Cosimo Gomez: «Volevo essere Tony Scott» | Rolling Stone Italia
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Cosimo Gomez: «Volevo essere Tony Scott»

Il regista di 'Brutti e cattivi' torna (questa volta su Netflix) con 'Il mio nome è vendetta', revenge movie starring Alessandro Gassmann e Ginevra Francesconi, sulle orme di un autore hollywoodiano troppo sottovalutato. E ci regala una chicca in esclusiva: gli storyboard del film

Alessandro Gassmann, Ginevra Francesconi e Cosimo Gomez sul set di 'Il mio nome è vendetta'

Foto: Emanuela Scarpa/Netflix

Ci sono registi, autori che senti fin dalle prime inquadrature che – possono piacere, e piacerti o meno – hanno una grammatica, un’estetica propria, originale, particolare. Ecco, che Cosimo Gomez fosse uno di loro lo potevi percepire sin dalle prime scene di Brutti e cattivi, con il trio Claudio Santamaria, Marco D’Amore e Sara Serraiocco, trasformati e potentissimi in una storia selvaggiamente noir, così come nello stranissimo e diversissimo Io e Spotty. Ora nella sua pur breve carriera dietro la macchina da presa arriva una nuova sfida, la piattaforma (Netflix) e un revenge movie come Il mio nome è vendetta (già primo in 16 Paesi e secondo worldwide su Netflix), anch’esso brutto (sporco) e cattivo, con un Alessandro Gassmann che dopo Non odiare inanella un’altra grande performance dolorosa e spiazzante e una Ginevra Francesconi che dimostra di essere una delle nostre shooting star più interessanti e promettenti, talento naturale e rigore artistico da veterana. La storia è quella di un padre felice e taciturno che vedrà il proprio inconfessabile passato irrompere nel suo ovattato presente e dovrà tornare a combatterlo. Senza esclusione di colpi e sacrificando tutto, a partire dall’innocenza della luce dei suoi occhi. Perché se Santo Romeo (e cioè Gassmann) tornerà a essere Domenico Franzé, lei scoprirà di essere un’altra.

Cosimo, come ti senti dopo quest’avventura?
Siamo al momento di tirare le somme dopo anni di lavoro, è stata una gestazione lunga per scrittura, realizzazione e montaggio. Sono ansioso di capire che oggetto sia, se quello che ho immaginato, voluto, cercato arriverà agli spettatori. Sono in febbrile attesa di capirlo.

Per quel poco che vale, io credo che tu, voi, abbiate fatto centro. Prendere un oggetto cinematografico, un genere poco percorso in Italia, come il revenge movie e riuscire a restituirlo con questa potenza e senza scimmiottarne modelli internazionali più illustri è un grande successo. Quali sono stati i tuoi riferimenti?
Ci abbiamo provato a farlo, con lo spirito di fare un’opera di genere e d’intrattenimento avendo come ispirazione Taken (in italiano tradotto Io vi troverò, ndr), Man on Fire – Il fuoco della vendetta, Léon, tutti i revenge migliori, senza imitarli. È stato il punto di vista comune tra me e il produttore, una sfida nella sfida.

Però Ginevra assomiglia davvero tanto alla Mathilda interpretata dall’esordiente Natalie Portman in Léon.
In questo film abbiamo fatto tante prove e test su ogni minimo dettaglio, alla fine non ci crederai ma la citazione è più casuale che voluta. Avevamo bisogno di raccontare una ragazza molto giovane e Ginevra, per questioni assicurative e legislative, quando ha girato aveva già 18 anni. Quel taglio di capelli, quel caschetto iconico, la rendeva normale, semplice, piccola, la infantilizzava il giusto. Così da trovare ancora più sorprendente la sua evoluzione durante la storia che la investe.

Alessandro Gassmann (Santo) e Ginevra Francesconi (Sofia) in ‘Il mio nome è vendetta’. Foto: Emanuela Scarpa/Netflix

Alessandro Gassmann è stato sorprendente e generosissimo in questo ruolo. Come avete lavorato insieme? Lui veniva da un film come Non odiare in cui già aveva percorso una diversa modalità espressiva.
Non odiare di Mauro Mancini è un film bellissimo e Alessandro è incredibile in quel ruolo, ed è vero che nella sua carriera in questo periodo c’è la scoperta di una nuova cifra stilistica, almeno al cinema, perché a teatro già aveva sperimentato un modo differente di stare in scena, personaggi più complessi e ambigui. Lui è il film, quando ha sentito addosso il personaggio e ha detto “sono io” Il mio nome è vendetta è partito davvero, ha preso il via. Nei revenge, non facciamo finta di niente, la star è parte integrante della narrazione, il suo status di riconoscibilità, la sua fama sono componenti fondamentali, la notorietà del protagonista che si ritrova in un contesto diverso dal solito è essenziale. Solo lui poteva farlo nel nostro star system: ha tutto, talento, prestanza fisica, coraggio. Io lo stimo moltissimo, lo vedo sempre a teatro, lo volevo pure in Brutti e cattivi. E lui non è stato solo attore, nel Mio nome è vendetta abbiamo lavorato fianco a fianco fin dalle prime letture della sceneggiatura e abbiamo sviluppato personaggio e film insieme. È molto suo questo lungometraggio. Alessandro Gassman, è speciale, unico per disciplina attoriale, nel portare armonia sul set… gli devo molto. Un’enorme parte di questo film e della sua riuscita la devo agli attori.

Un estratto dallo storyboard del ‘Mio nome è vendetta’. Credit: Marco Valerio Gallo

L’identikit di Alessandro sembra quello di Liam Neeson nella saga di Taken.
Taken ha focus e intrattenimento, ha un target, e sì, non mi vergogno a dire che volevo dare al pubblico, a un certo pubblico, una storia che desiderasse. Mettendoci dentro anche altro, come la storia familiare, ma senza fare un’altra cosa, nasconderci dentro un cinema d’autore mascherato. Per intenderci, io amo Tony Scott (regista di Top Gun, Beverly Hills Cop II – Un piedipiatti a Beverly Hills II e Nemico pubblico, ndr), uno che non sta nella storia del cinema come meriterebbe, per premi e riconoscimenti critici, che non trovi nelle classifiche dei migliori film di tutti i tempi, ma ha cambiato grammatica e fruizione del cinema stesso. Lui ha messo insieme azione, spettacolo, entertainment puro unito al nome sul manifesto che avesse talento. E quando il pubblico entrava in sala, potevi star sicuro che lo faceva divertire. Mi affascina tanto il mondo di questi prodotti più di altri, che magari sono troppo autoreferenziali. E non è un attacco al cinema d’autore, perché nella mia sfera di amori cinematografici ci sono anche i Dardenne. Qui tutto è ripreso con macchina a mano, esattamente come fanno Stefano Sollima o Paul Greengrass nella saga di Bourne e non solo. Volevo quella sporcizia elegante, è un linguaggio “altro” e importante che spesso viene sottovalutato. E in questo mi ha aiutato molto la fotografia di Vittorio Omodei Zorini, che ha fatto un lavoro clamoroso, e che abbiamo già apprezzato in ZeroZeroZero, Dampyr, Diavoli, Gomorra, Bang Bang Baby e con il quale avevo già lavorato in Brutti e cattivi.

Potrebbe essere interessante un team-up tra Sofia Romeo e Alice Barone, le due protagoniste di Il mio nome è vendetta e Bang Bang Baby. Tornando agli attori, mi sembra che con te tutti si sentano a proprio agio nell’uscire da una certa comfort zone, di diventare altro e mettersi in panni scomodi.
Alessandro è stato felicissimo di essere come lo vedi nel film, più segnato nel viso, senza trucco e senza inganno. Anche con D’Amore e Santamaria in Brutti e cattivi ho avuto la fortuna di avere interpreti felici di modificarsi e diventare il personaggio. Sono tutti attori che hanno fatto tanto teatro e non è un caso, conoscono profondamente il loro mestiere e hanno fatto percorsi consapevoli e complessi; sanno che opportunità sia la trasformazione, anche radicale. Io vengo dal disegno, dalla pittura, dalla scenografia, mi viene spontaneo chiedermi come possa cambiare l’attore, cosa possa dare e dove deve, dobbiamo andare. Li disegno già così, nella mia testa.

Un estratto dallo storyboard del ‘Mio nome è vendetta’. Credit: Marco Valerio Gallo

E vale anche per le donne. Ricordo una Sara Serraiocco pazzesca in Brutti e cattivi, e Ginevra Francesconi qui fa un lavoro eccezionale.
Con le donne c’è dietro pure più lavoro. Ginevra è un talento naturale, io ho visto tutte le sue colleghe coetanee per il suo ruolo, fondamentale per il film, anche Netflix era molto ansiosa per la scelta di chi dovesse interpretare Sofia, il casting è stato lunghissimo. Tutte brave le candidate, ma lei è pazzesca, hai ragione, ed è il motivo per cui l’abbiamo scelta tra le tre finaliste. Però quel casting mi ha fatto rendere conto di che incredibili talenti ci siano in giro, di una nuova generazione di interpreti femminili giovanissime con doti sopra la media.

In colonna sonora troviamo Imagine Dragons e i Royal Blood. Come hai lavorato alla musica del film?
Ho cercato di lavorare con dei brani, delle vere e proprie song che avevo in mente e volevo inserire nel film, che ovviamente tu hai riconosciuto. In realtà su oltre il 50% del film ho utilizzato delle canzoni: Thunder degli Imagine Dragons che accompagna l’off-road tra padre e figlia, Boilermaker dei Royal Blood che accompagna il momento nel quale scatta la prima alleanza tra figlia e padre. Ma ci tengo a citare tra le altre anche Letter from a Distance di Akira Kosemura, che accompagna la lettera di addio che scrive Santo a Sofia e il tema di Santo, cioè quello della sua morte, che è stato scritto da Matteo Curallo, un compositore italiano molto talentuoso. In generale, la mia ispirazione è stata la modalità di lavoro usata nella serie televisiva Hanna, che ho amato molto. L’utilizzo di questi brani ha rappresentato un costo importante nel budget del film. Il mio supervisore musicale Giovanni Arcadu insieme a due musicisti (Marta Lucchesini e Giorgio Giampà) e il lavoro straordinario del fonico di mix Nadia Paone della LaserFilm hanno poi fatto, a mio avviso, un ottimo lavoro di cucitura, cosa non semplicissima quando si usano tanti brani.

Il finale non lascia dubbi sul fatto che ci sarà Il mio nome è vendetta 2.
Magari. Non dico altro, perché dipenderà dal successo che avrà il film… ma non mi dispiacerebbe.

Lo sai che con questo film adesso è obbligatorio un tuo salto nel vuoto, magari a Hollywood. Hai anche il cognome giusto, molto internazionale.
La mia vita ha avuto troppe montagne russe perché ci possa sperare. Non ho il sogno americano fine a se stesso, ma quello di fare cose belle e di qualità ovunque sia possibile. E sì, anche all’estero, ovviamente, anche se credo che questo, come altri prodotti recenti, dimostri che questo cinema, questa serialità, si possono fare bene anche in Italia. Comunque lo prendo come un augurio.

Un estratto dallo storyboard del ‘Mio nome è vendetta’. Credit: Marco Valerio Gallo

Qual è il segreto per fare film di genere spettacolari alla Tony Scott anche in Italia?
Investire in risorse e tempo. Qui ci siamo potuti preparare, abbiamo provato tanto. Per fare un esempio, le scene di stunt sono partite dai videoboard che abbiamo girato fuori dal set, e sono giorni di lavorazione in più. E neanche pochi. Abbiamo avuto l’opportunità di lavorare al film con un rigore e una mole di lavoro non comuni. In Italia non è così normale, e invece è fondamentale. Perché è importante imparare a essere competitivi e tutto parte dalla credibilità: se puoi preparare le scene al meglio, è più difficile sbagliare. Io sono un nerd, adoro i backstage, spiare le lavorazioni altrui, sono le storie che mi appassionano di più e qui ce n’è di lavoro dietro il film da raccontare. E poi, come dicevo, è essenziale la complicità degli attori. Ale si è preparato per mesi anche fisicamente al ruolo, non so quanti chili e muscoli abbia preso, oltre al lavoro sui movimenti e le tecniche di combattimento. Anche le migliori sceneggiature sono sempre sulla carta, le prove le arricchiscono, perché la parola scritta passa sulla bocca degli attori, davanti al tuo sguardo, e si modella, si perfeziona.