Ermanno Olmi: «Ognuno ha l’anima che si merita»

Nella sua ultima intervista con Rolling Stone il regista raccontava del film che sarebbe diventato il suo testamento artistico e spirituale.

Foto via Ipa Agency.


Il posto, L’albero degli zoccoli, e ancora La leggenda del santo bevitore o Il mestiere delle armi: sono solo alcuni dei titoli più celebri con cui Ermanno Olmi ha scritto pagine indelebili. Ci ha lasciato oggi a 86 anni, infatti, uno dei registi più determinanti della storia del cinema italiano, un artista nella cui opera il Sacro ha sempre avuto un ruolo determinante. Era marzo 2017, infatti, e Olmi ci raccontava del suo ultimo film Vedete, sono uno di voi, incentrato sulla del cardinale Martini, raccontato dal regista con la sua stessa voce. Film che rappresenta il “testamento artistico e spirituale” del regista.

Ermanno Olmi, l’ultima intervista con Rolling Stone

La prima cosa che colpisce di Vedete, sono uno di voi, l’ultimo film di Ermanno Olmi dedicato al cardinale Martini, è la voce fuori campo. Che è proprio quella del regista. Fragile, imperfetta, ma appassionata: un tocco di genio – mi ha ricordato Werner Herzog, che ha fatto del suo accento tedesco il marchio inconfondibile del suo cinema – che rende ancora più personale un’opera che va al di là delle definizioni di genere. «Non è un documentario», mi ricorda del resto Olmi, all’inizio di questa intervista. Senza la sua voce, semplicemente, Vedete, sono uno di voi non sarebbe così bello ed emozionante.

Il film racconta la vicenda umana di Carlo Maria Martini, a partire simbolicamente dal suo letto di morte (avvenuta all’Aloisianum di Gallarate nel 2012) per tornare subito alla sua nascita, a Torino nel 1927, e ripercorrere da lì 85 anni di storia di un uomo, che è anche una storia italiana: il fascismo, la democrazia, l’iniziazione di Martini presso i Gesuiti, gli anni di piombo e l’assassinio di Aldo Moro, Giovanni Paolo II, Tangentopoli, un giovane Silvio Berlusconi, la pedofilia nella Chiesa cattolica, la crisi del capitalismo, il ritiro di Martini a Gerusalemme. Il tutto raccontato attraverso immagini di repertorio, le parole del cardinale, e spezzoni da film dello stesso Olmi.

È quindi anche una sorta di testamento artistico e spirituale per il regista lombardo, che sembra quasi fare un omaggio alla propria carriera attraverso questi 80 minuti di poesia per immagini. Al telefono dalla sua casa ad Asiago ci ha raccontato, con sorprendente vitalità e humor, come possiamo ancora trovare un po’ di spiritualità in questo mondo.

Maestro Olmi, come si sente?
Non c’è male, grazie, tenendo conto della quantità di stupidità che gira per il mondo.

La chiedo subito: quando ha deciso di usare la sua voce per questo film?
Durante il montaggio. Non c’era nulla di prestabilito, io facevo semplicemente da colonna guida con la mia voce. Com’è capitato in passato, sarebbe dovuto poi arrivare un signore distinto, lo speaker del giorno, per recitare le battute. Ma a un certo punto io e Paolo Cottignola, il montatore, ci siamo resi conto che l’effetto sarebbe stato molto diverso, con la voce di qualcun altro. Con la mia voce si manifestava una comunione di sentimenti: come un nonno che racconta una favola ai bambini. In questi casi, non è pensabile passare attraverso un intruso.

È stata la prima volta che lei ha fatto da narratore?
Avevo pensato di farlo con Il segreto del bosco vecchio. Ma dato che c’era di mezzo anche un attore, Paolo Villaggio, il risultato era una strana commistione… lì non volevo farmi triturare da un coro di professionisti. Nel caso di Vedete, sono uno di voi era una questione di sentimento. I nostri doppiatori sono bravissimi. Ma a un doppiatore non gliene può fregare più di tanto, alla fine.

Il ritratto che emerge dal suo film è quello di un uomo che viveva una vera spiritualità del quotidiano, che provava rispetto e amore per il mondo. È questo il messaggio ultimo che ci lascia Carlo Maria Martini?
La riprova di questo, è che lui avrebbe potuto essere Papa, ma non ha voluto. Anche per ragioni di salute, certo… ma, quando si avvicinò il Conclave, disse di essere molto più malato di quanto non sembrasse. Era un modo per mettere le mani avanti, non voleva assolutamente fare il Papa. Ricordo che ho incontrato Martini per la prima volta dopo l’elezione a vescovo di Milano (nel 1979), quando l’ho intervistato per la prima rete Rai. Quello che mi colpì subito era la sua capacità di ascoltare, la sua voglia di capire, di imparare dagli altri. Non cercava di indottrinare nessuno.

Pensando alla figura di Martini descritta nel film, la sua disponibilità a guardare alla dignità delle persone, a capire senza giudicare – al punto, nel 1984, di battezzare nel carcere di San Vittore i figli di Giulia Borelli, esponente di Prima Linea, concepiti dentro la gabbia processuale: una decisione che fece scandalo – mi è venuta in mente la famosa battuta della Regola del gioco di Jean Renoir: “Nella vita, ognuno ha le sue ragioni”.
Le dirò di più: un’altra persona avrebbe potuto dire che i due avevano profanato la religione con un atto sessuale. Invece Martini, con quella sua capacità di interpretazione onesta e lucida della realtà, disse: “Se l’hanno fatto, avevano un motivo”. Argomento chiuso (ride). Lei conosce I quattro libro di lettura di Lev Tolstoj, il libro di favole per bambini? (Olmi ha scritto un’introduzione per una bellissima edizione illustrata, pubblicata nel 2013, ndr). In quel libro i bam- bini sono per noi una presenza inesorabile di giudizio, perché sono innocenti e il loro giudizio è sempre, totalmente libero. È questo il tipo di atteggiamento che sapeva assumere Martini.

Lei che lo ha conosciuto bene, considerava Carlo Maria Martini più un amico, o una sorta di guida spirituale?
Lui si sarebbe ribellato all’idea di essere una guida spirituale, perché ognuno si guida da solo. Lo spirito è talmente ampio, talmente universale e totale, che ognuno di noi può avere il proprio pezzetto. Però gli piaceva molto andare in montagna: in quel senso sì, forse fare la guida gli sarebbe piaciuto. Come diceva Don Mazzolari, essere guide spirituali significa tenere le anime in una sorta di asilo infantile (ride). Martini voleva che ognuno trovasse la sua strada. Non esiste la massa di popolo: ognuno ha una sua individualità, diversa dalle altre, e questo assegna la dignità a ciascun uomo.

Secondo lei, cosa penserebbe il cardinale Martini di Papa Francesco?
Si tratta di due personalità abbastanza diverse, anche se unite dalla religione.

Sono entrambi gesuiti.
Esatto. Come dicevo, ognuno si muove con i propri passi. In questo momento Bergoglio è un Papa che vuole mettere tutti su uno stesso piano, lasciando che ciascuno esprima il meglio di sé… Lei ha mai fatto la fotografia per la carta d’identità? In quelle foto abbiamo tutti la faccia da stupidi (ride). Perché ci sforziamo di fare un’espressione che ci renda belli. Perché i bambini in fotografia vengono tutti bene? Perché non pensano affatto a esibirsi. Bergoglio è così: si mostra per quello che è. È come il pane fatto in casa.

Bergoglio ha raccolto l’eredità morale di Martini?
Senz’altro. Le dirò, tra gli ultimi papi, Bergoglio è quello che ricorda di più Papa Roncalli, che tutti paragonavano a un pastore con il suo gregge. Qui dovremmo aprire un discorso: come deve apparire un Papa? Altri pontefici del passato erano papi “recitanti”. Adesso lo è anche qualche cardinale, non è vero? Ne conosciamo qualcuno.

Tra i cardinali l’invidia sembra un peccato piuttosto diffuso.
Martini invece si sentiva gratificato dalla ricchezza spirituale che gli proveniva dal far parte del popolo di Dio.

Tra i pregi del suo film c’è quello di ricordare, anche ai non credenti (come il sottoscritto), che può esistere una dimensione spirituale che va al di là della fede o della religione.
Il Creatore non ci ha fatto tutti uguali con lo stampino. Ognuno di noi, venendo al mondo e relazionandosi con gli altri, diventa responsabile di se stesso. L’altra sera ho sentito in tv Eugenio Scalfari, che diceva che il fondamento cristiano si basa sulla raccomandazione: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Io ho sempre pensato che dovrebbe essere: “Ama il prossimo tuo più di te stesso”.

Papa Francesco ha visto Vedete, sono uno di voi?
Spero di sì. C’è stata una proiezione a Roma, per la gente del Vaticano.

È curioso di sapere come verrà accolto, in ambiente ecclesiastico?
Come si dice: stendiamo un velo pietoso (ride). Ma in fondo è questo il travaglio dell’umanità: ciascuno riesce a essere se stesso, perché ha la convinzione e la forza per esserlo. Altri sono più deboli, e questa forza non ce l’hanno. Ma vanno perdonati. Invece, soprattutto, non vanno perdonati quelli che fanno della religione mercato.

E a Roma ce ne sono ancora parecchi, no?
Confortiamoci del fatto che Cristo ha detto: “Distruggerò questo tempio, e lo riedificherò in tre giorni”. Non è che lui avesse un’impresa edile: tre giorni era un modo di dire (ride). Intendeva la Chiesa che siamo ognuno di noi. Questo mi ha fatto venire in mente quella volta che ero andato a trovare Martini prima di Natale. Mi ha chiesto cosa stessi facendo. Ho risposto che stavo girando un film su Giovanni delle Bande Nere (“Il mestiere delle armi”, 2001, ndr) ed ero un po’ preoccupato: c’era una scena di agonia che durava 40 minuti. Il cardinale ha detto soltanto: “Uh!”. Come a dire: roba da spararsi! (Ride).

Vede una continuità tra Roncalli, Martini e Bergoglio? Vede una continuità tra Roncalli, Martini e Bergoglio?
Sì. Perché, vede, ciascuno di noi ha il proprio volto, che lo distingue dagli altri. Questo volto è l’espressione di ciò che siamo stati. Camus ha scritto: “Dopo una certa età, ognuno è responsabile della propria faccia”. Si immagini come vivono quelli che non sono soddisfatti di ciò che vedono allo specchio, e tutte le mattine devono mettere su un trucco per presentarsi in pubblico. Le confesso che non desidero affatto entrare in relazione con chi non è contento della propria faccia. Perché significa che non è contento della propria anima.

Lei crede che Papa Francesco riuscirà a riavvicinare i giovani alla Chiesa, o comunque a una dimensione più spirituale? Credo di sì, è una necessità vitale. Arriva un momento nella vita, in cui bisogna ascoltare ciò che la tua anima ti chiede, a volte sussurrando, a volte urlando. E io sono convinto che nessun uomo può ignorare la propria anima.

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