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‘Cocoricò Tapes’, quel sogno anni ’90 che oggi sarebbe impensabile

Presentato al Pesaro Film Festival, il documentario di Francesco Tavella racconta la discoteca più famosa di Riccione da un punto di vista sociologico e culturale. E ci dice che forse oggi tutto questo non potrebbe esistere. Abbiamo incontrato il regista

Foto: Pesaro Film Festival

Si intitola Cocoricò Tapes ed è un documentario, presentato in anteprima mondiale al Pesaro Film Festival, che in poco più di un’ora racconta la storia di una leggendaria piramide che però non stava in Egitto, bensì a Riccione. Era questa infatti la struttura architettonica simbolo del Cocoricò, luogo di pellegrinaggio negli anni Novanta per giovani adepti della club culture italiani e non solo. Non una semplice discoteca, ma un luogo in cui la trasgressione era diventata una forma d’arte e che ha segnato un’epoca che oggi sembra lontana anni luce. Il film è l’opera d’esordio di Francesco Tavella, che pur essendo «un ragazzo dell’81» è rimasto colpito da quello che ha visto e scoperto nei materiali d’archivio che gli erano arrivati per le mani. «Gente crocifissa, frustata, su dei carri armati. Tutto questo mi ha catturato, e quando ho conosciuto chi ha frequentato questo posto sono rimasto sbalordito dall’approccio aggregante e genuino. Andava raccontato questo locale».

E forse ancora più importante era raccontare un decennio, quello degli anni Novanta, che non ha avuto la stessa pubblicità positiva di quello precedente, ma che sembra più essere stato un periodo di transizione e perdizione che da una parte si cerca di dimenticare e dall’altra di riportare ogni tanto timidamente in vita nelle sue forme più innocue e di massa, come le reunion delle Spice Girls e le sneakers dell’epoca rimesse in vendita a venti volte il prezzo di allora. «Un periodo molto anarchico», riflette Tavella, «se ci pensi sembravamo il Far West visti oggi che siamo controllati da un milione di telecamere». E in quegli anni, senza occhi elettronici, a ogni angolo di strada c’erano i componenti di quello che veniva chiamato “il popolo della notte”, che si mettevano in macchina il venerdì dopo il lavoro e si facevano anche 500 chilometri per arrivare a Riccione e passare una notte al Cocoricò per staccare dal resto della vita.

Un frame dal film. Foto: Pesaro Film Festival

«Infatti più che altro il film racconta quella generazione bistrattata, soprattutto dai media, per cui l’unica possibilità nella vita era quella di andare a stamparsi su un muro con la macchina il sabato sera», prosegue Tavella. «Invece all’interno del Cocoricò si faceva cultura, si faceva letteratura, si pensava, e lo scopo era percuotere la mente, far ragionare le persone. In un’intervista recente Loris Riccardi, il direttore creativo del Cocoricò, dice che all’epoca avevano meno etichette, e questo faceva sì di sentirsi più liberi e di fottersene dei giudizi degli altri. La gente si poteva contaminare, confrontare. Il PR storico del locale nel film dice che lì dentro eri te stesso una volta, due volte, cinque volte, dieci, venti, e poi forse iniziavi a essere te stesso anche fuori di lì».

Cocoricò Tapes si apre con la caduta del Muro di Berlino e si chiude con un aereo che si schianta su un grattacielo nel 2001, il giorno in cui tutto ha iniziato a cambiare e la vita non sarebbe stata più la stessa. «La caduta del muro di Berlino doveva essere una grande promessa per una generazione», mi dice Francesco. «Ma dopo la caduta delle due torri abbiamo capito che quella grande promessa non era più realizzabile». I sogni muoiono all’alba, o meglio dopo l’after, il Cocoricò non è più quello di una volta ma nella società contemporanea, in cui ogni provocazione diventa facilmente offesa per qualcuno, un posto del genere non potrebbe nascere e resistere. «Dovresti tener conto di troppe cose, troppe persone si infastidirebbero e non ha senso. La stagione con i quarti di bue appesi è impensabile. O il Principe Maurice (il performer assoluto del Cocoricò) con due maiali al guinzaglio: impossibile. Il locale con le armi appese ai muri non parliamone nemmeno. Prima c’era un filtro tra le cose, sapevi che era una provocazione messa in scena in un luogo dove le cose avevano un altro significato. Adesso si vede solo il significato immediato e più semplice, non si ragiona più su queste cose».

Cicciolina al Cocoricò. Foto: Pesaro Film Festival

Realizzato prevalentemente con materiali d’archivio presi dalle tv locali dell’Emilia Romagna e non solo, Cocoricò Tapes offre anche per questo un’interessante analisi sul concetto stesso di preservazione della memoria e sull’importanza che in un’epoca ancora analogica e poco digitalizzata, in cui con il telefono si facevano solo chiamate e SMS (bei tempi, soprattutto dell’autoricarica quando ti chiamavano), avevano questi avamposti televisivi spesso anche rudimentali. «E sono materiali che si stanno deteriorando e su cui sto cercando di mettere su un progetto per poterli raccogliere, perché si tratta di una miniera vera e propria». Attraverso interviste con chi il Cocoricò lo ha inventato e alimentato, immagini di trasgressioni che viste oggi fanno sorridere ma che potrebbero anche essere performance da Biennale, intrusioni, personaggi e soprattutto musica, la trans e l’hardcore che facevano ballare cinquemila persone a notte, il film fotografa un mondo perduto e che, in quella forma, non esiste più. Si è trasformato perché sono cambiati i desideri e, senza essere ipocriti, anche le droghe.

Dopo il Pesaro Film Festival, Cocoricò Tapes continuerà il suo viaggio in altri festival cinematografici, ma chiedo a Francesco se per caso ha previsto anche proiezioni nei luoghi più deputati per un documento di questo tipo. «Sì e no, perché sono sempre convinto che il luogo del cinema sia il cinema. Però allo stesso tempo si può raccogliere un sacco di consenso anche da questi luoghi deputati, come dici tu, quindi siamo già in contatto, soprattutto per l’estero, con belle realtà che ci possono aiutare a portare il film in altri locali, creando eventi che vanno dalla proiezione alla festa e in ogni caso avere una distribuzione alternativa. È chiaro che il mio desiderio è che, oltre a fare ancora tanti festival, venga preso da una distribuzione che gli dia visibilità nei cinema, e poi su una piattaforma. Dovrebbe avere la sua vita, questo film, per quello che ci è stato detto e perché è una testimonianza degli anni Novanta».

Una domanda alla fine sorge spontanea: come sarebbe il Cocoricò oggi? «Loris Riccardi ti risponderebbe “Sound of Silence”: un posto vuoto, silenzioso, dove ci si può tornare ad ascoltare, toccare, sentire qualcosa. Per essere trasgressivi oggi bastano un telefono e un profilo social. Ma forse lo è molto di più un abbraccio sincero».

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