Elisabetta Mazzullo: ed io tra di voi (Luca Marinelli e Alessandro Borghi) | Rolling Stone Italia
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Elisabetta Mazzullo: ed io tra di voi (Luca Marinelli e Alessandro Borghi)

Dal teatro (e la musica) al debutto nel cinema. Con ‘Le otto montagne’, film attesissimo, da un romanzo famosissimo, e che riporta sullo schermo la supercoppia di ‘Non essere cattivo’. Ma un pacco di uova fresche ha reso tutto possibile

Elisabetta Mazzullo: ed io tra di voi (Luca Marinelli e Alessandro Borghi)

Elisabetta Mazzullo

Foto: Luca Carlino

Il giorno in cui Le otto montagne uscirà in sala, ovvero il 22 dicembre, Elisabetta Mazzullo firmerà anche il compromesso della nuova casa che ha comprato con il suo compagno: l’hanno scelta per via del giardino e di un piccolo orto da coltivare insieme e, in questo desiderio quasi primitivo di contatto con la natura, lei sospetta ci sia lo zampino del film con cui sta debuttando al cinema. Trovare una propria dimensione reale in un progetto che è, tutto insieme, il ritorno sullo schermo della coppia Borghi-Marinelli dopo Non essere cattivo e l’adattamento del bestseller di Paolo Cognetti per mano di due belgi che si sono fatti conoscere “giusto” per un “filmetto” come Alabama Monroe, ecco: praticamente mette l’ansia solo a leggerlo. Il rischio che lei facesse tappezzeria c’era eccome. E invece, in qualche modo e nonostante le sue paranoie comprensibili durante le riprese, Elisabetta Mazzullo è un elemento che resta sul serio.

E poi c’è che è andata come piace a noi, come quando c’è dietro una storia da raccontare. Tipo che le è capitato di fare il provino per un ruolo minore, e si è presentata con una confezione di uova fresche del contadino. Forse bizzarra ma con zero aspettative, perché nonostante gli studi allo Stabile di Genova e una carriera consolidata da attrice teatrale, ai casting non l’avevano presa mai: «Con un volto non canonico come il mio, non si vive di film». Poi però Felix van Groeningen e Charlotte Vandermeersch l’hanno richiamata per proporle un altro personaggio: Lara, la donna centrale nella relazione tra il Pietro di Marinelli e il Bruno di Borghi. Mazzullo, che per fortuna è ancora incontaminata e quindi conserva un’ironia niente male, parla con la voce del popolo: «Così mi sono ritrovata tra questi due fichi, a fare la morosa prima di uno e poi dell’altro».

Te lo aspettavi quello che stai vivendo, quando hai preso il ruolo?
Ti spiego: io non mi aspettavo neanche di prendere il ruolo. Arrivo dal teatro, mai fatto niente al cinema, in tv pochissima roba di fiction. Sai, le famose due pose che sei già contento così. Per questo film mi ero proposta per un ruolo molto più piccolo, quello della zia di Bruno che porta delle uova per farsi perdonare. Fatalità, quel giorno le avevo appena comprate dal contadino e così le ho portate con me al provino. Non mi ero neanche lavata i capelli. Dopo una settimana mi hanno richiamata per Lara.

Foto: Luca Carlino

I nomi di Marinelli e Borghi sono stati segnalati subito ai due registi. Tu invece sei stata un colpo di fulmine o un colpo di testa?
(Ride) Non so, magari si sono innamorati delle uova? Prima di rivedermi per Lara mi hanno fatto avere tutta la sceneggiatura e mi hanno chiesto di leggere il libro: “Prepara il provino con calma”. Mai successo nella vita. Volevano che avessi la cognizione della misura del mio personaggio all’interno del progetto. A teatro ho fatto spesso ruoli maschili, la femminilità era uscita fuori solo negli ultimi tempi della mia carriera. E invece qui non solo avevo in regalo due registi del genere, ma ho anche scoperto che c’erano questi due fighi di Marinelli e Borghi, e che dovevo fare la morosa prima di uno e poi dell’altro. Il karma è stato di una generosità infinita con me, non ti pare? Se pensi che poi è arrivato anche Cannes, a sorpresa…

Be’, mica tanto a sorpresa. Con tutta quella carne al fuoco, era quasi inevitabile.
Certo, però per me non era affatto scontato. Non speravo neanche di essere invitata, mi ero già guardata i voli per comprarmi il biglietto e andare a vedere la proiezione. A teatro funziona che t’arrangi, te lo trovi tu il b&b.

Ma tu quel provino lo hai fatto con la speranza di entrare nel circuito cinema?
La speranza c’è sempre stata. Il sogno era quello di lavorare sul grande schermo, poi il mio percorso è stato più cauto e ho incontrato il teatro. Lo Stabile di Genova però non è stata una scelta casuale, sapevo che da lì sono usciti grandi attori. Dopo tanto tempo che non ti prendono ai provini per il cinema, però, cominci a ragionare in modo più pratico. Tuttora penso che Le otto montagne sia stata una grande botta di fortuna, so che in Italia è difficile vivere di film per un volto non canonico come il mio. O sei molto bella, o sei molto particolare…

O devi aspettare molto e diventare vecchia.
Esatto. Trovo encomiabile che invece Felix e Charlotte abbiano scelto di investire su di me, e lo so che hanno provinato tutte per il ruolo.

Dicevamo, il triangolo con i due fichi d’Italia: questo è anche il loro ritorno come coppia sullo schermo, inserirti non era roba da poco.
A livello umano l’incontro con loro è stato fin da subito molto bello e scioccante, per la familiarità con cui si rapportano a chi hanno accanto. Però dentro di me c’era sempre una parte che rumoreggiava, pensavo “dovrebbe esserci qualcun’altra al posto mio”. Piena sindrome dell’impostora, sì. Solo verso la fine delle riprese ho cominciato a sentire meno frastuono, a impormi di essere presente.

Che poi adesso non riuscirei ad immaginare altra Lara che te.
Lei è una donna con una malinconia che le appartiene profondamente, che sceglie di realizzarsi per mezzo degli uomini che ama. È una figura femminile che decide di stare un po’ indietro. Questa cosa la riconosco e la capisco, e mi ha regalato subito una pennellata di amarezza verso una vita che non puoi avere e che continui a rimuginare.

La riconosci perché ti appartiene?
Sì. Purtroppo sì.

Elisabetta Mazzullo è Lara nelle ‘Otto montagne’, dal romanzo di Paolo Cognetti. Foto: Vision Distribution

Lara si carica della metà del significato di questa storia con due battute che, se non le avessi centrate così bene, non te lo avrei perdonato: “Non puoi aiutare uno che non vuole essere aiutato”. E poi: “A volte l’amore si consuma piano piano, a volte muore di colpo”.
Questa è la mia preferita dal momento esatto in cui l’ho letta. Penso che la scrittura di Paolo abbia la capacità di beccare un’emozione o un pensiero, e sfrondarlo da tanti orpelli. Credo che quello di limare sia un obiettivo del suo stile, un po’ come faceva Hemingway: cercare il cuore della faccenda. Quindi anche se non c’è uno sviluppo emotivo o narrativo del personaggio, certe frasi bastano. Nella struttura di quella battuta c’è qualcosa che centra una piccola verità e tocca il popular, perché tutti possiamo essere d’accordo e abbiamo fatto questa esperienza dell’amore. E questa, per me, è soprattutto una grande storia d’amore.

Hai un rapporto personale con questo libro, vero?
Assolutamente. Quando ho letto libro e sceneggiatura non era un momento di grande pace per me, c’erano molte cose in sospeso e risposte che non arrivavano. Anche mettermi lì due ore a leggere significava far tacere il resto, e questa storia mi ha restituito la pace che mancava. Credo sia anche merito del luogo a cui Paolo è affezionato, che nel film esce in termini sia pacifici che inquietanti. La montagna è una grandissima protagonista e tutti e tre, Paolo, Felix e Charlotte, sono riusciti a farla parlare senza aggiungere troppo altro.

Cognetti ha supervisionato le riprese, lo hai conosciuto?
Sì, l’ho conosciuto molto bene. Era sempre sul set, e il “dopo set” significava festeggiare a casa sua tra grigliate e bicchieri condivisi. Tutte le volte che ho potuto, sono tornata con il mio compagno a visitare quei luoghi. Nella pausa autunnale dalle riprese siamo andati dieci giorni ospiti a casa di Paolo, per respirare ancora un po’ quell’ambiente e quelle persone. Mi ha fatto conoscere chi ha ispirato i personaggi, anche la donna che nel suo immaginario ha rappresentato Lara. Siamo diventate amiche, ed è un po’ come la immaginavo: malinconica ma con una grande concretezza nell’anima.

In quei luoghi prevale più la sensazione di quiete o di inquietudine?
Dentro di me ci sono entrambe. Quella della Valle d’Aosta non è una montagna accogliente, è molto scura e nera. In quei giorni ho fatto escursioni oltre i tremila metri, e mi è rimasta addosso un’impressione di fatica anche visiva. Ora che mi sentirà parlare così della sua montagna, Cognetti mi ripudierà (ride). Al tempo stesso, le persone che ho incontrato mi hanno regalato calma e grandi silenzi, come i due uomini che hanno ispirato il personaggio di Bruno. Ti concedono forse una parola ogni cinque minuti. Sai, bersi un bicchiere di vino e non dirsi niente. All’inizio ti sembra strano, ma poi quel silenzio ti porta a fare i conti con la tua agitazione sociale di dover sempre riempire gli spazi vuoti.

Cognetti infatti scrive: “Siete voi di città che la chiamate natura. È così astratta nella vostra testa, che è astratto pure il nome”.
Esatto. Ma la montagna comanda lei, e tu sei piccolino. Le persone del posto, invece, è come se ormai sapessero relazionarsi con lei senza averne paura. E così sembrano dirti: siete voi gli strani, i villeggianti. Siete voi che vi aspettate di arrivare qua e rilassarvi, invece la natura è anche fatica, e freddo, e scomodità. Un aspetto che questo film ci regala è il senso della propria misura nel mondo: una vita a un’altra velocità è ancora possibile. Non è vero che siamo solo esseri che devono stare in città a produrre ed inquinare.

La crudeltà di questa storia è che prima ti mostra un’alternativa alla città, e poi te la nega. Vi siete ritrovati a parlare di massimi sistemi durante le riprese?
No, e forse mi accorgo del perché solo adesso che me lo chiedi tu. Felix è un uomo di poche parole e di molto sguardo. Osserva ma non si esprime, così come non ci ha mai indicato un modo di recitare. Il nostro discutere dei massimi sistemi è stato pratico: andiamo nella natura, mungiamo le mucche, facciamo il formaggio e stiamo insieme a tremila metri di altezza. Andiamo sui set a piedi, senza prendere i mezzi. Facciamo fatica, proprio come i nostri personaggi hanno scelto di vivere. C’è una scena in particolare tra me e Luca, e dopo averla provata due volte Felix ci ha bloccati: “Non la voglio più vedere, non fate niente, non parlatene”. Non sciupate questo materiale umano con un approccio troppo intellettuale.

Elisabetta Mazzullo con Luca Marinelli in una scena del film. Foto: Vision Distribution

Sai, ok Borghi e Marinelli, ma al tuo posto mi avrebbe suggestionato soprattutto il precedente di Alabama Monroe.
Quel film è stato un pugno. E aveva un peso per me, certo. Avevo anche guardato i contenuti extra e mi ero un po’ spaventata per l’auto definizione che Felix aveva dato di sé, ovvero che è molto esigente e non si accontenta. Aveva detto qualcosa tipo: “A teatro uno si fa andare bene tutto, ma al cinema no”. Quindi, al di là della densità che avevo visto nel suo stile, mi chiedevo cosa avrebbe voluto da me. Il suo modo di dipingere i personaggi tocca tutti i ruoli, per cui non mi sentivo sollevata da una responsabilità in quanto ruolo minore. Anzi.

Curiosità: voi recitate in italiano, loro come seguivano i dialoghi?
Avevano il copione in italiano ma non c’erano interpreti o traduttori sul set, è come se ci avessero messi in mute per concentrarsi sulla nostra organicità. Charlotte ha fatto un grande studio sulla nostra lingua nel corso delle settimane, ma non c’è stato un accanimento sulla parola. A loro interessava cosa stavamo facendo in scena e come metterci nella condizione di non fingere.

Credi che essere diretta da un uomo e una donna insieme abbia fatto differenza, in termini di punti di vista sulla storia?
Sì. E penso che anche dentro al film ci siano la densità di Felix e la delicatezza di Charlotte. Non saprei distinguerli in modo chiaro, ma sentivo che nella gestione della storia c’era l’armonia di un approccio sia maschile che femminile.

Pietro dice: “Secondo mio padre ad ogni stagione di leggerezza doveva seguirne una di gravità”. Diresti di trovarti nella tua stagione di leggerezza?
Sì. Anche se sono tanto in ansia per il futuro e non so cosa succederà. Non mi piace come sta andando il mondo e come stiamo diventando tutti. Questa esperienza però mi ha ridimensionato, io e il mio compagno abbiamo comprato una casa con il giardino e un piccolo orto da coltivare ogni giorno. Sospetto che ci sia lo zampino delle Otto montagne in questa scelta di vita, una ritrovata voglia di natura lontana dalla logica della rabbia e del profitto attuale. Credo sia cambiata anche l’idea che avevo del mondo del cinema.

Eri diffidente?
Sì. Voglio dire, Felix e Charlotte per me potrebbero tirarsela fino all’eternità, e invece sono persone serene e generose con il loro talento. Alessandro e Luca hanno un atteggiamento così familiare ed accogliente, che mi è venuto da rilassarmi: ok, quindi esiste la possibilità di lavorare nel cinema senza che succeda niente di male. Non devi diventare per forza un’altra persona.

Cognetti scrive che a fare la differenza è il modo in cui un luogo custodisce la tua storia, e come poi riesci a rileggerla ogni volta che torni in quel luogo. Quali sono i tuoi?
Mi sto rendendo conto che torno spesso con la mente nei luoghi che custodiscono i miei nodi personali. Ognuno ha i suoi piccoli traumi familiari e quelli ti inseguono per tutta la vita, li proietti ovunque vai. Ma c’è anche qualcosa di bello nel tornare dove hai sofferto, perché ti ricorda chi sei e dove sei andato per contrasto, chi vuoi diventare. Rovigo è il posto da cui parto, una cittadina tra l’Adige e il Po piena di cimici, zanzare e nebbia da cui sono scappata perché rappresentava una me antica, un po’ dimessa e rassegnata. Genova è la città che mi ha regalato una vita da attrice e mi ha permesso di scriverlo sul documento d’identità. Poi c’è Parigi, dove ho trascorso un periodo dopo l’università. Passeggiare col baschetto rosso e canticchiare anche se sono in Corso Buenos Aires a Genova, per me resta uno slancio dell’anima.

Foto: Luca Carlino

Partendo dal teatro oggi “te la canti e te la suoni”, come dici tu, nel Bette Davis Duo. Praticamente portate in scena il sonetto 71 di Shakespeare in chiave folk ballad.
L’hai beccata perfettamente. Il mio compagno di vita, Davide Lorino, è un attore, ma suona la chitarra da sempre. Quando mi ha incontrato e ha scoperto che cantavo fin da piccola, mi ha detto: “Fantastico, allora faremo un sacco di cover insieme”. Io gli ho risposto: “Io non farò mai le cover. Se vuoi scriviamo insieme della musica”. Abbiamo iniziato a comporre per scherzo e i sonetti di Shakespeare ci hanno reso le cose facili, perché hanno una musicalità intrinseca, sarà per via del giambico, della parola in sé o della rima. Ci abbiamo messo su uno spettacolo che portiamo in teatro da anni, centrato sul tema della giovinezza e dell’amore tra due adolescenti. È anche un modo di affrontare con leggerezza le nostre due adolescenze, entrambe burrascose.

Una cover però c’è, la vostra versione acustica di Smalltown Boy voce, chitarra e maracas, che ho ascoltato in loop per preparare l’intervista. Hai il genere di voce che ti consentirebbe di fare la cantante nella vita, non pensi?
Sai cosa? Non mi sono mai sentita cantante solista, a me fanno impazzire le doppie voci, quella roba lì mi massaggia il cervello. Il mio ideale è: in scena non meno di due. Il canto mi è sempre uscito fuori naturalmente, ma manteneva un valore estetico senza margine d’errore. Sarà che in Conservatorio l’errore è sempre stato sgridato e punito. Nella recitazione, invece, l’errore può essere un’occasione di scoperta, e spesso anche di verità, sia per l’attore che per la scena. Il famoso incidente che provoca una boccata d’aria, e che per me è adrenalina.

Suoni sia il pianoforte che l’oboe. Ora: io mi sono innamorata dell’oboe per colpa della serie Mozart in the Jungle, sennò col ciufolo che l’avrei considerato. Ma che ti passava per la testa?
(Ride) Ero piccolina e già studiavo il piano, volevo fare le medie del Conservatorio e cambiare strumento. Mia sorella mi ha fatto ascoltare una cassettina di Mozart dove c’era il flauto traverso: non mi diceva niente. Poi ho girato la cassetta e dell’altro lato c’era l’oboe: basta con ’sto flauto, ho pensato, io voglio lui. È uno strumento faticosissimo, implica il braccio, la doppia ancia, la respirazione, e infatti ora lo uso di rado. Ha un suono meraviglioso e struggente, assomiglia a una voce umana un po’ disperata. Però se per emetterlo devo morire ogni volta, allora metto su un disco e me lo ascolto lì.

Hai il coraggio di fare qualche pronostico su quello che verrà adesso?
Mi fermo sulla parola coraggio, che mi piace molto perché ha dentro il “cor”. Come tutto quello che mi suggerisce il mio intuito, il mio desiderio e la mia follia: credo che quella sarà la strada giusta da seguire. Sperando che ci sia la prospettiva per scegliere, e non il deserto.

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Foto: Luca Carlino
Styling: Flavia Liberatori
Camicia: Federica Tosi
Cappotto in eco pelliccia: Alberta Ferretti
Mocassini: Church’s
Make-up and hair: Elisa Zamparelli @makingbeutymanagement