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Denise Tantucci, relativity actress

La passione per la recitazione e quella per la fisica (delle particelle), la serialità mainstream e Nanni Moretti, il cinema indipendente e la commedia (come 'Il principe di Roma' ora nelle sale). Chiacchierata in diretta dal CERN di Ginevra

Foto: Maria Coraci.

Total look, make-up and hair: Chanel

Chiamo Denise Tantucci puntuale come un orologio svizzero (poi capirete). Il suo telefono però mi dice che non è raggiungibile: «Stranissimo», penso io. Perché Denise ha la fama di essere molto professionale e precisa. Provo a contattarla su WhatsApp, risponde subito e mi chiede se mi può richiamare dopo qualche minuto. Rieccoci in linea: «Perdonami, sono in Svizzera e questo è l’unico modo». Ci vuole un pochino, ma qualche chiacchiera più tardi viene fuori il motivo per cui sta dove sta: «Ti sto parlando dal CERN». Sì, davvero: Denise si trova all’Organizzazione Europea per la Ricerca Nucleare di Ginevra. «Sono venuta a trovare un’amica che lavora qua, una mia collega…», attacca. E poi confessa, con (fin troppa) modestia: «Il lavoro di tesi che ho fatto un annetto fa è uscito in un articolo che è stato pubblicato, in collaborazione proprio col CERN». E niente, chapeau Denise.

Alla fisica ci torneremo, e non potrebbe essere altrimenti. Ma, mentre Denise si trova nel più importante laboratorio di ricerca mondiale nel campo della fisica delle particelle, nelle sale è uscito Il principe di Roma di Edoardo Falcone, una sorta di Canto di Natale alla maniera del Marchese del Grillo, starring Marco Giallini: «È una commedia con una punta di comicità amara molto rinfrancante, c’è sempre un po’ di critica di fondo ma, con un protagonista come Giallini e un regista come Edoardo, ne esce una fiaba divertente. E il resto chi lo vuole cogliere, lo coglie». Denise veste i panni di una sorta di fantasma del Natale passato, Beatrice Cenci, una giovane nobildonna realmente esistita, giustiziata per aver ucciso il padre dopo aver subito per tutta la vita da lui violenze e abusi. «È una figura incredibile, immaginare una crudeltà tale nei confronti di una ragazzina fa impressione, purtroppo tutto questo spessore del personaggio non viene fuori se non in un breve dialogo verso la fine. Però è importante quello che il personaggio di Beatrice Cenci vuole trasmettere a quello di Giallini: un candore che, nonostante tutto quello che le è successo, le resta». Bartolomeo vuole un titolo nobiliare a tutti i costi, lei invece nobile ci è nata, ma non ha mai avuto amore. «È molto romantico, nostalgico, il modo in cui lo fa ragionare, anche se forse con un fare un po’ saccente… e questa punta di antipatia ce l’ho voluta mettere io, perché è un po’ quello che arriva sempre all’inizio dei personaggi che appaiono privilegiati». La magia della commedia permette anche di raccontare storie terribili come quella di Beatrice in chiave positiva: «Lo dico sempre: io non mi sento comica, non mi sento nemmeno spontanea in quel senso. Però, grazie alla direzione di Edoardo e al lavoro con Marco, ho scoperto anch’io dei toni nuovi».

Questa chiacchierata salterà spesso dal cinema alla scienza e viceversa. Perché Denise si è laureata l’anno scorso e ora sta facendo la magistrale sempre in fisica delle particelle, uno dei canali grazie al quale Tantucci si è sintonizzata con Nanni Moretti, che l’ha voluta nel cast di Tre piani (pure qui ci arriveremo). Le dico che mi ha colpito il suo stato su WhatsApp: “Dopo aver studiato meccanica quantistica, sono passata dalla parte di Einstein”, e le chiedo di darmi una spiegazione pop a misura di chi, come me, ha una formazione prettamente umanistica: «Prima di iniziare a studiare, ero convinta che Einstein fosse semplicemente un boomer che si era ritrovato per le mani qualcosa di più grande di lui. Una delle sue ultime frasi memorabili è “Dio non gioca a dadi”, perché la meccanica quantistica è basata sulla fisica statistica, sui dati. Non c’è niente di certo, non c’è niente di deterministico, e questa cosa mandava Einstein ai pazzi. Poi, studiando, mi sono resa conto che queste basi sono terribilmente incerte, è una palude. È una fede molto difficile da difendere, la fisica quantistica pura. Per cui ci sono altre citazioni che sarebbe comodo utilizzare, tipo: “Chi dice che ha capito veramente la fisica quantistica mente”. Allora ho detto: sai che c’è? Forse sono anch’io boomer, forse la penso come Einstein».

Rincaro la dose: nella bio di Denise su Instagram c’è scritto “relativity actress”: «Fare l’attrice ad oggi è il mio lavoro, ma sicuramente non mi definisce, anche perché ho sempre sostenuto che definirsi attore è un po’ come definirsi una scatola, un vaso: è comodo, fa status, però sostanzialmente non significa niente. La mia idea dell’attore è di una persona in grado di restituire emozioni; poi che le proviamo o meno, che le fingiamo benissimo perché le abbiamo osservate in persone intorno a noi, quelli sono fatti nostri. Siamo degli esecutori, riproduciamo degli stati d’animo. E se poi il pubblico si emoziona abbiamo fatto bene il nostro lavoro». Tantucci, l’avrete capito, ha un approccio al mestiere d’attore molto scientifico, c’è proprio una teoria nella sua testa: «C’ho ragionato nel corso degli anni. L’ultima volta che ho rinnovato la carta d’identità ero con mia madre. Ti chiedono come vuoi definirti e lei voleva scrivessi: attrice. Ma non mi andava di mettere “attrice”, poi chissà che pensa la gente». Quindi Denise ha scritto “studentessa”: «Perché invece lo studente è qualcuno che si impegna a migliorare se stesso, la propria mente. E onestamente è quello che vorrei fare, non c’è niente di più nobile dello studiare solo per il gusto di farlo, per ampliare le proprie conoscenze. Non mi sto definendo così, ma è un ideale al quale tendere».

Foto: Maria Coraci. Total look, make-up and hair: Chanel

E arriviamo a Nanni: «Chiacchieravamo spesso, perché lui è un grande appassionato di matematica e quindi il mio amore per la fisica l’aveva incuriosito molto, spesso faceva domande o mi chiedeva titoli di libri». Con Moretti prima c’è stato un incontro conoscitivo: «Subito dopo ho detto al mio agente: “Penso proprio che ci sarà un provino”, perché c’eravamo trovati, c’era stata subito una curiosità reciproca, una compatibilità». Il provino, puntualmente, c’è stato, e poi ne è seguito un altro con Riccardo Scamarcio: «Era andato bene, ma Nanni diventa molto pragmatico quando si tratta del film, quindi non aveva lasciato trasparire emozioni». Due mesi dopo arriva LA telefonata: «Mi chiamarono un giorno in cui ero all’apice di una febbre mostruosa, avevo tipo 40 e sembrava una grande allucinazione. Iniziai leggendo subito il libro, Tre piani di Eshkol Nevo, e me ne innamorai». Il primo giorno sul set si aspettavano tutti che Denise andasse in palla: «E invece, anche se ero veramente tanto in soggezione – non dal punto di vista attoriale, ma perché temevo più che altro di non stare simpatica, di non trovare il mio posto –, è andato tutto bene. E Nanni mi ha detto: “Cavolo, certo che a te non ti scalfisce proprio niente. Pensavo che saresti andata in palla”. Facevamo sempre 20 o 30 ciak a inquadratura, però sapevo che quello era il metodo e non mi impanicavo. Poi ci ho riflettuto, ho avuto paura di aver mancato di rispetto in qualche modo, perché io mi so entusiasmare tanto, ma all’esterno sono una persona molto discreta, non mi piace comunicare troppo cosa sento. Ho un carattere abbastanza forte, ma quello che mi ha detto Nanni mi ha toccato». Con Moretti c’è proprio un corrispondenza nel modo di pensare il lavoro: «Sai che costruisci qualcosa passo passo, che non c’è niente di buttato lì, lasciato al caso. E devo dire che dà proprio soddisfazione perché sei seguito, è tutto ragionato, tutto pensato, tutto studiato».

E quando – a soli 25 anni – sei stata diretta da uno dei più grandi, quello con cui tutti vogliono lavorare, che si accetta a copione chiuso, cosa cambia? «Per me, Denise, assolutamente niente. Per qualche regista o per qualche attore sì, qualcosa è cambiato. E dico anche purtroppo, perché ovviamente è un vantaggio che ti chiamino di più, però ti fa anche riflettere su come questo mestiere sia molto, molto di facciata. Nella profondità di un film come Tre piani, nell’autorialità di lavorare in quel modo con Nanni, tutto ciò che ne consegue da un punto di vista sociale di colleghi e di mestiere è molto superficiale».

Foto: Maria Coraci. Total look, make-up and hair: Chanel

Piccolo flashback: a 15 anni Denise si era dovuta trasferire a Roma per girare Un medico in famiglia: «Per me da ragazzina era stupendo, non mi è pesato per niente. Ovviamente ho dovuto imparare a fare tutto un po’ da sola: cucinare, caricare la lavatrice… ma due anni sono volati». Poi sono arrivate la seconda e la terza stagione di Braccialetti rossi, e la relativa isteria di massa: «L’ho vissuta male, perché – hai detto bene – era proprio isteria, non era sano, e dopo un po’ si era perso il senso intorno al quale girava la nostra serie. Quell’esperienza mi ha un po’ segnato, dormivo sull’autobus mentre andavo a scuola e mi facevano video, oppure prendevo l’aereo – volare mi fa stare malissimo – e mi facevano video. Io poi non riesco a litigare o a essere maleducata, quindi mi tenevo tutto dentro. Ti rendi conto che sei un oggetto, che alle persone interessi per un selfie, che gliene frega poco o nulla di quello di cui parla la serie». Denise è stata anche nel cast di Sirene, un piccolo cult fantasy tra spensieratezza e riflessione sulla diversità: «Era un progetto veramente carino, mi dispiace che non sia andato avanti perché c’erano così tanti spunti di riflessione. Purtroppo il pubblico vuole vedere Gomorra ambientata a Napoli, non certo le sirene. Sì, c’è stata mossa questa critica».

Dopo la serialità mainstream, Denise aveva preso una decisione: «Volevo provare a fare soltanto cinema, e un cinema di un certo tipo. Ho girato qualche film veramente particolare prima di Moretti e purtroppo la percezione non è uguale: mi dispiace tanto quando vedo piccole produzioni, attori che si sbattono tantissimo per fare progetti veramente ambiziosi e non dal punto di vista economico, perché tanto il cinema indipendente in Italia i soldi non li ha, ma proprio dal punto di vista concettuale, emotivo, fisico. E poi? Non viene riconosciuto: non parlo del grande pubblico, ma parlo anche della comunità giornalistica, dei miei colleghi».

I film di cui parliamo con Denise sono Likemeback di Leonardo Guerra Seràgnoli e Buio di Emanuela Rossi, due storie fortissime che risuonano potentemente con i nostri tempi, girate in situazioni estreme, con Tantucci (insieme alle colleghe Angela Fontana e Blu Yoshimi nel primo caso) che si carica letteralmente i film sulle spalle: «Io ho 25 anni ma mi sento un po’ vecchia, e quindi dico: i giovani perdono la fiducia nel sistema cinema, C’è un po’ di scoraggiamento, perché ti raccomandano: “Non fare le serie, fai cinema di un certo tipo”. Ci provo, faccio il cinema più singolare che c’è, mi impegno. Per Buio ho scritto e cantato due canzoni, non gliene è fregato niente a nessuno, in Braccialetti rossi mi sono rasata i capelli, Aurora Ruffino ha perso non so quanti chili, abbiamo fatto un lavoro pazzesco, e l’unica cosa che si è detta è che è stato un fenomeno pop. Ma uscisse adesso una serie del genere su Netflix si sprecherebbero i premi! Quindi, da interprete a cui è stato consigliato di fare una selezione, io a una certa ho detto: “Sapete che c’è? Non me ne frega niente, io faccio quello che mi pare”». E qualcuno puntualmente ha criticato Denise perché, dopo Tre piani, ha fatto un cinepanettone, In vacanza su Marte: «Eravamo in lockdown, non sapevamo quando sarebbe uscito il film di Nanni, mi chiamò Neri Parenti con il quale recitai nel mio primo film a 14 anni, Ma tu di che segno 6?: “Giriamo anche se c’è il Covid, ci divertiamo”. Ma sì! Per un anno e mezzo, dopo Nanni Moretti, non ho fatto niente e non per scelta. E poi sono cambiate le cose».

Foto: Maria Coraci. Total look, make-up and hair: Chanel

Il lavoro attoriale con Nanni in qualche modo ha avuto una corrispondenza più “d’immagine” in quel red carpet al Festival di Cannes in cui Denise indossava un abito fighissimo, con relative foto uscite ovunque: «Ho vissuto tutto con i piedi per terra perché sapevo della volatilità del momento, ed è per quello che me la sono goduta e sorridevo sempre, mi son divertita senza ansie». E perché non c’è la paura che la ribalta passi e non torni più, concludo io. «Esatto», ride Denise. Nell’ultimo anno Denise non si è fermata un attimo, e nel 2023 la vedremo in ben cinque progetti. «Credo che per primo uscirà Io e mio fratello di Luca Lucini, dove interpreto la protagonista, che ha lasciato il luogo natale al Sud per inseguire i propri sogni a Milano e torna a casa perché il fratello si sposa con la sua ex. È una commedia “pensante” in cui ci sono un sacco di temi: fuga di cervelli local, pregiudizi sull’omosessualità, rapporto sorella-fratello». Poi toccherà a Castelrotto, opera prima di Damiano Giacomelli con Giorgio Colangeli: «Viene commesso un crimine in un piccolo paesino marchigiano, Giorgio interpreta l’anziano del paese, quello che sa tutto e vede tutto, e io sono una giornalista che viene da fuori per investigare sull’accaduto. Tra l’altro ho scoperto che pure Colangeli è un fisico, siamo una piccola comunità nel cinema ed è bellissimo quando ci si ritrova…». I nostri ieri di Andrea Papini è già stato presentato ad Alice nella Città, mentre ancora non c’è una data di uscita per Deer Girl di Francesco Jos, dove «una ragazza torna a casa dai genitori per il loro anniversario e si racconta come il rapporto complicato con loro abbia poi influenzato pesantemente la sua vita». Ultima ma non ultima una serie Rai, titolo Sei donne, diretta da Vincenzo Marra: «È stato strano tornare a fare la serialità dopo tanto tempo, perché è un impegno lungo, molto lungo. E quindi bisogna tenere la concentrazione per tantissimo, magari anche facendo altre cose. Abbiamo girato come se fosse un film, con molta attenzione alle battute, alla recitazione, ed è rarissimo. È un crime investigativo intelligente, ho letto la sceneggiatura d’un fiato perché volevo arrivare subito alla fine. Tra l’altro, ultimamente guardo soltanto serie e docu serie di questo tipo, ero molto contenta di farne parte».

Ma Denise, da piccola, cosa rispondeva alla domanda: cosa vuoi fare da grande? «Dicevo la scienziata, generico. Però poi scrivevo spettacoli, cantavo, ballavo, recitavo, per me era un divertimento». La doppia anima c’è sempre stata e forse ci sarà sempre: «Mi sto rendendo conto che continuare a studiare per me è essenziale. Dopo questo master, continuando anche a lavorare, la strada di un dottorato è impossibile, però vorrei proseguire nello studio fare qualcosa sempre nell’ambito della scienza. Mi avevano anche proposto di scrivere un podcast, ma non so se me la sento. Vedremo…» E torniamo al CERN, dove Tantucci è arrivata da 40 minuti, praticamente il tempo della nostra chiacchierata: «Non ho ancora visto niente, sennò ti avrei potuto stupire con effetti speciali. Credo che sia un esempio stupendo di cooperazione internazionale, in questo momento così critico. Però si parla un po’ troppo il francese, per una che non lo sa», ride. Anche perché Denise ha un volto che dal cinema francese pare uscito: «Guarda, me lo dicono tutti, ma nella vita bisogna scegliere. Non riesco a scegliere tra due carriere, mettermi a studiare pure un’altra lingua la vedo proprio dura».