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Elogio dell’ascolto: faccia a faccia con Vinicio Marchioni

Camaleontico, eclettico, spiazzante. L’interprete per cui realmente «non esistono piccoli o grandi ruoli, ma solo piccoli o grandi attori» torna con il coralissimo ‘Siccità’ di Paolo Virzì. Che l’ha messo a nudo, per davvero

Vinicio Marchioni a Venezia 79

Foto: Alessandro Treves per Rolling Stone

«Ho imparato tempo fa che il detto “non esistono piccoli o grandi ruoli, ma solo piccoli o grandi attori” è proprio vero. Lo sentiamo dire sempre alle scuole di recitazione, ma sperimentarlo è tutta un’altra cosa. L’ho appreso girando Scialla! di Francesco Bruni, che era qui a Venezia nel 2011. Anche in Siccità, il nuovo film di Paolo Virzì, interpreto un ruolo abbastanza marginale e con poche battute, ma credo sia un personaggio importante, così come tutti gli altri, più o meno al centro o ai margini della scena».

Camaleontico, eclettico, spiazzante. Vinicio Marchioni è tra gli attori più bravi della sua generazione in teatro, cinema e tv. Dopo la fama raggiunta con il ruolo del Freddo nella serie Romanzo criminale, ha saputo reinventarsi e scegliere sia opere pop che indipendenti, film di genere e film autoriali. Da 20 sigarette a Tutta colpa di Freud fino a Drive Me Home, dal Contagio a The Place fino a Ghiaccio. Lo incontriamo per questa intervista all’Hotel Excelsior del Lido di Venezia, negli ultimi giorni della recente Mostra del cinema, dove ha presentato – fuori concorso – il corale Siccità.

Il film di Paolo Virzì – in uscita il 29 settembre – immagina una Roma, per estensione un Paese, in cui non piove da quasi tre anni. Una città post apocalittica invasa dalle blatte in cui manca l’acqua, il Tevere prosciugato (grazie al digitale e al montaggio), incendi continui. Le persone si preoccupano solo della propria sopravvivenza. Una realtà distopica non troppo distante dalla recente pandemia e dal mondo attuale, in guerra e in crisi energetica. Marchioni interpreta uno dei tanti personaggi che costellano il film (gli altri protagonisti sono Valerio Mastandrea, Silvio Orlando, Elena Lietti, Emanuela Fanelli, Max Tortora, Monica Bellucci, Sara Serraiocco, Gabriel Montesi, Tommaso Ragno, Diego Ribon…). In Siccità, Vinicio è un avvocato di successo, Luca, sposato con Sara-Claudia Pandolfi, dottoressa divorziata da un ex autista di auto blu (Mastandrea).

Foto: Alessandro Treves per Rolling Stone

Citavi Scialla! di Francesco Bruni. Perché è stato un film importante per te, nonostante non fossi tra i protagonisti?
Perché mi ha dato la possibilità di prendere in giro me e il ruolo del Freddo (interpretava il boss “il Poeta”, nda). Mi ha permesso di giocare con grande ironia con il successo di Romanzo criminale. Credo di essere un professionista serio, ma non serioso, e penso che l’ironia e l’autoironia siano alla base della leggerezza della vita e della professione. Mi ha consentito di dare una picconata a quel personaggio.

Paolo Virzì ha dichiarato che ti ha chiamato sul set di Siccità, dicendo tra il serio e lo scherzoso: «Vinicio, in questo film non devi fare assolutamente niente».
In sceneggiatura c’erano solo poche righe e poche note sul mio personaggio. Praticamente ero “nudo”, senza un’armatura o una maschera, senza una rete di protezione. Qualcosa di stranissimo, che non avevo mai vissuto prima su un set. Un attore come me è abituato a studiare, leggere, approfondire, prepararsi. Mi sono affidato ciecamente e con fiducia a Virzì. Ho avuto subito la consapevolezza di essere nelle mani di un grande burattinaio.

Luca è un avvocato piuttosto arido, fedifrago, senza cuore.
È una persona che non ha alcuna empatia, che si protegge dentro il suo bel vestito sartoriale fatto su misura, quasi una cassa da morto, un involucro vuoto. È un personaggio senza alcuna capacità di ascolto, senza il coraggio di confessare le proprie insicurezze e i propri desideri alla moglie. Si rifugia nel proprio egoismo e in una messaggistica virtuale con un’altra donna. Non vive e rende tossico il rapporto.

Hai conosciuto persone così?
Sì, ma non mi sono ispirato a qualcuno di particolare. Come attore, non devi giudicare il personaggio alla fine del processo, ma all’inizio. Se sei consapevole che il tuo ruolo è quello di una merda, allora ti diverti a farlo merda davvero. Devi trovare gli strumenti per farlo e a quel punto sarà il pubblico a giudicarlo per quello che è. Se come attore lo giudichi mentre lo interpreti, è possibile che ti blocchi. Alla fine, però, credo che per tutti i personaggi di Siccità si provi una diversa forma di compassione. Virzì ha messo in scena una sorta di grande caverna platonica, un mito della caverna molto contemporaneo, di ombre e realtà. Un cinema specchio che pare dirci: guardatevi, questo siamo diventati. Se riconoscete dei difetti in questo specchio, fate qualcosa.

Foto: Alessandro Treves per Rolling Stone

Virzì non ti ha dato davvero nessuna indicazione?
Una sola: “Voglio che tu faccia come Daniel Auteuil quando recita”. Un riferimento meraviglioso quanto assurdo. Pure Mastroianni pareva non fare niente quando recitava, però era in grado di fare tutto. Paolo mi ha detto: “Lo spettatore non deve capire affatto quello che pensa il tuo personaggio”.

Com’è stato il set?
Divertentissimo, nonostante fossimo in pandemia e nonostante il tema cupo al centro del racconto. Paolo è in grado di entrarti dentro, toccarti il cuore, farti sentire un misto di commozione stupita verso l’umanità, solitudine e amore universale. E, immediatamente dopo, farti ridere come un pazzo. Sono gli incontri con registi come lui e colleghi bravi che aiutano davvero a crescere.

Nelle pause tra un ciak e l’altro, si rideva?
Cazzeggio totale. Paolo racconta aneddoti sovrumani, tipo: “Quando ero al Festival di Cuba per il mio primo film e mi sono ritrovato con Fidel Castro e con García Marquez…”. Oppure narra di quando faceva l’aiuto dell’aiuto dell’aiuto sceneggiatore-ghost writer per Ettore Scola alla casa di Fregene di Scola e “veniva Mastroianni, che si annoiava e ci chiedeva se poteva andare al bar a prendere qualcosa per noi”. Aneddoti che ti fanno innamorare di questo mestiere.

Siccità è un’opera di profonde solitudini e incapacità di ascoltare gli altri, riverbera situazioni che abbiamo vissuto di recente. Tu come sei rimasto “vivo” durante la pandemia?
Grazie al lavoro. Quando hanno riaperto la possibilità di lavorare, con tamponi quotidiani, gel e mascherine, tutto è ricominciato quasi subito. Siccità lo abbiamo girato in piena pandemia. Ho fatto tante cose, da Ghiaccio (ora su Prime Video, nda) a L’ombra di Caravaggio di Michele Placido (in uscita a novembre dopo l’anteprima alla Festa del cinema di Roma, nda). Poi Vicini di casa di Paolo Costella, che dovrebbe uscire prima di Natale. Infine, nel 2023, è prevista l’uscita di Buon viaggio, ragazzi di Riccardo Milani, con Antonio Albanese, Fabrizio Bentivoglio, Sonia Bergamasco e me.

Sarai di nuovo anche in teatro?
Riprenderò per un paio di mesi, a gennaio e febbraio, Chi ha paura di Virginia Wolf? da Albee diretto da Antonio Latella, con Sonia Bergamasco. Tra pochi giorni, dal 29 settembre al 2 ottobre, andrà in scena al festival Fringe di Milano lo spettacolo di Milena Mancini Sposerò Biagio Antonacci, un monologo sulla violenza sulle donne di cui ho curato la regia. Con musiche di Biagio Antonacci…

Dicevi che gli incontri consentono la vera crescita.
L’incontro è tutto su un set, su un palco e nella vita in generale. Negli ultimi anni, nella comunicazione, credo sia passato il messaggio che lo scontro è tutto. Se non la pensi come me, allora sei “contro” di me. Dov’è finita la filosofia del pensiero? Noi che facciamo questo mestiere straordinario dobbiamo assolutamente continuare ad alimentare la filosofia della vita, i sogni, le idee, l’anima.

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