irlandese scherza sul suo status di ‘nepo baby’ (il padre è un certo Bono Vox). Che all’inizio forse l’ha intralciata, ma rispetto al quale ora ha spazzato via ogni pregiudizio. Soprattutto con il suo ultimo film, ‘Flora and Son’, che il regista di ‘Once’ John Carney le ha cucito addosso. Facendola cantare come papà per la prima volta

Eve Hewson oggi non si lancerà in un karaoke. «Devo essere molto, ma molto sbronza per fare il karaoke», spiega l’attrice mentre cammina per Central Park. «Dovrei essere davvero ubriaca, tipo dopo una bottiglia di tequila». Non è che sia contraria all’alcol («Insomma, sono un’irlandese»), ma sono le 10 del mattino di mercoledì e, fino a pochissimo tempo fa, per lei cantare in pubblico da sobria (ma anche cantare da sobria e basta, in realtà) era qualcosa di totalmente improponibile. «Assolutamente no», dice. «Zero. Era davvero la mia paura più grande».

Così ha interpretato il ruolo di un’infermiera che non cantava in The Knick, di una prostituta che non cantava nei Luminari e di un’assassina che non cantava in Bad Sisters. Poi, su un aereo per Londra, ha preso un sonnifero e ha letto il copione di Flora and Son (il film, disponibile su Apple TV+, che parla di una madre single in difficoltà che trova in una chitarra il modo per instaurare un rapporto con il figlio adolescente): a quel punto ha deciso di smettere di “cagarsi addosso” come faceva di solito al pensiero di interpretare una che canta. Ha chiamato il suo agente e ha iniziato a lavorarsi John Carney, lo sceneggiatore e regista di Once, per convincerlo ad affidarle la parte da protagonista: «Gli ho detto: “Io posso darti qualcosa che sembri una persona vera che cerca di comunicare, non qualcuno che ha studiato o ha un dono naturale”. Credo sia stato merito di quel sonnifero. Mi sono detta: “Adesso devo crescere e imparare a cantare, cazzo”».

E l’ha fatto volando a Los Angeles, dove, per qualche mese, ha frequentando un bootcamp per cantanti: però non con suo padre (che si dà il caso sia Paul Hewson, alias Bono), ma con Eric Vetro. «Lui segue Ariana Grande, Scarlett Johansson e tutti quelli che cantano nei film», racconta Hewson. «Praticamente è diventato il mio terapeuta». Si è anche esercitata con la chitarra utilizzando Yousician. Poi ha contattato Carney per sapere le canzoni del film, in modo da iniziare a provarle, solo per scoprire che… non c’erano canzoni. Non ancora. «Gli ho risposto: “Ma che cazzo? Dobbiamo girare la prossima settimana!”. E lui: “Sì, sì, ma io e te andremo in studio questo fine settimana e ci inventeremo qualcosa”».

A questo punto della conversazione, Hewson ed io ci stiamo dirigendo verso il tracciato che gira intorno al lago di Central Park, che è esattamente il luogo in cui lei è stata vista per la prima volta in un film. «Ero seduta proprio qui, con New York sullo sfondo», dice parlando della sua apparizione in un cortometraggio girato dalla sua tutrice mentre, con tutta la famiglia, seguiva il tour degli U2, come ogni estate. «Non avevo battute, ero semplicemente seduta lì. Ma mi sentivo completamente a mio agio davanti alla macchina da presa». La leggenda narra che il direttore della fotografia si sia commosso fino alle lacrime.

I genitori di Hewson, Bono e l’attivista Ali Hewson, erano un po’ meno commossi e avevano ben chiaro che una carriera artistica era sconsigliabile per i loro quattro figli. Per vedere il mondo e assaporare lo stile di vita delle rockstar c’erano già le estati passate in tour. Ma il resto dell’anno, per il clan degli Hewson, era specificamente organizzato in modo da fare da contrappunto a tutto questo. La domenica andavano in chiesa, Eve frequentava la scuola elementare locale e, arrivata alle medie, ha iniziato a spostarsi coi mezzi pubblici. «C’era sempre qualche adolescente testa di cazzo che mi cantava “it’s a beautiful day” in treno, ma io rispondevo “uhm, ok”. Gli irlandesi hanno un ottimo senso dell’umorismo: ci prendiamo per il culo a vicenda ogni cinque secondi».

Eve Hewson e il padre Bono alla Goals House per la Nightcap di (RED), che si batte per raccogliere fondi per la ricerca su AIDS e Covid. Foto: Monica Schipper/Getty Images per (RED)

Hewson, che ha 32 anni, crescendo ha frequentato un gruppo eterogeneo, spesso composto da figli di amici che i suoi genitori avevano conosciuto alle scuole medie, prima ancora che gli U2 esistessero anche solo come idea vaga. «Non c’era molto da fare», dice parlando del sobborgo sonnacchioso di Dublino dove è cresciuta. «Così rifacevamo i video musicali di Kylie Minogue e Robbie Williams. Oppure mettevamo una moneta in una ciotola di farina e cercavamo di tirarla fuori tenendo le mani dietro la schiena». Ogni mercoledì, poi, Eve si univa a una compagnia teatrale locale per recitare degli sketch dei Monty Python. C’è stato un periodo in cui «la cosa più divertente da fare» era noleggiare dei film, guardarli a raffica e poi mettersi a fare scherzi telefonici. A volte prendevano i numeri dall’agenda di suo padre e facevano degli scherzi a Justin Timberlake.

Quando Hewson aveva 15 anni, la sua tutrice l’ha scelta per un lungometraggio. «Da lì è iniziato tutto», dice. «È stato il momento in cui mi sono appassionata». Ha trascorso l’estate a studiare alla New York Film Academy ed è stata ammessa al prestigioso corso di recitazione Tisch della New York University. Così si è trasferita a New York, dove «camminavo sulla Sixth Avenue vestita tutta di nero, fumando sigarette e bevendo caffè, recitando i monologhi nella mia testa, sentendomi una vera attrice». Quando i genitori le hanno manifestato le loro perplessità, lei ha reagito. «Il padre di mio padre gli aveva detto di non cantare, e io gliel’ho ricordato», racconta.

D’altra parte, ci sono stati momenti in cui essere chi lei è si è rivelato difficilissimo, a livello fisico e psicologico, vivendo a contatto con un’industria nota per come manipola le menti. «Sono cresciuta in mezzo a persone che prima ancora di incontrarmi si fanno un’idea di chi io sia», dice. «Molto prima che io entri in una stanza, hanno già deciso se gli piaccio o no: è una cosa dura da affrontare, crescendo. È anche difficile parlarne, perché la gente poi dice: “Ecco, si lamenta dei suoi privilegi”».

Cosa che non sta assolutamente facendo. Cerca solo di spiegare che, rispetto a quanto accade alle altre persone, lei ha dovuto chiedersi ogni volta se un’offerta che le facevano fosse sincera o arrivasse solo «perché, sai, volevano che ci fosse la figlia di Bono», dice, abbassando la voce mentre dice «la figlia di Bono». Quando ha fatto il provino per The Knick, il direttore del casting ha indicato solo il suo nome di battesimo («come se fossi Madonna o qualcuno del genere»). Non sa chi abbia svelato al regista Steven Soderbergh di chi lei era figlia. «Ma credo che, scoprendolo, lui abbia detto: “Ok, devo vederla”. Perché, ovviamente, pensava che sarei stata una specie di piantagrane», dice ironica. «Nell’insieme, tutti noi nepo baby (i “figli di”, ndr) abbiamo una pessima reputazione. Ci servirebbe un nuovo team che si occupi delle PR. È dura là fuori, per i nepo baby».

Probabilmente è una prova della sua stabilità (e della sua naturale inclinazione, tutta irlandese, a prendersi per il culo) il fatto che, quando l’anno scorso il New York Magazine ha pubblicato una cover story sui nepo baby, Hewson si sia buttata a capofitto nella mischia. «Sono davvero distrutta perché non sono stata citata nell’articolo sui nepo baby: non hanno visto la mie serie di successo Bad Sisters? Che faccia tosta», ha twittato, dopo aver commentato l’articolo con una sola parola: «Invidiosa». È rimasta sorpresa dalla valanga di reazioni a quella che per lei era solo una battuta. «Io twitto stupidaggini tutto il giorno. Nessuno ci fa caso», mi dice. «E poi, all’improvviso, è nato un dibattito enorme e la gente ha espresso tutte queste opinioni diverse e… mio Dio, è stato folle. Ma è stata anche una gran pubblicità per Bad Sisters. Voglio dire, Internet è un postaccio, ma bisogna usare queste cose a proprio vantaggio».

Eppure Hewson non dovrebbe stupirsi di questo gran dibattito, visto il suo curriculum. In fondo lei era in macchina con suo padre e Bobby Shriver quando loro due hanno avuto l’idea di (RED). Ed è andata a Cork per incontrare gli orfani arrivati dalla Bielorussia nell’ambito del lavoro svolto da sua madre con il Chernobyl Children’s Project. A proposito di Flora and Son, sapeva che qualcuno avrebbe messo in dubbio che lei potesse davvero interpretare un personaggio così difficile. «Tre giorni prima dell’inizio delle riprese, stavo per mollare tutto», racconta. «Ero in preda all’ansia. Il dibattito sui privilegi che stiamo avendo in questo momento… so bene da dove arriva. E lo prendo sul serio».

Hewson spiega che, nonostante le corsie preferenziali di cui gode, ha fatto le sue esperienze strazianti a Hollywood, compreso un brutto episodio di #MeToo che l’ha quasi spinta ad abbandonare la recitazione. «Onestamente, se ci penso, devo chiamare il mio terapeuta», dice, rifiutandosi persino di nominare il film in questione. Si è poi ritrovata a soffrire di attacchi di panico prima dei provini e a chiedersi se il corpo non le stesse sabotando la carriera d’attrice, come forma di autoconservazione. Un anno dopo, il movimento #MeToo ha portato all’introduzione di ruoli più interessanti per le donne, tra cui il suo nei Luminari («era simile a ciò che stavo vivendo, perché lei era una specie di oggetto del desiderio per tutti e si sentiva in trappola»), e una sensazione di empowerment che l’ha aiutata a innamorarsi di nuovo della recitazione. «All’improvviso, le persone ascoltavano le donne, che avevano accesso ai media e ai social media e potevano dire: “Questa è stata la mia esperienza. Ora dovete starmi a sentire”. È una cosa che ha cambiato tutto, sul set. Se ho un problema, cazzo, è meglio che mi prendano sul serio. Devono farlo».

Eve Hewson e Joseph Gordon-Levitt in ‘Flora and Son’. Foto: Apple TV+

Se ancora c’erano dubbi che Hewson dovesse essere presa sul serio per i suoi meriti (ma probabilmente non ce n’erano proprio), Flora and Son li ha messi a tacere ricevendo una standing ovation dopo la prima al Sundance. Da parte sua, Hewson ha fatto pace col fatto che il suo status privilegiato ha contribuito a far decollare la sua carriera, ma non può essere l’unica cosa che l’ha alimentata. «Mi sono posta tante domande, e quello che ho capito è che sono un’attrice», spiega. «Interpretiamo personaggi che non sono uguali a noi stessi. La vera bravura consiste nel non sapere nulla della vita di queste persone, del loro contesto sociale o del background, ma riuscire a trovare un modo per entrarci in sintonia e creare dei ritratti autentici. Ho interpretato prostitute, assassine, un uomo che vive nel corpo di una donna. Devo solo ricordare ciò che faccio».

Inoltre si è capito che, per certi versi, non si sarebbe potuta fare una scelta migliore di Hewson, per Flora. La canzone più bella del film è quella di cui lei è co-autrice, una dote per la quale è più che felice di riconoscere la sua discendenza. «Sono cresciuta scrivendo canzoni», dice, spiegando che suo padre a volte le faceva ritagliare delle parole da un giornale, da usare per creare dei testi, un po’ come si fa nel gioco Mad Libs. «Eravamo molto partecipi del suo lavoro, ogni giorno. Ci faceva sentire della musica e chiedeva: “Cosa ne pensate di questa canzone? Vi piace questa strofa?”. Mio papà non mi ha insegnato ad andare in bicicletta: lui mi ha insegnato come si scrive una canzone». Quella che canta con il co-protagonista Joseph Gordon-Levitt è stata scritta in uno studio di Dublino, in sole otto ore, e registrata la notte stessa.

Ora, con l’arrivo di Flora and Son, Hewson è appena tornata da Cape Cod, dove stava lavorando alla serie murder-mystery di Netflix The Perfect Couple, finché la produzione non è stata interrotta dai picchetti della Writers Guild of America («capisco ciò che stanno facendo»). Poi andrà nel Regno Unito per girare Hedda, tratto dall’opera teatrale di Ibsen, e subito dopo sarà sul set della seconda stagione di Bad Sisters. La sua agenda è così fitta e frenetica che, mi dice, anche se le piacerebbe avere un fidanzato, la cosa sembra impossibile da un punto di vista logistico. «Ho aperto un account su Hinge», dice la Hewson. «Il primo match che ho avuto è stato un uomo di 85 anni. Si chiamava Malcolm, lavorava in radiologia e cercava solo una donna attraente, giovane e snella con cui avere qualche avventura». Fa il gesto delle virgolette in aria e aggiunge: «In sicurezza».

A proposito di sicurezza, passano un paio di ciclisti e lei piega la testa di lato. «Sai, non so ancora andare in bicicletta», ammette. Poi nota il mio sguardo incredulo e scoppia a ridere: «Non è possibile, cazzo».

Questa intervista è stata realizzata prima dell’inizio dello sciopero degli attori.

Da Rolling Stone US

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