Rolling Stone Italia

Costantino della Gherardesca: «Dopo ‘Pechino Express’ potrei avviare un business: consulente per i viaggi di nozze»

La nuova stagione dello show Sky, gli Oscar e le critiche alla Marvel, quello che manca alla tv italiana e la vincitrice morale di Sanremo: «Carla Bruni, che ha confermato tutte le teorie di Marx»

Foto: Bea De Giacomo

Fare due chiacchiere con Costantino della Gherardesca è sempre un piacere. Tagliente, ironico, colto, il conduttore di Pechino Express (ogni giovedì sera su Sky Uno e NOW) ama esplorare tutto il mondo dei media, dando vita a un’intervista che, ogni volta, riesce a trattare temi inediti e sempre interessanti. Anche questa non si sottrae alla consuetudine cui ci ha abituati.

Per non farti le domande che ti fanno tutti, cosa non ti hanno mai domandato su Pechino Express?
Le difficoltà dal punto di vista economico.

Dimmi un po’…
Alcuni posti sono proibitivi perché vanno a seconda dell’andamento dell’economia. In Giappone, ad esempio, in alcuni anni è possibile fare programmi, in altri è più facile fare un film di Baz Luhrmann. Posso aggiungere una cosa?

Prego.
Dopo tutte queste edizioni di Pechino Express sono un consulente – ahimè ancora gratuito, ma dovrei farne un business – sui viaggi di nozze delle persone.

Ah sì?
Mi metto lì e li aiuto a scegliere le mete.

Costantino della Gherardesca con Enzo Miccio alla guida di ‘Pechino Express’. Foto: Sky

Visto che conosci a menadito cinema, musica e tv, spaziamo un po’ e partiamo dagli Oscar che verranno assegnati nella notte tra domenica 12 e lunedì 13 marzo. Hai visto tutti i film candidati?
Non tutti, ma tra quelli che ho analizzato meglio c’è Elvis di Buz Luhrmann: è molto interessante perché rappresenta uno di quei fenomeni che, con il tempo, cambiano significato, tipo i Pet Shop Boys.

Spiega un po’…
Un tempo vedevamo i Pet Shop Boys come un gruppo pop abbastanza normale, intelligenti e divertenti, ma nulla di che, non erano considerati con la sensibilità dei Joy Division e dei Cure. Adesso invece sono trattati come dei geni assoluti, fautori di una musica ironica con una doppia lettura. Lo stesso vale per Elvis di Luhrmann, tutto lustrini e montaggio accattivante. Un tempo sarebbe stato molto Hollywood, ma negli anni Elvis è stato criticato molto come figura.

In che modo?
Non è stato più visto come un artista influenzato dalla musica black, ma addirittura come uno che ha rubato l’eredità culturale della musica afroamericana, nonché un personaggio estremamente malsano. Quindi la cosa di fare un trattamento così glamour su Elvis è stato controintuitivo. I servizi di moda, ad esempio, devono mostrare persone culturalmente diverse anche perché è entrata in ballo – giustamente – la politica identitaria e un film su The King è controcorrente e inusuale da vedere con costumi sfarzosi, capelli cotonati e paillettes.

Altro film di cui ci vuoi parlare?
Un fenomeno interessante, perché coglie i nostri tempi, è Everything Everywhere All at Once, la pellicola sui multiversi con Michelle Yeoh. L’ho trovato lunghissimo e ho faticato a mantenere l’attenzione tutto quel tempo.

Perché merita una menzione?
L’estetica, il montaggio e molte regole del cinema consacrate da personaggi come Martin Scorsese sono messe da parte in favore di una narrazione veloce. Non è simile a un romanzo, ma a un videogioco, ricorda più Minecraft che Hollywood. È importante vederlo se si è interessati alla cultura contemporanea.

La questione dei multiversi è alla base anche del Marvel Cinematic Universe.
Alcuni film Marvel mi hanno divertito, ma sono stati un fenomeno un filino deleterio per il cinema.

Motivo?
Perché sono stati loro – con investimenti di 300-400 milioni di dollari, ricavati dai miliardi di dollari di Avengers: Endgame – a mettere i produttori nelle condizioni di scartare e non fare film a medio budget come quelli di Gus Van Sant o Almodóvar. Sono concentrati sui film di supereroi che fuoriescono da portali e universi paralleli perché hanno fatto il botto in Asia e generano tanti soldi. Hanno avuto un effetto negativo sul cinema per un capitalismo dell’accumulo a discapito del lato più filantropico.

Foto: Bea De Giacomo

The Whale lo hai visto?
Solo un pezzo, ma conosco bene il tema. È interessante il fatto che, negli anni ’90, vivevamo il problema della percezione del proprio corpo come se fosse riservato solo alle donne più giovani che sviluppavano problemi alimentari vedendo Kate Moss, in realtà la cosa è sfortunatamente più complessa: nella nostra società, in passato, avrò conosciuto solo un uomo eterosessuale con problemi di anoressia. Adesso sono molti di più.

Rischiando di essere retorico penso che, senza dubbio, viviamo in un momento storico in cui l’immagine, soprattutto sui social, è ovunque. Dall’altra parte, però, c’è anche un’attenzione maggiore al piacersi. Ci sono personaggi come Lizzo che sono bandiere della body positivity, per fortuna.
È vero, siamo passati dal voyeurismo della nostra adolescenza a una specie di esibizionismo continuo in cui qualsiasi ragazzino può fotografarsi continuamente mettendo il proprio corpo online. E paradossalmente, come diceva una giornalista, nonostante tutta questa attenzione al corpo si fa meno sesso.

Probabilmente perché in certi casi quelli che si vedono sui social sono troppo perfetti. Non c’è il difetto che, magari, può stuzzicare l’erotismo.
Esatto. Che poi è la cosa che interessa a chi vive la propria sessualità in modo più sano.

Passiamo alla tv. Sei stato uno dei volti del servizio pubblico, ora sei su un broadcaster privato. Secondo te cosa manca, oggi, alla tv italiana?
Ovviamente le tv internazionali sono più snelle e veloci. La vera divisione è tra l’intrattenimento scripted e unscripted. Credo che in Italia le serie tv siano meglio di quello che pensano le persone: c’è erroneamente questa idea che siano innovative solo quelle americane o inglesi. L’intrattenimento unscripted – a parte pochi programmi fortunati come Pechino Express – per quel che riguarda nuovi progetti hanno meno fondi rispetto ai serial. Il problema sta tutto lì. Gianni Boncompagni diceva sempre che la televisione si fa con i soldi. Ed è vero. Ci sono semplicemente meno investimenti sui programmi unscripted.

Il programma estero che non è ancora arrivato in Italia e vorresti fare?
Il format tra i più importanti fatto all’estero, SKAM, ha avuto successo anche in Italia, ma l’idea era davvero geniale. Così come ha funzionato il Grande Fratello, che è un formato fortissimo. Mi piacerebbe fare Sexy Beasts, una sorta di Gioco delle coppie dove una persona deve scegliere il partner nonostante siano tutti truccati da drago o orco, con protesi e trucco incredibili. Effetti speciali a livello di grandi film. Questo dating show potrebbe essere adatto all’Italia. Mi divertirebbe molto trattare il tema dell’amore.

Dopo Pechino Express?
Ho condotto Quattro matrimoni che è partito senza fare grande promozione ma è andato molto bene, e ho intenzione di rifarlo: perché mi ha molto divertito la realtà delle spose che gareggiano tra di loro.

Motivo?
Sono feroci e determinate nel momento dei loro sposalizi. Lo show è molto comico e mi piace farlo. Dopo tot anni di tv uno sceglie di fare le cose in cui si trova bene. Nella resa dei conti delle spose mi diverte molto.

Passiamo alla musica. Hai visto Sanremo?
Solo la parte con la vincitrice che ha vinto moralmente il Festival.

E chi sarebbe?
Carla Bruni, che ha duettato con Colapesce e Dimartino.

E perché?
Colapesce e Dimartino non li conosco né personalmente né musicalmente, ma hanno tanti applausi da parte mia.

Cosa ti è piaciuto di questo duetto?
Tutte le teorie di Marx sulle classi sociali soppiantate da altre teorie sociali, politiche ed economiche, a un tratto erano vere. Era come se Carla Bruni facesse parte di un altro mondo che non toccava quello degli individui presenti alla kermesse. Come le teorie sulla borghesia e il proletariato. Sembrava un universo che non poteva unirsi in nessuno modo all’altro. Questa cosa era molto divertente, forse sono l’unico che l’ha trovata spiritosa. Ma poco importa.

Qualche artista italiano tra i nuovi che ti piace? Rosa Chemical lo conosci?
No. Non è per snobismo – siamo 68 milioni di persone in Italia – se mi permetto di ascoltare musica americana, inglese, tedesca, giamaicana come succedeva tanti anni fa. E se non sono culturalmente autarchico come quasi il resto della nazione, non mi si può biasimare. Mi diverte fare le mie ricerche e ascoltare radio BBC 6, una stazione tenuta in vita grazie a molti giornalisti e professionisti che mettono in onda il rock e il post punk anche se non genera più tanti soldi nel mercato contemporaneo. I miei gusti musicali non sono di moda al momento.

Si vociferava che, nel 2021, potessi condurre il Dopofestival.
Mi rendo conto della differenza tra Luciano Berio e Sabrina Salerno, faccio tv e potrei facilmente fare un programma che tratta la musica leggera. Sarebbe divertente farlo, non ho ricevuto proposte, rispondendo alla tua domanda, ma non lo vedo come una cosa disdicevole. Sarebbe un po’ come lo show Eurotrash condotto da Jean-Paul Gaultier.

Iscriviti