Come Stephen Root è diventato il più grande caratterista del nostro tempo | Rolling Stone Italia
THE GREAT UNKNOWN

Come Stephen Root è diventato il più grande caratterista del nostro tempo

Da Milton in 'Impiegati... male!' al suo ultimo ruolo, Wyck in 'Widow’s Bay', l'interprete 74enne trova l’umanità negli emarginati e negli eccentrici, per poi tornare volentieri a confondersi nell’anonimato

Come Stephen Root è diventato il più grande caratterista del nostro tempo

Foto: Sacha Lecca

È estate a New York. I martelli pneumatici martellano fuori dalla mia stanza d’albergo alle sei del mattino. I ricchi spendono 10mila dollari per un biglietto dei Knicks. Un cliente impaziente da Pret A Manger si lamenta con un dipendente perché hanno finito i sandwich Caprese.

La città può farti sentire piccolo e sacrificabile, proprio come un personaggio interpretato da Stephen Root. Il rimedio è trovare da ridere nelle umiliazioni quotidiane. Per fortuna oggi abbiamo l’attore in persona, che ridacchia guardando una clip in cui interpreta un Klingon. Siamo seduti a un tavolo da Gabriel’s, vicino a Central Park, non lontano dal pied-à-terre dove lui soggiorna quando è in città. Sul mio portatile ho preparato alcune delle mie scene preferite di Stephen Root. In questo momento stiamo guardando il capitano K’Vada, impegnato in un duello verbale con il capitano Jean-Luc Picard in un episodio del 1998 di Star Trek: The Next Generation. K’Vada (Root) sta trasportando Picard (Patrick Stewart) sul suo vascello verso il pianeta Romulus affinché possa verificare se Spock abbia disertato. (È il primo vero crossover dell’universo di Star Trek, che mescola il cast originale con quello “extra crispy”.)

K’Vada fu una delle prime grandi occasioni della carriera di Root, anche se è difficile riconoscerlo dopo tre ore e mezza passate sulla sedia del trucco. A lui, però, il tempo di preparazione non pesava: era cresciuto da appassionato di fantascienza, sempre con il naso nei libri mentre la famiglia si spostava continuamente da una città all’altra.

«Mi piaceva da morire», dice Root sorridendo. «Ero un vero nerd. Brent Spiner (l’interprete dell’androide Data) era fantastico, davvero gentile. Mi portò sul ponte di comando, mi fece fare foto nella sala del teletrasporto. Telefonai a tutti quelli che conoscevo: “Non indovinerete mai in che serie sto recitando”».

Nella scena, Stewart e Root, entrambi veterani di Shakespeare, si sfidano a chi riesce a pronunciare le battute con maggiore gravitas.

Capitano K’Vada: «Abbiamo poco spazio. Questa è una nave militare, non un’imbarcazione da diporto».

Capitano Jean-Luc Picard: «Naturalmente. Andrà benissimo così».

K’Vada: «Dormirete alla maniera Klingon. Noi non ci rammolliamo dormendo su un materassino».
(Batte una mano sul letto)

Picard: «Bene».
(Batte una mano sul letto a sua volta)
«Lo preferisco».

K’Vada: «Mangerete con noi, ma non serviamo cibo della Federazione».

Picard: «Ah! Non vedevo l’ora di assaggiare il gagh. È parecchio che non ne mangio. Molto fresco!».

Picard and Data Board the Klingon Vessel and Proceed Toward Romulus Space

Root ride e si strofina gli occhi. Quando gli chiedo se lui e Stewart scoppiassero mai a ridere durante le riprese, incrocia le braccia e dice: «Se non la interpreti con assoluta serietà, la comicità non funziona».

Poi si ferma e condivide una delle poche perle di saggezza che raramente appartengono ai suoi personaggi: «Vale per tutto».

Di recente Root ha concluso le riprese della prima stagione di Widow’s Bay per Apple TV, una delle migliori nuove serie dell’anno. Interpreta Wyck, un marinaio consumato dal tempo che cerca di convincere il sindaco Tom Loftis (Matthew Rhys) che aprire l’isola al turismo sarebbe un errore catastrofico.

Wyck appare immediatamente familiare. Non perché sia una replica di altri personaggi di Root, ma perché l’attore ha trascorso quarant’anni a interpretare uomini ignorati, scartati e forse clinicamente depressi. C’era Milton Waddams in Impiegati… male!, impiegato da cubicolo continuamente umiliato che mormora: «Se mi portano via la spillatrice darò fuoco all’edificio». Ha interpretato solitari emarginati in tanti film dei fratelli Coen, da Fratello, dove sei? a La ballata di Buster Scruggs, e per vent’anni in King of the Hill, nei panni di Bill Dauterive, probabilmente l’uomo più triste mai apparso sulla televisione generalista americana. Più recentemente è stato Monroe Fuches, il manager amorale, poco brillante ma in qualche modo affascinante di un assassino psicopatico nella serie Barry di Bill Hader, ruolo che gli è valso una candidatura agli Emmy.

Stephen Root in ‘Impiegati… male!’. Foto: 20th Century Fox/Everett Collection

Spesso non ti accorgi subito delle interpretazioni di Root perché è perfettamente integrato nel mondo che attraversa. Compare sullo schermo e sembra essere sempre stato lì, come quel vecchio divano dimenticato nel seminterrato dei tuoi genitori. Eppure i personaggi restano impressi molto dopo che la performance è sfumata nel nero.

Wyck rientra perfettamente in questa categoria. È un vecchio irascibile che esplode ogni volta che sente odore di un tentativo del sindaco Loftis di trasformare Widow’s Bay, una decrepita ex isola baleniera al largo del Massachusetts, nella nuova Martha’s Vineyard. La serie è stata creata da Katie Dippold e cinque dei dieci episodi sono diretti da Hiro Murai, figura di culto grazie ad Atlanta. Dippold arriva da Parks and Recreation e Widow’s Bay contiene numerosi momenti di brillante comicità da ufficio, sostenuti dalle interpretazioni impassibili di Kate O’Flynn, Dale Dickey e Jeff Hiller. Nel complesso, però, la serie è un riuscito e stravagante mix di umorismo nero e horror, con Wyck che cerca di convincere Loftis che le maledizioni dell’isola sono reali.

Stephen Root in ‘Widow’s Bay’. Foto: Apple TV

Loftis ha un proprio passato traumatico legato a Widow’s Bay, ma resta scettico finché una notte nebbiosa una creatura eterea non lo graffia. A quel punto corre da Wyck, che gli spiega la maledizione della strega marina di Widow’s Bay.

Ma Wyck non si limita a raccontarla. Intona un antico canto di lavoro sui marinai scomparsi per sempre, interrompendo ogni strofa con uno strano «Ah-oo» dal suono vagamente indigeno.

Loftis, ormai terrorizzato, ha un’ultima domanda.

«Non capisco: come si muore?»

Wyck abbassa lo sguardo sul tavolo, poi alza gli occhi.

«Ti striscia nel letto e ti si siede sulla faccia».

Widow's Bay — Official Teaser Trailer (The Sea Hag) | Apple TV

Bilanciare comicità e paura è delicatissimo: basta stare troppo da una parte o dall’altra e tutto diventa camp. La scena del canto è stata la prima girata dall’intero cast, rendendo il compito ancora più complicato. Root, però, devia il merito del risultato.

«Hai notato quanto tempo Hiro concede a Matthew per capire cosa sta succedendo? I silenzi sono fondamentali. Lui sa come impostare il tono».

Ed è parte della riuscita, ma la verità è che Wyck sembra un personaggio che conosci da sempre fin dal primo istante in cui appare. In un certo senso, Root si è preparato a interpretarlo per tutta la vita. Nato in Florida, seguiva i continui trasferimenti del padre che costruiva centrali elettriche, spostandosi da città come New Orleans a Kansas City. Era sempre il nuovo arrivato, senza sapere chi fosse il campione sportivo o il bullo della scuola. Così osservava e prendeva mentalmente appunti.

«Mi considero un nerd introverso», dice Root. «Quando ti sposti continuamente non riesci a creare legami, ma diventi un osservatore straordinario. Non ho avuto amici stretti fino al penultimo anno di liceo. Sei sempre fuori a guardare dentro. Questi tipi li conosco».

Tiro fuori un altro ricordo, questa volta tratto da La ballata di Buster Scruggs dei fratelli Coen, la raccolta di racconti western distribuita da Netflix nel 2018. James Franco, vestito di nero, entra nella First Federal Trust Co. di Tucumcari; dietro il bancone, Root interpreta un cassiere dagli occhi sgranati, con papillon e visiera verde. Il personaggio parla in modo compulsivo delle rapine avvenute in passato, riversando dettagli a raffica. Continua a parlare anche quando Franco gli punta una pistola contro.

«I Coen mi dissero: “Quest’uomo parla con una persona ogni cinque mesi”», ricorda Root. «Quindi deve mettere sul piatto tutto il più velocemente possibile. Chiesi: “Non è troppo sopra le righe?”. E loro: “No. Di più. Più veloce”».

Il personaggio di Franco pensa di essere riuscito a fuggire senza problemi quando sente un gran baccano e il cassiere riappare armato di fucile, protetto da un’improbabile armatura fatta di pentole e padelle. Quando un proiettile rimbalza su una padella, Root esulta.

«Hai preso la padella!».

Franco spara di nuovo.

«Hai preso la padella!».

E ancora.

«Hai preso la padella!».

Alla fine il cassiere colpisce Franco con il calcio del fucile e la scena sfuma nel nero.

Guardando il caos sullo schermo, Root scuote la testa. Durante una delle prime riprese si slogò una caviglia mettendo il piede in una tana di roditori. «Mi dissero di correre velocissimo verso la macchina da presa e io risposi: “Gli finirò addosso”. E infatti così è stato».

Gli faccio notare che, proprio come Milton in Impiegati… male! – che effettivamente incendia l’edificio – anche il cassiere ottiene il suo momento di oscura gloria. Root sembra apprezzare particolarmente questa osservazione.

«Già. Non è fantastico?».

Root ha frequantato l’Università della Florida all’inizio degli anni Settanta, dedicandosi al teatro, ma lasciò prima di laurearsi per unirsi a una compagnia shakespeariana itinerante che un giorno poteva esibirsi a West Point e quello successivo in un college di provincia. Erano pochi e affiatati, quindi ognuno doveva interpretare più ruoli. Root recitava monologhi e, all’occorrenza, interpretava anche damigelle con seni fatti di palloncini.

Con il tempo divenne una presenza costante a Broadway, culminata con un ruolo nel revival del 1987 di Erano tutti miei figli di Arthur Miller. A quel punto, però, aveva già un figlio e aveva bisogno di uno stipendio più stabile.

«Non puoi mantenere un figlio con i soldi del teatro, quindi ci trasferimmo», racconta Root ricordando il viaggio della famiglia verso Hollywood. «Dovevo trovare lavoro immediatamente: avevamo affittato una casa a Woodland Hills».

Arrivarono piccoli ruoli in Ghost – Fantasma e Mr. Crocodile Dundee 2. La sua carriera stava prendendo slancio. Poi una grande occasione: una parte con diverse scene in Un poliziotto alle elementari con Arnold Schwarzenegger. Il film fu un enorme successo. Root mi regala anche una notevole imitazione di Schwarzenegger.

«Un giorno ero seduto accanto a lui nel reparto trucco», ricorda. «Mi guardò e disse: “Sei troppo divertente”. E io risposi: “Grazie, Ah-nold”».

Foto: Sacha Lecca

C’era solo un problema: il suo personaggio fu eliminato nel montaggio finale. Per un attore che avrebbe costruito l’intera carriera interpretando uomini invisibili e trascurati, oggi sembra quasi una gag perfetta. All’epoca, però, non c’era nulla da ridere.

«Non ero un volto noto, non ero un nome», racconta Root. «Quindi ogni ruolo con un po’ di sostanza, con vero materiale da recitare in un film, era raro. Facevi il tuo lavoro da caratterista e, se non ti veniva data la possibilità di essere visto come accadeva ai grandi caratteristi degli anni Trenta e Quaranta, semplicemente sparivi».

Root continuò a macinare ruoli, comparendo come “Allenatore di football” in Cinque in famiglia e “Paziente psichiatrico che suona la tromba” in Chicago Hope. La svolta arrivò con il ruolo di Jimmy James, proprietario della stazione radio in NewsRadio, accanto a Dave Foley, Phil Hartman e un Joe Rogan ancora con tutti i capelli. A volte, nei pilot comici, si vede chiaramente un attore che sta ancora cercando il personaggio. Con Jimmy James non succede: Root ne coglie immediatamente la spacconeria immotivata e l’insicurezza comica fin dalla prima scena.

La serie durò cinque stagioni e gli garantì una sicurezza economica sufficiente per sperimentare. Durante quel periodo ricevette una telefonata da Mike Judge per fare un provino per una nuova serie intitolata King of the Hill.

«Credo mi avesse visto interpretare un personaggio del Sud in qualcosa sulla Guerra Civile», racconta Root. «A Broadway frequentavo molti attori del Sud e avevo imparato bene quell’accento».

Fu talmente convincente da ottenere due ruoli. Uno era Buck Strickland, il capo donnaiolo di Hank Hill che condivide molte caratteristiche con Lyndon B. Johnson, compresa l’abitudine di conversare seduto sul water. Ma il personaggio destinato a diventare immortale è il sergente William “Bill” Fontaine de La Tour Dauterive. Bill è un barbiere militare della Louisiana trasandato e malinconico che continua a parlare dell’ex moglie Lenore al presente anni dopo essere stato lasciato. Le feste natalizie sono per lui particolarmente difficili. Mostro a Root un episodio di Natale in cui Bill cerca di apparire forte davanti agli amici e fallisce miseramente.

«Amo il Natale. Mi piace celebrare l’anniversario del giorno in cui Lenore mi lasciò sette anni fa, la vigilia di Natale. La cosa migliore che mi sia mai successa. Già». Scoppia a piangere, poi si ricompone. «Le feste sono il periodo meno solitario dell’anno». Torna a casa, Hank lo segue e lo scopre mentre incarta regali. Quando gli chiede se siano per Lenore, Bill balbetta una risposta affermativa che racchiude tutta la disperata speranza di ogni uomo incapace di accettare che una donna non tornerà mai più.

Bill Gets Depressed on Christmas

«Ho capito immediatamente Bill, perché avevo lavorato con operai edili quando facevo il manovale per mio padre», racconta Root. «Conoscevo questi tipi che, per nessun motivo apparente, infilavano una gamba dei pantaloni negli stivali da cowboy e lasciavano fuori l’altra. La tristezza arriva dagli altri lavori che stavo facendo. Mi pare che in quel periodo interpretassi un contadino che aveva perso la moglie e quella malinconia mi è rimasta addosso».

Con il tempo Root cercò di allontanarsi dalla sua rappresentazione dell’uomo americano come creatura sola e disfunzionale. Ma quei personaggi continuavano a trovarlo: Milton in Impiegati… male!, Gordon Pibb in Palle al balzo – Dodgeball. Sapeva renderli reali anche in cinque minuti soltanto sullo schermo, ma voleva accompagnarne uno per un periodo più lungo.

L’occasione arrivò nel 2018 con Monroe Fuches in Barry. La serie segue un ex marine e killer professionista depresso interpretato da Bill Hader, che cerca redenzione nel teatro mentre si scontra con la mafia cecena di Los Angeles. Ogni volta che tenta di cambiare vita, viene trascinato indietro dal suo “tutore”, Fuches: un parassita travestito da figura paterna. Fuches manipola Barry con una mascolinità tossica da duro, ma resta un uomo profondamente solo, senza amici e senza bussola morale.

Stephen Root in ‘Barry’. Foto: Merrick Morton/HBO

Gli mostro l’episodio più celebre della serie, Ronny/Lily. Barry, coperto di sangue, racconta a Fuches di aver eliminato il bersaglio ma di essersi rifiutato di ucciderne la figlia. Fuches non ha gli stessi scrupoli. Gli chiude una ferita aperta usando della colla istantanea e poi tenta di attirare la bambina con il tono con cui si chiamerebbe un gattino smarrito.

«Ehi, non voglio sembrare inquietante, ma ti va di salire in macchina con me e il mio amico?».

La bambina rifiuta e con due balzi passa dal vialetto a un albero e poi sul tetto. Cala la notte. I due la cercano ovunque. A un certo punto Lily si infila in macchina e morde Fuches in faccia. Barry gli urla di staccarsela di dosso, ma Fuches non può: le mani sono incollate al volante dalla colla. La bambina riesce a liberarsi portandosi via un pezzo della sua guancia e fugge. Finalmente Fuches abbandona tutta la sua posa da duro e mostra l’emozione più umana di tutte: il terrore. «Ma tu che cazzo sei?!»

Root sorride.

«Cerco sempre di trovare l’umanità nel personaggio, anche quando è uno stronzo malvagio».

E questo ci riporta a Wyck. In un certo senso il personaggio rappresenta il punto d’arrivo di quarant’anni di osservazione da parte di Root. Eppure l’attore non aveva intenzione di impegnarsi in una nuova serie potenzialmente lunga subito dopo Barry.

«Adesso ho 74 anni e quando accetti una serie potresti firmare per cinque o sette anni. È un impegno enorme».

Ma amava il ruolo e l’idea di lavorare di nuovo con Hiro Murai, che lo aveva diretto in Barry, oltre che con Matthew Rhys, con cui aveva già collaborato nel reboot HBO di Perry Mason. È talmente entusiasta di Wyck da prolungare il nostro incontro per spiegarmi come certi stivali da lavoro lo aiutino a entrare nella testa del personaggio. Poi cita un’altra scena fondamentale, che secondo lui è la chiave per comprendere un uomo che vive nel rimorso.

C’entra una disavventura in mare del giovane Wyck, ma raccontarla significherebbe spoilerare la serie. Basti dire che Root pronuncia uno dei migliori monologhi della sua carriera, un soliloquio che riecheggia contemporaneamente Re Lear e il capitano Quint dello Squalo. Potrebbe persino farvi piangere. Poi compare un uomo di trecento anni e scoppia una lotta farsesca in mezzo al mare. In altre parole: il classico Stephen Root.

Usciamo nel sole abbagliante di Manhattan all’ora di pranzo. Centinaia di turisti e residenti ci passano accanto. Da quarant’anni Root costruisce la sua carriera osservando le persone che la maggior parte di noi ignora. Coerentemente, nessuno dei passanti lo riconosce.

Root non sembra farci caso. Ci stringiamo la mano e ci salutiamo. Poi l’uomo qualunque di Hollywood sparisce, diventando semplicemente un’altra faccia tra la folla.

Da Rolling Stone US