‘Di’ Isabella Ragonese | Rolling Stone Italia
Interviste

‘Di’ Isabella Ragonese

‘Un film di Isabella Ragonese’ è il documentario di Sky Arte, presentato al 40° TFF, ‘Rosa – Il canto delle sirene’. La storia della mitica cantautrice Rosa Balistreri, raccontata attraverso le storie di tante donne siciliane. Ma anche la storia di un’attrice che ha sempre svelato, fin dagli inizi, la sua anima da autrice. E che ora si svela intimamente a Rolling, davanti a un bicchiere di rosso

Isabella Ragonese in un ritratto di Nicola De Rosa

Ci incontriamo per un aperitivo a Casa Dante, nel rione Esquilino. Piove ma non rinunciamo a star fuori per fumare. Non ho neanche il tempo di chiederle che effetto le faccia leggere per la prima volta su una locandina “un film di Isabella Ragonese”, che mentre scegliamo il vino già mi sta dicendo di non sentirlo il peso di questo cosiddetto “debutto assoluto alla regia”. Piuttosto è stato come riabbracciare una persona che lei chiama «Isabella prima del cinema». «Era quella che col furgoncino andava in giro e si faceva lo spettacolo suo, scritto con la megalomania di chi è giovane e non ha ancora niente da perdere, con i costumi e il trucco fatti da lei, a costruire le scenografie. Se penso che faccia tosta che avevo, che coraggio…». Non è un caso che, in questo esordio con le sembianze del ritorno, Isabella sia in tutte le cose. Nella scelta dei luoghi e delle persone, nelle parole e nelle immagini. «Ho il telefono pieno di foto dei sopralluoghi e dei murales in giro per Licata, degli autoscatti che mi facevo in casa con la chitarra in mano, i primi tentativi di inquadrature». Un furgoncino e una troupe piccolissima, una settimana di riprese, tante ore di girato, un montaggio finale di cinquanta minuti (infatti «è indolore dai, ce la potete fare», scherza lei). La palestra che oggi si vede nel film un tempo era il centro sociale in cui faceva le prime prove da attrice di teatro, ogni luogo le appartiene, alcune donne intervistate erano conoscenti o amiche di conoscenti. I testi in voice over che lei chiama «il Rosa-pensiero» sono tutti ideati e scritti da lei.

Il risultato – Rosa – Il canto delle sirene, presentato in anteprima al Torino Film Festival e domenica 4 dicembre in onda su Sky Arte (e in streaming su NOW) – è inevitabilmente un’operazione filmica che contiene in sé la natura del suo ragionare e agire da attrice, o meglio, da interprete: «Se mi propongono un ruolo di una persona realmente esistita, io lavoro così. Un po’ provando ad essere lei, a immaginare cosa pensa, a fare la voce sua. E un po’ componendo un collage, magari per ritrovarmi a dire: “A me come fumava mi ricorda mia nonna”. Esistono tanti modi di conoscere, come quello del giornalista o del regista. Ma ce n’è uno tipico dell’attore, che compone una serie di memorie e collegamenti che apparentemente non c’entrano niente». Ed è il modo più onesto che ha trovato per ricostruire l’immagine di Rosa Balistreri, considerata la più importante cantastorie siciliana: non un documentario sull’artista, ma una testimonianza su quello che ha lasciato nelle persone comuni. Non interviene nessun chitarrista che abbia suonato con Balistreri, nessun musicista a spiegarla tecnicamente. A parlare di lei c’è solo un gruppo di donne, distanti per età ed estrazione sociale, che si riconoscono nella storia e nella voce di “Rosa la battagliera”. Una voce che, prendendo in prestito le loro parole, è un misto: un po’ rabbia e un po’ amore. «E se alla fine lo spettatore ne rimane incuriosito e va informarsi, è quello il vero passo che conta. La vera vittoria mia».

Isabella Ragonese in una scena del suo documentario ‘Rosa – Il canto delle sirene’. Foto: Sky Arte

Ma come si racconta una donna che non hai mai conosciuto? È la prima, intima domanda che Isabella Ragonese si pone come regista. Perché Rosa Balistreri non era Letizia Battaglia, non c’è un immaginario collettivo mitico a supporto della narrazione. Non è quella che «a Palermo la conosci senza neanche doverla conoscere, perché è in tutte le cose importanti della città», come osservava proprio lei quando l’ha interpretata nella miniserie di Roberto Andò (Solo per passione – Letizia Battaglia fotografa, uscita quest’anno). «Letizia era una forza della natura, una presenza che spostava l’aria. Se arrivava lei, non potevi non notarla. Rosa era più piccolina, era un po’ la nostra Chavela Vargas. Fa tuttora parte di una cultura popolare in cui le sue canzoni sono più famose di lei». Il che rende il documentario di Ragonese un terreno poco esplorato e – teme lei – anche scivoloso. Succede però che il suo film faccia l’effetto dell’amico che in macchina, alle due di notte, ti mette un pezzo che non conoscevi. Lo canta un po’ per i cazzi suoi e un po’ ti racconta cos’è che lo emoziona, e va a finire che ti restano dentro sia la musica che l’immagine di quell’amico lì. «Rosa Balistreri non c’è più, quindi non avevo la possibilità di sentirle raccontare cosa vuol dire avere un padre violento o farcela da sola. Allora l’ho chiesto ad alcune donne che me ne hanno parlato come probabilmente avrebbe fatto lei. Forse una vaga reference di base è stata I’m Not There (il film di Todd Haynes su Bob Dylan, uscito in Italia col titolo Io non sono qui, strutturato su una composizione a puzzle e narrato attraverso le storie di sei personaggi che hanno sempre qualcosa in comune con la vita di Dylan, dal ragazzino afroamericano Marcus Carl Franklin a Cate Blanchett, nda). L’idea era di fare una sorta di casting dell’anima. Cercare qualcuno che non somigliasse fisicamente a Rosa, ma che ce l’avesse nello spirito e in alcuni passaggi della vita. Io in Concetta, in Enza o in Massimona ci vedo tanto di lei. La immagino come una che si metteva a ballare in piazza per sorridere in faccia al dolore, fregandosene di quello che pensavano gli altri».

Ci interrompono: Montepulciano, Valpolicella o Nero d’Avola? Montepulciano per due, senza neanche pensarci. Se lo chiederanno in molti, da dove è nata l’esigenza di cimentarsi con la regia. Galeotta fu una tappa a Palermo di Sky Arte, in occasione della presentazione del palinsesto: «Partecipai con un piccolo recital in cui parlai proprio di Rosa, mi sembrava che fosse un personaggio rappresentativo della mia città. Sky però non la conosceva, così hanno pensato che sarebbe stato bello far qualcosa per farla conoscere meglio anche agli altri». “Cosa resta di un artista quando muore?” è l’altra risposta che Isabella-regista va a cercare. «Mi aveva colpito una frase che lei aveva detto prima di morire, sconosciuta e in povertà: “Fa’ che io non muoia”. Rosa è stata una donna che da un paesino della Sicilia negli anni Cinquanta, non avendo nulla dalla sua eccetto la voce, è riuscita comunque a vivere del suo mestiere. Credo che la sua forza sia proprio nel non essere troppo conosciuta, ma allo stesso tempo durante le riprese abbiamo saputo che Thom Yorke dei Radiohead l’aveva aggiunta nella sua playlist Spotify. Mi hanno anche mostrato dei danzatori tedeschi o scandinavi che fanno improvvisazioni di danza sulle sue canzoni, per dire. Arriva a tante persone, ma magari non sanno che è lei. La sua è una vita che in America definiremmo un po’ alla Johnny Cash, è stata in carcere, ha fatto di tutto. Ci sono un paio di canzoni sue che, se vai in qualsiasi angolo di Palermo, le senti suonare da chiunque, tipo Mi votu e mi rivotu o Cu ti lu dissi, che ha rifatto anche Carmen Consoli (Consoli omaggia spesso Balistreri nei suoi concerti, certe volte con un “perdonami, Rosa” prima di iniziare a cantare. In occasione di un live la presentò così: “Chi era Rosa Balistreri? Una cantante molto d’avanguardia. Una che saliva sul palco vestita da prete e cantava che mafia e preti si sono stretti la mano. Rosa cantava la nostra terra senza compromessi”, nda)».

Foto: Nicola De Rosa

Essere di tutti e di nessuno è destino comune nella canzone popolare, patrimonio vastissimo in cui spesso l’autore è ignoto o confuso, tramandato da una tradizione orale e contaminato dai ricordi delle singole persone. «Certe canzoni le fai tue proprio perché le canti male, perché le storpi, e alla fine sono di tutti ma c’è pure la bellezza di dire: “Io questa la so diversa”». Nel caso di Isabella, i primi ricordi legati a Rosa risalgono all’infanzia, e proprio durante la preparazione del documentario ha riscoperto un cimelio di famiglia: il canzoniere di Balistreri. Un faldone conservato nella casa in cui è cresciuta che raccoglie tutto il repertorio popolare, i canti del carcere, quelli d’amore, quelli da suonare ai matrimoni e nelle proteste. «Ci sono delle filastrocche, delle ninna nanne, dei modi di dire in siciliano che abbiamo sempre usato in famiglia e che derivano dalle sue canzoni. Per esempio c’è un motivetto che canticchiava sempre una signora per strada, Chiovi chiovi, che tutti noi bambini conoscevamo. Da adulta ricordo poi di averla ascoltata molto al liceo e all’università, quando ho vissuto un periodo in cui Palermo riscopriva con orgoglio la lingua siciliana, soprattutto grazie al teatro. Sai, la generazione di mia madre cercava di parlare sempre italiano corretto, concedendosi giusto qualche parola in dialetto intraducibile».

Inutile dire che su tutto il documentario aleggia uno spirito siciliano inconfondibile che, certo, da forestiero lo fiuti e lo riconosci, ma solo se sei radicato lì lo comprendi fino in fondo. Forse è per questo che, con grande naturalezza, Ragonese riesce a trovarlo nei dettagli: nei silenzi, nelle epoche che mette a confronto, nelle storie di chi si confida con lei, nella rievocazione di un dramma sempre scanzonato, e perfino in un certo fatalismo, che come te lo spiega lei è un’altra storia: «È come se ci fosse sempre qualcosa che ci accomuna, a noi siciliani: questa idea di portare acqua nel deserto, ché ogni volta che ti opponi a un’ingiustizia (o magari alla mafia, come nel caso di Letizia Battaglia) poi capita qualcosa di brutto, come un attentato o una strage. Allora resta addosso la sensazione di mettere acqua in un secchio bucato: dare tanto e poi sentirsi traditi. Con la canzone popolare hai sempre l’impressione che sia stata scritta per te, e spesso può essere anche uno schiaffo in faccia, perché credi che certe cose succedevano solo in altri tempi, e invece ti accorgi che è ancora così». Lei da siciliana pensa a Rosa, io da romana penso a Lella. Ma non sono sicura che sia lo stesso. C’è un’inquadratura precisa: Isabella guarda in macchina e fuma di fronte a un muro licatese su cui qualcuno ha scritto: “Niente cambia niente”. Senza scomodare gli albori di Kulešov, nel contesto del suo film il subliminale sembra essere che niente può cambiare davvero la Sicilia né la condizione femminile. «È un’espressione molto sicula, ma non la vedo come una resa. Mi piace anche un altro modo di dire nostro: “Cchiù scuru ’i menzannotti un po’ fari” (più buio di mezzanotte non può fare). Il fatalismo siciliano è visto come un fatto di rinuncia, ma in realtà è un modo quasi buddhista di stare al mondo e di accettare quello che è più grande di te. Nel momento in cui tocchi il punto più basso ti ricordi sempre che tanto deve tornare il sole, che è proprio la legge del movimento della vita. Racconto spesso che se vai su un’isoletta siciliana e trovi qualcuno del Nord che magari ti dice: “Domani ho l’aereo, devo assolutamente partire”, ci sarà sempre una signora che risponderà: “Ma se il mare non vuole, tu non parti”. La condizione di isola è fondamentale anche nel mio lavoro: ho dato il massimo ma non passo il provino? Allora non era cosa. C’è altro che mi sta aspettando».

In un brano come Terra ca nun senti, Rosa Balistreri la Sicilia la cantava come una terra che non trattiene chi vuole partire, e non gli offre niente per farli tornare (“terra ca nun teni cu voli partiri, e nenti cci duni pi falli turnari”). Anche Isabella se ne è andata, ma a rimanere ci ha provato fino all’ultimo. I primi tempi in cui lavorava nel cinema ha fatto avanti e indietro Palermo-Roma, Roma-Palermo, e via così fino ai ventisette anni. «Qualcuno ha detto che noi siamo i professionisti dell’esilio. Io fino a che ho potuto sono rimasta, e se immagino una casa è sempre là. Ma è anche vero che quando fai qualcosa giù è sempre così complicato, che poi appena esci fuori rimani affascinato, perché trovi un riscontro. È una sensazione che ha scoperto anche Rosa nel suo momento di successo, in cui andava il folk e lei ha lavorato con Dario Fo in tour con lo spettacolo Ci ragiono e ci canto. Da noi si dice “Cu nesci, arrinesci”: chi esce, riesce. Ed è vero che quello che va fuori, spesso ce la fa. Se nessuno è profeta in patria, in Sicilia lo sappiamo bene. Magari puoi tornare, ma dopo aver avuto successo fuori. Per me è stato anche giusto viaggiare e vedere altri luoghi».

C’è una frase che arriva come un lampo durante l’intervista a Enza, una delle donne del documentario, quando racconta che sua sorella ha compreso di trovarsi in un matrimonio violento grazie ai romanzi. In una società che ha fatto della frenesia una patologia, in una narrazione del Meridione ignorante e dell’arte come un lusso per nullafacenti, equivale a sbatterci in faccia che a volte prenderci il tempo per un libro, un film o una canzone può ancora salvarci la vita. Giusto ‘n’anticchia più potente di un hashtag #iodicobasta. «Questa cosa dà senso a tutto, capisci? Anche io lo trovo meraviglioso (Isabella me lo dice ridendo, quasi incredula, nda). E mica la puoi imboccare una storia del genere, un documentario lo scrivi fino a un certo punto. Non è una sceneggiatura, non puoi obbligare le persone a dire quello che ti serve. Anche Rosa ha avuto una sorella morta per mano del marito, ed Enza mi ha raccontato quella storia semplicemente perché l’ho lasciata parlare di sua sorella, una donna con un marito a cui dava fastidio che lei leggesse i romanzi. E allora lei che ha fatto? Li ha letti quasi per rivalsa, e così ha scoperto che l’amore non era quello che viveva dentro casa. Io volevo anche questo: una Palermo e una Sicilia che non fossero il solito stereotipo, e per questo ho scelto luoghi insoliti in cui porterei le persone quando passano di lì».

Potrebbe non bastare, e quindi tocchiamo “la questione che non si può dire”. Ovvero che nell’industria italiana non sono pochi gli attori, e ora anche le attrici, che stanno esordendo alla regia. Alla faccenda si risponde con un entusiasmo spesso di facciata, perlopiù mediatico, e con un sibillino vociare dietro le quinte decisamente più antipatico. Nel suo caso potrebbe chiamare commenti del tipo: “Sky Arte l’ha prodotta e il Torino Film Festival la presenta, solo perché è Isabella Ragonese”. Scopro che praticamente non si è posta il problema, anzi, quasi lo ignora: «Ma perché, chi ha esordito oltre a Jasmine Trinca? Non so, magari è un pensiero che potranno fare senza vedere il documentario, perché direi piuttosto che questo esperimento abbia a che fare con la mia esperienza di regista teatrale. Invece ho difficoltà ad immaginarmi alla regia di un film di finzione, sono troppo pigra per tenere in piedi duemila reparti, ed essere il capitano di una nave mi spaventa. Poi mai dire mai». A questo punto mi sento un po’ vipera a chiederle se invece ha pensato ai registi con cui lavora e lavorerà, se in qualche modo teme di provocare dinamiche competitive o risentimenti di qualche natura. «Io ad alcuni registi con cui lavoro glielo farei vedere subito, perché è una parte di me. Sarebbe come invitarli a un mio spettacolo. Non credo che con questa mia opera un regista o un documentarista possano pensare: “Oddio, è nata una che mi fa il culo”. Ma mi rendo conto che c’è una certa pomposità nel parlare dell’opera prima di Isabella Ragonese. In ogni caso è qualcosa che non posso controllare e di cui non posso farmi una colpa. Anche perché se ho quello che ho – che per alcuni è poco e per altri è tanto – me lo sono guadagnato. Certo, mi sarei sentita in difetto se me lo avessero commissionato e avessi solo usato il mio nome da appiccicare sul progetto».

In questa idea di guadagnarsi tutto quando niente è scontato c’è, sì, una pulsione legata “al femminile”. Ragonese è una che ha sempre notato – e lo ha detto in più occasioni – quanto le donne siano abituate ad identificarsi in una narrazione “al maschile” e quanto le sembri assurdo lo stupore inverso: «Infatti mi aspetto che mi chiederanno come mai ho scelto solo donne. Ma quando nei documentari parlano solo gli uomini, nessuno rimane sorpreso. Vorrei superare il fatto che “tutti uomini” sia neutro, ma che in caso contrario io debba aspettarmi una domanda. Volevo raccontare una rete di antenate, bisnonne e nonne senza legami di sangue che però rappresentano la nostra storia: questo è. Certe donne ci sono parenti perché hanno rotto le regole per la prima volta, e se oggi una di noi vuole cantare o fare l’attrice, nessuno lo ritiene strano».

Guarda caso il termine “puttana”, inteso come insulto di genere e al genere, torna spesso nei racconti di queste donne contemporanee. Ad esempio c’è chi confida di essere stata picchiata da bambina per poi sentirsi rimproverare: “Solo le puttane piangono”. Si avverte allora una specie di prurito, che è forse l’urgenza di chiedersi in quale modo ci offende questa parola? «Per noi è l’idea di vendere la propria sessualità o utilizzarla per fini che non siano legati al piacere. Vale la pena riflettere sul perché dovrebbe essere un’offesa per un uomo, però. In questi anni stiamo molto ragionando su cosa significhi essere una donna, ma cos’è che definisce davvero un uomo?». E qui il fatto è che, al di là della regia e del documentario, Ragonese si è ritrovata a fare quasi un lavoro d’inchiesta. A raccogliere anche testimonianze di violenza domestica, di abusi, di famiglie disfunzionali. A doverle ascoltare e capire come condurre l’intervista, misurandosi in montaggio con l’etica e il rispetto. «Me lo stai facendo notare tu. Immagino non sia scontato che le persone si aprano di fronte alle tue domande. Ho capito però di aver sempre sottovalutato le domande sbagliate, quelle che inibiscono o feriscono gli altri. Secondo me era importantissimo che io sentissi queste donne prima delle riprese, che creassimo una confidenza prima di entrare nell’intimità delle loro storie. C’era il dubbio se far sentire le mie domande nel film, ma ho capito che era un momento loro e che la mia voce sarebbe stata una presenza troppo riferita, quasi a dire “guardate come ho fatto la domanda giusta”. Forse qui la volontà di trovare un equilibrio registico ha schiacciato qualsiasi desiderio narcisistico dell’attore».

“Le puttane e le sirene cantano”, dice il padre di Rosa per umiliarla. O almeno è quello che immagina Isabella nei suoi testi, laddove chi sceglieva di sganciarsi dal buon costume rientrava nell’universo generico della poco di buono. Nasce così l’immagine della sirena come essere ibrido, metà pesce e metà donna, ammaliante e insieme pericoloso, simbolo di una femminilità emancipata che nella percezione patriarcale è sempre motore d’attrazione e diffidenza. «Rosa Balistreri era una cantante, ma era soprattutto una voce. Sembrava che la sua voce arrivasse dalla terra. All’epoca non è che prendevi un bilocale con le amiche. Ti sposavi per uscire dalla casa del padre ed entrare nella casa di un altro padre, che era tuo marito. Ancora adesso, quando chiedevo di Rosa alle persone più anziane, loro ne parlavamo come di una prostituta. Girare per locali, suonare e fare tardi, per la gente non significava essere un’artista, ma essere una che non stava rincasando alle otto e non si stava dedicando alla famiglia. Tutte queste donne che ho raccontato per me sono sirene che non fanno nulla per risultare simpatiche, per rientrare in un ideale femminile che vuole piacere e compiacere. Sono spesso disturbanti e fastidiose, e per questo le trovo bellissime».

C’è qualcosa di viscerale e inafferrabile che lega una cantautrice licatese del Novecento a un’attrice palermitana del Duemila. Chiedere a Isabella di cosa si tratti, in fondo equivale a cercare di capire perché abbia scelto proprio Rosa. Forse perché nascere in quell’isola ti rende sorella di un’esperienza comune, forse perché la prima volta che è uscita da lì per venire a Roma a fare un provino, le fa pensare a quando Balistreri – chitarra in spalla – ha preso un treno per andarsene a cantare altrove. La sofferenza di non sentirsi accettata dove stava – mi confessa – prima l’ha maledetta e poi l’ha premiata. «Anche quando sembrava che non avesse un senso, come rimanere in Sicilia fino all’ultimo anziché andare a fare una scuola di cinema a diciott’anni». Siamo ormai all’ultimo calice di vino, il posacenere è pieno e ha ripreso a piovere, quando mi racconta di come la commuova ancora il ricordo di quella volta che è andata da sola in Emilia Romagna a fare uno spettacolo. Arrivata in teatro ha montato la scenografia, ha fatto le luci, e poi qualcuno le ha domandato: “Ma gli altri tra quanto arrivano?”. Non doveva arrivare nessun altro. «Ero sola, ero una ragazzina. E quando tutto è finito e ho sentito l’applauso, ho avvertito una soddisfazione che immagino sia stata anche quella di Rosa. È l’emozione di ritrovarsi all’improvviso in un ambiente completamente diverso, dove alla fine gli altri ti capiscono». Quel giorno è andata in scena con un monologo tratto dalle Serve di Genet in cui lei interpretava tutti e tre i personaggi sul palco, «mi parlavo e mi rispondevo da sola». C’è un aneddoto. Lo tira fuori con pudore, mi dice che forse non è così interessante, e invece si rivelerà essere una delle migliori storie di quest’intervista. «Avevo pensato a una scenografia piena di fiori, ma non avevo soldi per comprarla. Allora andavo dai fiorai dei cimiteri, ché se i fiori non sono freschi li buttano subito via. Certi odori ti rimangono dentro anche a distanza di anni, e io avevo questa due cavalli e la caricavo con tutta la puzza dei fiori marci dentro. Me li portavo in scena così». Aveva diciannove anni e sulla locandina c’era scritto per la prima volta: “di Isabella Ragonese”.