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Elio: «Sono pronto per fare il Presidente della Repubblica»

Inizia la nuova, ennesima avventura di uno degli artisti più geniali di questo Paese: diventa giudice di ‘Italia’s Got Talent’ dal 19 gennaio fino al 23 marzo su Sky Uno e NOW. Ma qui si parla anche del suo libro, della sua ultima fatica teatrale, di Frank Matano, di Milano e di Inter. Come solo con lui si può fare

Elio nel ruolo di giudice di ‘Italia’s Got Talent’

Foto: Sky

Stefano Belisari, in arte Elio, è quel tipo di artista il cui nome diventa un sostantivo. Non è più solo un musicista straordinario, un comico irresistibile (le sue performance a LOL – Chi ride è fuori continuano a essere raccontate da tutti noi alle cene tra amici, poco prima delle citazioni dei film di Verdone), un intellettuale raffinato, un biografo attento e appassionato, un attore pieno di talento. No, lui, appunto, è Elio. E basta per definire una categoria, una poetica, un modo di vedere e raccontare le cose. Ora quest’uomo poliedrico e senza pregiudizi e paletti torna a fare il giudice in un talent, a Italia’s Got Talent per la precisione, una sorta di Corrida 2.0 in cui il Buzzer sostituisce cani che abbaiano e trombe, e le facce del nostro eroe, ci possiamo giurare, ci ricorderanno quelle di Corrado Mantoni. Alle 21.15 su Sky Uno e NOW, ogni mercoledì fino al 23 marzo, ci divertiremo con dilettanti allo sbaraglio e quattro giudici molto particolari (con lui torneranno Frank Matano, Mara Maionchi e Federica Pellegrini). Arriveranno come ospiti anche Paola Egonu e Bebe Vio, ma non diciamoci bugie: fin dagli spot abbiamo capito che la star è lui. E i costumi che indosserà, ovviamente, che faranno più notizia degli abiti della Fede nazionale.

Chi è Elio? Se apriamo e leggiamo Wikipedia, occupiamo una puntata intera di Italia’s Got Talent.
Su Wikipedia ci sono scritte come sai un sacco di balle. Io so solo che sul palcoscenico mi sento sempre e solo uno che suona il flauto traverso, prestato sovente ad altre attività. Non posso farci niente, io mi sento così, ma è vero che mi piace fare tante cose.

Il flauto. Come ci sei arrivato?
Come sono arrivato al flauto? Intanto ribadiamo che non parliamo del famigerato flauto dolce delle medie, ma del flauto traverso. Ci sono arrivato perché sin da piccolo sono stato attratto dalla musica, dalle canzoni, poi io ho avuto la fortuna di passare i primi dieci anni della mia vita negli anni ’60, che sono stati magici. Ascoltavo 45 giri tutto il giorno. Un giorno è entrata la bidella in classe, sarò stato in quinta elementare credo, ha chiesto chi volesse partecipare a un corso di musica senza specificare nient’altro, e io dissi urlando: “Io! Io!”. Fui l’unico. Mi ritrovai iscritto senza neanche rendermene conto a un corso di musica classica. Dopo un primo anno di ambientamento e orientamento, arrivò il momento della scelta dello strumento specifico. E siccome nella mia scuola le possibilità erano tre – pianoforte, violino o flauto – e tutti avevano scelto il primo, a me decisero di farmi iscrivere a flauto con una sorta di raggiro. Sfruttando anche l’assenza di mia mamma.

Anni a essere il leader di uno dei gruppi più dotati del panorama musicale italiano, tanto da diventare veri e propri maestri. Il Conservatorio Giuseppe Verdi finito con successo. Collaborazioni importanti in tutti i campi della musica. Poi però dell’Elio flautista tutti ricorderanno solo le performance di LOL.
(Ride sonoramente). In effetti non avevo riflettuto che la mia performance col flauto più conosciuta sia quella. Che devo dirti, non me ne frega niente! Sono solo contento di aver fatto ridere, perché nella mia vita chi è riuscito a farmi ridere lo vivo e lo vedo come un benefattore, ai limiti della santità, da Totò a Alberto Sordi a Carlo Verdone, e ancora Bracardi, Marenco, Alto gradimento. E se un giorno scoprirò di aver fatto lo stesso effetto a qualcuno, be’, non posso che esserne felice.

Elio con gli altri giudici di ‘Italia’s Got Talent’ Frank Matano, Mara Maionchi e Federica Pellegrini e la conduttrice Lodovica Comello. Foto: Sky

Ma lo sai, vero, che c’è pure Frank Matano? Vuol dire che avete fatto pace dopo LOL?
Quello con Frank è un rapporto di odio e amore, mi fa ridere molto ma c’è anche un clima di tensione incredibile, soprattutto per quella sua risata terribile. Per fortuna ho almeno ottenuto di averlo dall’altra parte del tavolo, e questo diminuisce un po’ la sofferenza.

Sembra la tua condanna: a ogni talent devi vivere nella tensione. Masochista?
Attenzione, a X Factor la contrapposizione tra i giudici è cercata, voluta, richiesta. Qui invece, al di là degli scherzi, vado d’accordissimo con gli altri giudici, sia con Mara – con cui c’è un rapporto d’amore da tantissimo, ci frequentiamo da più di dieci anni – che con Federica Pellegrini, un bellissimo incontro che è maturato in un grande rapporto tra di noi. Lei è straordinaria.

Puoi dirle che l’amo?
Vale per alcuni milioni di italiani, lo sai?

Antipatico. Ma come fa il Frank Zappa italiano, il più bravo e preparato, a fare un programma di amatori e dilettanti?
Fortunatamente a IGT c’è un doppio livello. Quello delle performance che arrivano sul palco, che è mediamente alto, e il fatto che parliamo di intrattenimento. Quindi è vero che devi valutare la qualità della prova, ma valutare anche come, quando e quanto ha impattato sul pubblico. C’è una gara ed è anche di livello, ma l’intrattenimento è sempre il punto di partenza.

Uno come te poteva rimanere tranquillamente nella sua comfort zone. E invece ti metti sempre in pericolo, meglio se con cose con cui puoi bruciarti.
In parte è perché voglio questo, sempre. Ma, come sai bene, non sempre se vuoi una cosa, quella accade. E infatti con X Factor non andò così, anzi andò storta. Poi c’è la possibilità di scegliere cosa fare e cosa no, che ho raggiunto nella mia carriera e che ho sempre protetto. Avevo pensato già da un po’ a questo format come uno dei pochi in cui mi sarebbe piaciuto stare. E come in un cocktail, l’ultimo ingrediente è che, accompagnandomi a personaggi di un certo livello, ho capito che nella vita le cose sono spesso più semplici di quelle che sembrano, ci aspettiamo e immaginiamo. E questa cosa ti fa trarre un grande insegnamento: se ti va di fare qualcosa, falla. E poi per me la scelta è molto semplice, ogni volta: mi annoio a fare sempre la stessa cosa, è una mia convenienza individuale prendere rischi, perché poi tutto diventa più interessante e finisco, appunto, per divertirmi.

Come recitare, a suo tempo, a teatro in Storia d’amore e d’anarchia per Lina Wertmüller. Ti manca?
Molto. Lina Wertmüller è un personaggio forte e importante. E a me ha insegnato tanto, a partire dal fatto che dicevo che la vita è più semplice di quanto credi. Lei ne era una fiera sostenitrice. Durante le prove dello spettacolo, quando non sapevo cosa cazzo fare e come e cercavo lumi, lei mi diceva solo: “L’importante è che il pubblico ci creda. Trova tu il modo, arrivaci come vuoi”. Da un lato sembra una cosa irraggiungibile, è vero, ma dall’altra è molto semplice, puoi muoverti come vuoi, basta arrivare a quello. E la vita come la rappresenta lei è sempre un cocktail di aspetti comici e aspetti drammatici, la prospettiva che più amo.

Tu sei come Monicelli. Un finto cinico che in realtà è un sentimentale.
Altroché, sono uno che si commuove spesso e che cerca di non darlo a vedere e quasi mai ci riesce. E qui a IGT sarà un problema, perché se tu vai allo spettacolo di un grande attore o artista, non pensi alla sofferenza, al lavoro che ha fatto ma solo a quello che vedi, a quanto godi del suo talento. Qui invece capisci, vedi in controluce anche la fatica del concorrente e ciò rende quest’avventura ancora più coinvolgente. La sfida in corso, il rischio che si è preso ti emoziona, inevitabilmente.

E, da sentimentale quale sei, con che coraggio hai fatto finire gli Elio e le Storie Tese? Al di là della disperazione personale, ti farei notare che voi vi sciogliete e arriva il Covid. Qui dovete tornare a suonare e fare album insieme per la salvezza del mondo.
(Ride di gusto, per diversi secondi. Ma non risponde, maledetto.)

Vabbè. Tornando al resto, c’è qualcosa che avresti voluto fare di più? Che so, l’attore?
A teatro farlo più di così era impossibile. Oltre a Lina, nello spettacolo su Gaber, Il Grigio, più attore di così non potevo essere. Al cinema non ho mai ricevuto l’offerta giusta, che mi andasse bene, e se forse è arrivata, lo ha fatto quando non potevo accettare, in una fase della vita in cui il tempo non c’era. Ma sono ancora a disposizione, ho ancora la curiosità di sperimentarmi in cose nuove.

A questo punto fai un film da regista.
Ho fatto tante cose, pure troppe, ma sapevo che ero in grado di farle. O immaginavo di poterci riuscire. Mettermi a fare un film mi sembra un po’ oltre i miei limiti. Non credo che saprei farlo nel modo in cui io vorrei.

Quindi, per lo stesso motivo, non posso chiederti di diventare Presidente della Repubblica? Perché eri il mio unico candidato.
E invece ti sbagli, quello lo vorrei fare, quello mi sento in grado di farlo. Sono eleggibile, nei prossimi giorni iniziano le votazioni, eccomi. Mi metto a disposizione.

Tornando al teatro. Il 15 dicembre a Forlì è iniziata la tournée di Ci vuole orecchio, che si concluderà il 3 aprile a La Spezia. Uno spettacolo su Enzo Jannacci, che come te è stato sempre sottovalutato perché faceva ridere e a cui hai detto di “voler rendere giustizia”. Un modo per rendere giustizia anche a Elio?
Per quanto riguarda me, io sono completamente soddisfatto di quello che ho fatto e di come sono visto, non ci sto male. Anche se hai ragione. Su Jannacci mi scoccia un po’ perché è molto più di quello che è apparso al grande pubblico. C’è una nicchia di suoi fan che lo amano per ciò che realmente è, e io sono tra quelli che ne capiscono la grandezza. Ma da molti è stato frainteso, sottostimato, incompreso. Ma poi non voglio fare neanche troppo il generoso e l’altruista: la verità è che mi piace terribilmente cantare Jannacci, per cui a teatro l’ho portato soprattutto per quello. Poi, certo, al di là di questo lato egoistico, è bello farlo per sentir dire agli spettatori dopo lo spettacolo: “Non sapevo che Jannacci fosse anche questo”. In più di 30 repliche è sempre successo. Se uno guarda e sente Enzo, è meraviglioso capire quanto faccia ridere e piangere – penso a Vincenzina o Giovanni telegrafista –, nessuno è così efficace nel suscitare entrambe le reazioni con la stessa potenza. E poi nessuno è mai stato così originale e unico: ti viene in mente uno a cui potrebbe essersi ispirato? A me no, non viene niente, il suo è uno stile unico, se l’è inventato lui.

Ho sempre creduto che alcuni grandi milanesi siano stati sottovalutati perché è stata sottovalutata Milano. Da Jannacci fino a te.
Sì, è vero, anche perché Milano è stata raccontata malissimo. Un altro motivo per cui lo porto in scena è che volevo anche raccontare una città che non è la Milano da bere, di Berlusconi, Forza Italia e la fabbrichetta. Uno stereotipo ridicolo che non ci rappresenta. Io che ci sono nato e ci vivo so che Milano è quanto di più lontano da quel mondo lì, basta notare che da vent’anni qui a ogni elezione Forza Italia e Lega non si sa neanche cosa siano. Jannacci racconta una Milano con una dose di follia elevata, una Milano che noi che ci abitiamo conosciamo bene e in cui ci riconosciamo, ma che fuori non arriva.

Paga gli anni a cavallo tra gli ’80 e i ’90. Come la tua Inter. Uno scudetto dei record e poi il vuoto.
L’Inter è un’altra cosa (si fa serio, mai come in tutta l’intervista, nda). Prima che me lo chiedi, non lo so come finisce quest’anno. Ma tanto il bello di essere interista è che lo sei indipendentemente da come va.

Senza pensarci, dimmi un poker di canzoni. Tre rock, una degli Elii. Da sentire durante quest’intervista.
Nirvana, Led Zeppelin, Deep Purple, quindi Smells Like Teen Spirit, Rock’n’Roll, Highway Star. Delle nostre, Valzer transgenico, a me piacciono quelle più assurde.

Vedi perché ti amo? Ultima domanda. Elio ha ancora un sogno nel cassetto?
Ce ne sono mille, ma sono abbastanza appagato. Però mi piacciono molto le biografie, adoro nei libri i racconti delle vite. Ecco perché ho appena scritto la storia di un lanciatore di baseball, Alessandro Maestri, uno che è arrivato quasi a debuttare in Major League. Da quel fallimento è arrivato a esordire, primo italiano, nel campionato giapponese, stando lì per quattro-cinque anni e diventando un idolo. Ecco, mi piacerebbe continuare a raccontare vite interessanti come ho fatto in Mi chiamavano Maesutori – Il baseball e la vita (edito da Baldini & Castoldi, nda). Dalla Romagna al Giappone passando per gli USA.

Libro fantastico. Talmente tanto che un sogno ce l’ho io. Il remake italiano dell’Uomo dei sogni, con te al posto di Kevin Costner.
Ok, ci sto. Il remake dell’Uomo dei sogni mi piace. O meglio, a una proposta così non potrei resistere. Se trovi i soldi lo faccio. Chiamami quando hai i soldi e lo dirigo pure.