Un estratto dalla conversazione tra Matilda De Angelis, co-direttrice del numero speciale di Rolling Stone Italia, e Camilla Cattabriga, Eleonora Contessi e Claudia Sicuranza, direttrici della fotografia e co-fondatrici di Eki Magazine. Il numero è in edicola dal 2 settembre e disponibile nello store online.
INIZI
Matilda: Cominciamo dagli esordi… Voi tre come siete arrivate a fare cinema?
Claudia: Io ho una formazione da fotografa. Al cinema sono arrivata quasi per caso: un amico mi chiese di curare la fotografia di un suo corto. Non l’avevo mai fatto, ma mi disse: «Mi piace come illumini e come inquadri». Da lì, mi si è aperto un mondo… Questa giostra complessa messa in moto da tante persone, ognuna con le proprie competenze, mi rapì completamente: una vera e propria magia, rispetto al lavoro solitario che facevo come fotografa. Capii subito che quella dimensione collettiva era proprio ciò che cercavo, ciò che ancora mi mancava.
Eleonora: Anche io nasco come fotografa: ho iniziato a scattare prestissimo, da bambina. Il cinema invece mi ha dato il movimento, che ho trovato affascinante fin da subito: è così che è nata la mia esigenza di capire cosa significhi illuminare pensando a questo.
Camilla: Ho iniziato a scattare intorno ai dodici anni e, anche per me, il cinema è arrivato in modo abbastanza casuale. Finiti i miei studi al DAMS, ho iniziato ad interrogarmi su come proseguire il mio percorso ma poi, trovato il Centro Sperimentale di Cinematografia, ho fatto le prove di ammissione e sono stata presa: è stato lì che ho scoperto il cinema dal punto di vista della direzione della fotografia.
Matilda: Perdonatemi se sarò ripetitiva… Per quel che riguarda me, dopo il liceo, ho fatto un provino a Vicolo Bolognetti. Camilla, mi pare fossimo andate insieme io, te e Cecilia, per sostenerci a vicenda. È andato bene: dopo alcuni callback sono stata presa per Veloce come il vento di Matteo Rovere. Insomma, ho iniziato da totale profana: venivo dalla musica e, anche se ero molto giovane, suonavo in una band. Il mio primo approccio all’arte, quindi, non è stato attraverso il cinema.
Camilla: Perciò anche tu diresti di essere entrata nel cinema per caso?
Matilda: Penso che ogni scelta, conscia o inconscia che sia, ci porti verso una direzione. Ho fatto cose trasversali nella vita: sport, musica, violino, canto… tutte discipline che si studiano anche nelle scuole di recitazione, per imparare l’uso del corpo o la padronanza della voce. In un qualche modo, siamo tutte arrivate al cinema per scelte inconsce fatte nel tempo, ma credo fermamente che ci sia sempre qualcosa di vivo quando prendiamo una decisione, più o meno ponderata che questa sia. Però, per poter iniziare, serve necessariamente qualcuno che ti dia fiducia…
Claudia: La fiducia è fondamentale per fare questo mestiere. Ma è assai difficile da trovare, anzi forse è proprio ciò viene offerto meno ai giovani di oggi: qualcuno che dia loro fiducia, cosicché riescano ad immaginare questo lavoro come una carriera effettivamente possibile.
FIDUCIA
Matilda: E allora parliamone, di fiducia… Innescare l’atto creativo, creare qualcosa che prima non esisteva, è un bel trip, ed è la grande forza del cinema: costruire mondi. Quel salto, per me, non è niente di meno che un vero e proprio atto di fede. Voi siete direttrici della fotografia: quando si lavora in pellicola, questo atto di fiducia diventa ancora più evidente, perché non puoi sapere davvero cosa otterrai fino al momento della visione. Che cos’è, per voi, la fiducia?
Camilla: La fiducia è per forza di cose intrinseca a questo lavoro e parte già dalla squadra che si decide di costruire: la troupe non è altro che una “famiglia” di persone di cui ti fidi. È stato quando ho girato il mio primo film [Ketticè di Giovanni Tortorici, in uscita a settembre] che ho capito quanto fidarsi di tutto il team fosse fondamentale. Poi c’è la fiducia in sé stesse, nelle proprie scelte e nel proprio gusto: forse quella più difficile, perché un po’ di dubbio resta sempre. Quando invece si riesce a trovare anche questa, tutto diventa più semplice.
Eleonora: La fiducia è qualcosa di prezioso, prima di tutto a livello individuale. Anche se il nostro lavoro è collettivo, ognuno porta sé stessa dentro l’opera. Conoscere sia i propri limiti che le proprie possibilità aiuta a creare empatia e a comunicare davvero con gli altri.
Camilla: E per un’attrice invece, che ruolo ha la fiducia?
Matilda: Ha un ruolo fondamentale, per questo insisto sempre sulla vicinanza tra arte e amore. L’amore presuppone fiducia: per stare con qualcuno sentimentalmente devi averne, e oltre ad essa, serve condividere insieme un progetto, proprio come accade nel nostro lavoro. A volte capita che non hai tutti gli elementi per fidarti, per esempio quando la o il regista è agli esordi e dunque non hai potuto vedere nulla di suo; in questi casi, di solito è qualcosa di istintivo ad orientarmi o meno verso quella persona. Una volta dentro il progetto, mi affido più a quella sensazione che a considerazioni razionali: è una questione di pancia, e con gli anni ho imparato quanto sia importante assecondarla.
Eleonora: E qual è il limite entro cui capisci cosa puoi o non puoi dire ad un regista alla sua opera prima?
Matilda: Proprio come accade anche nelle relazioni, non ci si può sostituire al processo di crescita dell’altro. Puoi accompagnarlo e consigliarlo, ma il processo creativo è privato e personale, e non ci si può intromettere nella visione artistica altrui. Bisogna dare fiducia a quella visione: è un po’ come sposarsi con una persona… poi ti devi accollare sia il bene che il male che ne consegue.















