Damiano Michieletto: «Il mio ‘Rigoletto’ è pieno di puttane, killer e cinici che odiano le donne» | Rolling Stone Italia
Home Cinema & TV Interviste

Damiano Michieletto: «Il mio ‘Rigoletto’ è pieno di puttane, killer e cinici che odiano le donne»

Il 30 dicembre andrà in onda su Rai 3 il rivoluzionario adattamento dell’opera di Giuseppe Verdi che ha diviso la critica. Ma il regista ci ha spiegato perché sente di aver fatto la scelta giusta nell’aver stravolto scenografia e costumi

Foto: Stefano Guindani

Il 3 giugno del 1850 Giuseppe Verdi scriveva: «Tutto il soggetto è in quella maledizione che diventa anche morale». Spostando questo pensiero ai giorni nostri, potrebbe benissimo riferirsi a una delle serie che spopolano sulle piattaforme digitali e che ci tengono incollati allo schermo (o allo smartphone) per ore. Invece parlava del Rigoletto, i tre atti da lui magistralmente musicati su libretto di Francesco Maria Piave e ispirati al dramma di Victor Hugo Il re si diverte del 1832. Ma, d’altronde, non bisogna dimenticare – anche se molto spesso lo si fa, eccome – che per gli spettatori del tempo, sia lo spettacolo teatrale che la trasposizione lirica rappresentarono un vero e proprio choc. Tanto da portare in entrambi i casi alla censura, visto che raccontavano senza mezzi termini le dissolutezze della corte francese con al centro il libertinaggio di Francesco I, sovrano di Francia. Così non deve stupire se negli anni ’20 del 2000 c’è ancora qualcuno che è tornato a gridare allo scandalo (senza fortunatamente arrivare alla censura) per il nuovo adattamento del primo film-opera di Damiano Michieletto, Rigoletto al Circo Massimo, andato in scena nel luglio scorso – primo evento live dopo mesi di chiusura legata alla pandemia – e che il 30 dicembre verrà trasmesso dalle 21.20 su Rai3 in prima serata; a seguire il documentario di Enrico Parenti Rigoletto 2020. Nascita di uno spettacolo” che ne svela l’incredibile genesi.

La sua colpa? Aver stravolto completamente scenografia e costumi, più simili appunto a quelli di serie come Gomorra o Suburra che agli originali ottocenteschi. In scena, una giostra, sei automobili e i personaggi seguiti da camere che si muovono sul palcoscenico per riprenderli dal vivo, il tutto sormontato da un mega schermo nel quale ruotano una serie di filmati girati in precedenza a Cinecittà tra visioni e flashback del protagonista, il famoso buffone di corte. «A volte pensiamo che l’opera sia rassicurante perché viene da lontano, invece è piena di violenza, conflitti e racconta gli aspetti più disperati della nostra umanità» ci ha spiegato Michieletto, con il quale abbiamo dialogato in vista dell’esordio televisivo. E non possiamo che dargli ragione, perché se qualcosa di potentemente originale è stato prodotto in Italia negli ultimi anni – e in fondo fedele a quella “maledizione che diventa anche morale” – è proprio Rigoletto al Circo Massimo.

Foto: Kimberley Ross

Come viene ricordato anche nel documentario dedicato al tuo Rigoletto, siete stati l’unico cantiere in Europa al lavoro durante le chiusure dovute alla pandemia nel 2020. Una bella responsabilità anche questa, visto che avevate tutti gli occhi puntati addosso.
Sentivo e condividevo con gli artisti e lo staff la gioia e l’entusiasmo, così come una certa adrenalina, mentre lavoravamo durante quei giorni di chiusure. In mezzo a contratti saltati e a mille difficoltà per capire come arrivare alla fine. Ma sentivo nello stesso tempo di avere una grande opportunità che, come spesso accade, si accompagna a grandi responsabilità. Dalla scelta della fantastica location alla presenza alla prima del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tutto spingeva a dover dare il massimo. Questo mi ha sicuramente dato una marcia in più rispetto a tanti altri progetti, ma questa energia si percepiva anche nel cast.

Dove tieni fede all’originale e invece dove hai sentito l’esigenza di tradire l’opera con la tua versione?
Tiene fede nel rapporto tra un padre e una figlia, che secondo me è il centro del Rigoletto. La storia di un uomo che le impedisce di essere libera, di commettere persino i suoi errori di giovane ragazza. È il tema classico della tragedia, dei genitori che bloccano i figli. E tante opere di Verdi hanno a che fare con padri che mettono i bastoni tra le ruote ai figli, magari in nome del bene e del loro amore verso di loro. Ho puntato su questo rapporto padre-figlia, mentre quello che sta intorno l’ho cambiato completamente perché è soltanto una cornice e non il fulcro della storia.

D’altra parte sono vicende che fin dalla loro origine hanno dovuto sfuggire alla censura.
Già l’opera da cui Verdi trae il Rigoletto è ambienta nella corte di Francia e lui è costretto dalla censura a portarla alla corte di Mantova. È stato il primo tradimento dall’originale. Ma la cornice doveva raccontare qualcosa di esuberante, di eccessivo e anche di violento, per questo motivo ho scelto una sorta di banda criminale che fa da contorno alla tragedia di questo padre e di sua figlia.

Oltre alla scenografia e ai costumi che sono splendidi, così come le riprese in diretta, è stupefacente come siate riusciti a mantenere il distanziamento secondo le norme senza perdere impatto nell’azione degli attori in scena.
I primi due giorni è stato un casino, perché tante idee erano da accantonare visto che non si potevano avvicinare e nemmeno toccarsi. Siamo stati aiutati dallo spazio molto grande, per cui coordinando le relazioni con lo sguardo delle macchine da presa abbiamo capito i meccanismi giusti per mantenere le distanze senza che il pubblico se ne accorgesse. Ma è vero, non si toccano mai. Per dei passaggi obbligati, come il passarsi un bicchiere da una mano all’altra, abbiamo messo i guanti a tutti in modo furbo, perché grazie a quel tipo di costumi non ci si accorge della stranezza. Quindi abbiamo dovuto usare un pizzico di astuzia tecnica e uno sguardo che permettesse alle scene di non essere forzate anche se a distanza.

Foto: Kimberley Ross

Nel documentario di Enrico Parenti, mentre spieghi come hai scelto gli attori, dici che li volevi “senza melodrammatica”. Sembra quasi un controsenso visto quello che avrebbero dovuto interpretare.
Avevamo prima di tutto degli attori molto bravi in grado di reggere un tipo di recitazione attoriale davanti alla macchina da presa. Ma poi sono convinto che quando fai recitare i cantanti di fronte alla telecamera non devi mortificarli, cioè fargli sentire che non saranno mai dei veri attori. Non lo sono perché devono cantare, quindi hanno una mimica facciale condizionata da questo. Per cui, da regista cerco di trovare il modo di esaltare il loro cantato. Tutto, dall’atteggiamento allo stare in scena e fino alla presenza, deve essere al servizio della comunicazione, non del canto. Il canto è uno strumento per comunicare. Quindi se Rigoletto è disperato, va bene se ha la bocca spalancata cantando, a patto che tutti i suoi movimenti vadano in quella direzione. Allora ti arriva addosso una forte emotività. Molto più che se cerchi pose o espressioni melodrammatiche. Ho voluto più concretezza e più umanità possibile da parte degli attori.

In questo senso, sugli altri spicca Iván Ayón Rivas, che interpreta il Duca di Mantova: lui stesso ha spiegato che, oltre alla lirica, nelle vene gli scorre la musica mariachi.
Sì, anche se sta facendo una carriera enorme. Ha vinto tra i premi più importanti per i cantanti lirici. Ma è vero che questa sua origine sudamericana, con una radice mariachi, lo porta ad avere un’anima fresca, diretta, popolare, pur essendo un tenore di primissimo livello. Sono operazioni che oggi puoi fare perché non esiste più il cantante d’opera stereotipato, quello un po’ grasso che canta immobile. C’è tutta una generazione di ragazzi che curano la propria immagine, la recitazione, sono disponibili a mettersi in gioco e hanno voglia di usare il canto in maniera sempre più espressiva.

Accantonate le critiche dei “loggionisti”, sei pronto a quelle che potrebbero arrivarti dal grande pubblico dopo il passaggio televisivo?
Finora ci sono state diverse critiche sui giornali da parte di personaggi importanti della cultura italiana che non hanno apprezzato il cambio di ambientazioni e che abbia spinto su scene così violente. In generale accetto sempre le critiche, nel senso che cerco di capirle. Ma se sono convinto di qualcosa la difendo fino in fondo. Come in questo caso: credo che lo spettacolo sia molto emozionante e metta al centro di tutto i cantanti e il loro lavoro. Perciò penso ancora che sia stata la scelta giusta. Non è un problema cambiare le ambientazioni e i costumi, il problema è se riesci a dare emozioni oppure no. Se annoi puoi anche rispettare tutto ma alla fine lo spettacolo sarà noioso. Al contrario rimango convinto che all’opera le persone cerchino ancora emozioni forti.

Foto: Kimberley Ross

Una parte importante nella riuscita del progetto mi sembra l’abbia avuta lo show designer Filippo Rossi, che ha lavorato anche con musicisti come Jovanotti. Cosa pensi di aver imparato da lui?
Sicuramente la cura che ha messo nel coordinare la regia live. Era in un container e in diretta gestiva tutte le entrate e le uscite delle camere e le inquadrature con grande rapidità. Filippo ha grande flessibilità, apertura mentale e capacità di accogliere gli stimoli trasferendoli in un processo narrativo. Il fatto che sia più giovane di me è stato interessante, perché aveva uno sguardo diverso, una cultura differente. E a me piace la possibilità di assorbire suggestioni dagli altri.

Con quest’opera ti sei preso un bel rischio, ma secondo te perché l’Italia in generale fa sempre fatica a rischiare pur avendo delle potenzialità incredibili a livello artistico e culturale?
Più che alla politica mi rivolgo a noi creativi. Perché siamo noi che dobbiamo dare impulso e stimolo, far sentire la necessità di uno sguardo più fresco, vivace, in grado di mescolare i linguaggi, sorprendere e scandalizzare il pubblico. L’opera, per esempio, è sempre stata scandalosa, anche con Verdi. I soggetti erano spesso estremi. La Traviata è la storia di una prostituta. Rigoletto si muove in un mondo di puttane, killer e contro un cinico che disprezza le donne. A volte pensiamo che l’opera sia rassicurante perché viene da lontano e ci appare un po’ museale. Invece non è rassicurante per niente, è piena di violenza, di conflitti e racconta gli aspetti più disperati della nostra umanità. Ancor di più, chi ha responsabilità di usare soldi pubblici come l’abbiamo avuta noi, deve dare al pubblico qualcosa di emozionante e non solo una rimasticazione del già visto.

Se potessi fare una domanda direttamente a Giuseppe Verdi, cosa gli chiederesti?
Sembrerà banale, però mi è rimasto questo dubbio. Come mai ha cambiato il nome del personaggio della figlia. Nell’originale si chiama Bianca, mentre lui ha scelto Gilda. Bianca mi sembra un bellissimo nome, mentre Gilda è un po’ bruttino, goffo, sembra quasi il nome di un animale.

Foto: Kimberley Ross

Sarà stato per le sue origini di agricoltore?
Può essere, ma infatti si sente che è un contadino che scrive la musica. Senza fraintendere e non per sminuire. Ma è uno che viene dalla terra, ruspante, sempre molto radicato, concreto, molto italiano. Forse cercava un nome più baldanzoso, ma sinceramente a me non è mai piaciuto.

Dopo un’opera del genere immagino ti saranno arrivate tante altre proposte, magari anche dal cinema.
È un periodo molto fertile del mio percorso. Sto continuando a lavorare nell’opera lirica, oltre che in una società di grandi eventi e quindi riesco a esprimermi anche nel grande intrattenimento. In più, come dicevi, dopo questa esperienza con le macchine da presa mi stanno proponendo diversi progetti cinematografici e quindi sto seminando in varie direzioni. Sono molto contento.