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Colpo di fulmine a Venezia 79: ‘Love Life’ di Kōji Fukada

Abbiamo incontrato il regista giapponese autore di uno dei film più applauditi alla Mostra. Un’opera che ha già convinto tutti i critici al Lido, con la sua storia sospesa tra dolore e ritratto ‘intimo’ di un intero Paese

‘Love Life’ di Kōji Fukada

Foto: Teodora Film

È un film profondo, oltre che intimo, sincero, toccante: qualcosa che va oltre l’elaborazione del lutto e interroga, attraverso parole che non fanno rumore, la nostra umanità, il nostro quotidiano – a volte tragico, altre beffardo o semplicemente stanco – sopravvivere. Non è detto che metta d’accordo i giurati, ma di sicuro Love Life, storia di una giovane coppia che deve fare fronte a una tragedia improvvisa, ha già messo d’accordo i critici: difficile trovare qualcuno alla Mostra del cinema di Venezia che non abbia apprezzato la sensibilità del 42enne autore giapponese Kōji Fukada (già premiato a Cannes a Un certain regard nel 2016 con Harmonium), le sue coppie spezzate (dal dolore) e in qualche modo ricomposte, i suoi personaggi “altri”, la lingua che sono tante eppure alla fine è una sola. Un piccolo gioiello – in sala da venerdì 9 settembre con Teodora Film – di cui abbiamo parlato con l’autore.

Uno dei personaggi del film, il padre naturale e sordomuto del bambino, a un certo punto dice all’ex moglie: “Andare avanti non significa dimenticare”. La memoria come valore a cui aggrapparsi, quindi?
Sì, assolutamente. Ma questa è una posizione molto personale: ciascuno di noi vive e reagisce al lutto in modo diverso. Ma credo che noi esseri umani viviamo un misto di presente e di ricordo del passato. Anche i ricordi fanno parte del nostro presente: la memoria non si può staccare da ciò che stiamo vivendo adesso.

I temi e lo stile del tuo cinema potrebbero richiamare alla memoria quello di Kore’eda. Pensi che esistano effettivamente delle similitudini?
Rispetto tantissimo Kore’eda, non credo che in tutto il Giappone esista qualcuno che non lo conosca: ma non credo che i nostri film combacino più di tanto. Lui in particolare racconta famiglie di fatto, innescando alcuni dubbi sulla società giapponese, dando allo stesso tempo agli spettatori grande speranza: io invece ho un approccio più libero riguardo la famiglia, per me rappresenta lo sfondo, mi interessa molto di più la solitudine del singolo.

Perché proprio la solitudine?
Perché si tratta di un argomento universale. Nei miei film cerco di proporre elementi credibili e netti: il primo è che prima o poi la morte arriva per tutti; il secondo è la solitudine. Sono elementi universali e ricorrenti nelle mie opere.

L’idea degli italiani del Giappone è di un Paese ricco, con pochi problemi, dove funziona tutto e tutti lavorano. Nel tuo film però mostri senzatetto, volontari che aiutano i poveri, sperequazione sociale: la crisi è arrivata anche da voi?
Diciamo che la nostra società, proprio come le persone, ha molte sfaccettature. Senza dubbio certi film fanno vedere solo la realtà che il governo vuole sia mostrata al di fuori dei confini del Paese. Ma è indiscutibile che alcuni problemi, come la povertà, esistono: dal distretto dove provengo ad esempio sono molto aumentate negli ultimi tempi le persone che accedono alla mensa dei poveri, dove io stesso ho fatto il volontario. Credo che il cinema debba dare visibilità a questi elementi sociali, debba mostrarli: se non li facciamo vedere noi è come se non esistessero.

In Love Life il bambino della coppia dei protagonisti è un piccolo campione di Othello. Hai scelto questo gioco per la sua forte valenza metaforica, perché in un istante le pedine da nere possono diventare bianche e viceversa?
L’ho scelto innanzitutto perché era interessante a livello visivo e – rispetto ad altri giochi noti solo in Giappone – questo lo conoscono tutti ovunque. Ma la mia scelta è caduta su questo gioco anche per l’altro elemento, quello a cui fai riferimento tu: così come per le pedine di Othello, anche nella vita basta poco, una piccola cosa, per fare sì che il cambiamento sia molto drastico, che cambi tutto in un momento. Ho pensato che fosse una metafora interessante.

Il titolo del film è quello di una canzone che ascoltiamo nel finale…
È un brano di Akiko Yano, che è una cantautrice giapponese estremamente famosa e molto apprezzata da noi. Love Life non è la sua canzone più nota, ma è quella che io preferisco:l’ho sentita per la prima volta quando avevo 20 anni e ogni singola strofa ha un significato per me. Non parla solo dell’amore tra un uomo e una donna, ma anche tra chi è ancora in vita e chi invece se ne è andato. Gli stessi argomenti su cui volevo fare un film. È una canzone che parla di distanza, sia fisica ed emotiva: parole a cui la pandemia ha dato ancora maggiore valore e attualità.

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