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Donatella Finocchiaro, la rabbia e l’orgoglio (di essere con Emma Dante a Venezia)

Il primo è il sentimento che definisce il suo personaggio nelle 'Sorelle Macaluso', secondo film della drammaturga in concorso alla Mostra. Il sogno di una vita per un'attrice coraggiosa e meravigliosamente low profile

Foto: Alessandra Benedetti - Corbis/Corbis via Getty Images

«A 18 anni andavo allo Stabile di Catania a vedere gli spettacoli di Emma Dante: Carnezzeria, Cani di bancata… Lavorare con lei rappresenta il sogno di una vita che si realizza». Pare quasi un cerchio che si chiude questa edizione della Mostra per Donatella Finocchiaro, protagonista delle Sorelle Macaluso (in concorso e dal 10 settembre al cinema). In più di un senso: «Ritornano anche Palermo, una regista donna, proprio come nel mio esordio Angela di Roberta Torre. E ritorna il festival: là era Cannes, ora è Venezia».

Catanese, meravigliosamente low profile, una carriera tra teatro, tv e una predilezione per il cinema d’autore sempre più coraggioso – «Scelgo in base ai copioni, ai personaggi. Nel Delitto Mattarella, Irma Mattarella aveva sette pose, ma sono due scene fortissime: una è quella dell’omicidio» –, Donatella ha lavorato con tanti nomi importanti: «Sono stata fortunata, ho avuto incontri bellissimi con i miei maestri – da Bellocchio a Winspeare – che mi hanno segnata, ma con Emma è stata pura magia, un’esperienza professionale e umana incredibile, ci completavamo a vicenda».

E pensare che Finocchiaro quasi non ci credeva: «Lavorare a teatro con lei mi sembrava impossibile, collabora spesso con gli attori della sua compagnia, non è facile entrare nel suo mondo. Io faccio cinema, è un altro universo. “Ma figurati se Emma Dante prende me”, mi dicevo. Poi gira il suo secondo film: “Speriamo, chissà…”». Finché Maurilio Mangano, il direttore del casting non la contatta per un provino: «Tu devi fare Pinuccia».

Dei cinque personaggi femminili di questa sorellanza totale in tre atti della vita, di questa famiglia viscerale dove c’è tutto – amore ma pure odio, cattiveria, dolore –, Pinuccia «è la più frizzante, quella che non si arrende mai, che va sempre avanti nonostante il lutto iniziale e la tragedia immensa che ha segnato tantissimo tutte loro. È l’unica sorella che è rimasta schiava della situazione, ma si ribella a questo ruolo, tira pugni, calci. È una bomba». Ogni ruolo era legato a un’emozione: «Per Pinuccia era la rabbia. Io e le altre due attrici (purtroppo Ileana Rigano – che la impersona da anziana – non c’è più, è mancata due mesi fa) abbiamo interpretato come quel sentimento ci ha cambiate. Siamo tre donne diverse, ma c’è una somiglianza emotiva, di carattere, abbiamo lavorato sui gesti, sulla ripetizione ossessiva di qualcosa. Credo che sia un lavoro creativo davvero raro». Donatella non nasconde che Dante, una delle maggiori drammaturghe italiane contemporanee e con la fama di “tostissima”, le ha fatto «buttare sangue, come si dice a Catania: quando sono arrivata a Palermo per le prove, nella valigia mi sono portata scarpette e tuta, pensando: “Adesso ci massacra, come fa a teatro”. Non vedevo l’ora».

Già, il teatro, di cui nessuno parla e che versa in una situazione delicatissima da anni, peggiorata ovviamente dalla pandemia: «Le tournée sono saltate, gli stabili stanno facendo tutto con le proprie produzioni, non possono ospitare spettacoli altrui. E questa è una perdita enorme. È assurdo: perché sull’aereo stiamo tutti gomito a gomito e nei teatri non è possibile? Le persone hanno sete di andare al cinema, o almeno speriamo, le sale stanno riaprendo… Perché i teatri no?»

Le sorelle Macaluso è tratta dall’omonima pièce di Emma Dante, ma non porta il teatro al cinema, «semplicemente racconta la stessa storia con un altro mezzo che ti dà più strumenti. La potenza di questo film sta anche nelle inquadrature, nella fotografia, in quei colombi che volano. In quelle bambine che guardano il mare…».

Cinque personaggi, dicevamo, e 12 protagoniste a interpretarle: «Riesci a immaginare che gineceo sul set? Un chiacchiericcio continuo, eravamo esplosive. Poi devo dire che si è creata una sintonia immensa, e tra donne non è scontato». Un film al femminile, certo, ma forse Finocchiaro e colleghe sono anche un po’ stanche di sentirselo ripetere: «Sì, perché se fossero stati 12 uomini nessuno lo avrebbe sottolineato in questo modo. Siamo 12 attrici,siamo fiere di portare in concorso a Venezia questo film, con due maschi che entrano ed escono dall’inquadrature di spalle, quasi non si vedono. Quest’anno ci sono 8 registe in concorso, magari nella prossima edizione ce ne saranno 12, supereranno pure i colleghi. Ma siamo tutti artisti, e dobbiamo essere valutati solo in base a come facciamo il nostro lavoro».

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