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Clint Eastwood racconta Sergio Leone

Il 3 gennaio del 1929 nasceva il regista simbolo degli spaghetti western: rileggiamo l'intervista in cui la star dallo sguardo di ghiaccio celebrava il mito del cineasta

Clint Eastwood sul set di ‘Per qualche dollaro in più’. Foto di United Artists/Sunset Boulevard/Corbis via Getty Images

Questa intervista è estratta dalla cover story realizzata da Rolling Stone nel maggio del 1985

Precisamente vent’anni fa, un mio amico insistette per portarmi a vedere un film western, un film italiano e registrato parzialmente in Spagna. A quel tempo, andare a vedere un film italiano era ritenuta una cosa intellettualmente elevata e, in particolare, un western italiano rappresentava quasi un ossimoro del cinema europeo come, per dire, una commedia romantica tedesca. Inoltre, in America il western era considerato un genere in disgrazia e andare a vedere Per un pugno di dollari – film in cui recitava un cast internazionale di attori semi-sconosciuti guidato da Clint Eastwood, un cowboy di seconda mano preso dalla serie Rawhide – prometteva di trasformarsi in un’esperienza molto più divertente di quanto probabilmente avrebbe desiderato il regista, un altro sconosciuto chiamato Sergio Leone.

Il mio amico era laureato in filosofia e aveva visto il film già tre volte, perché lo reputava “esistenzialista”. Il personaggio di Clint Eastwood, infatti, era chiamato L’uomo senza nome e vagava per il far west salvando le persone senza nessun motivo apparente, suonandole a sudatissimi banditi colpevoli, in primo luogo, di aver insultato il suo mulo.

Gran parte delle scene violente erano stilizzate, un caos quasi fumettistico e quasi impossibile da prendere davvero sul serio, con molti critici che definivano il film “semplice, rumoroso e brutale”. Tuttavia, queste recensioni non riuscirono a tenere il pubblico lontano dalle sale, anche se smorzarono l’entusiasmo dei dottorandi in filosofia che nel personaggio di Eastwood vedevano un rimando al pensiero di Sartre.

Clint Eastwood recitò in altri due film del genere successivamente rinominato ‘spaghetti western’, per poi tornare nel 1967 ad Hollywood per Impiccalo più in alto, un altro successo al botteghino nonostante la critica ne parlasse come “incomprensibile e interminabile”.

Partiamo da Per un pugno di dollari. Come sei finito a lavorare con un regista italiano all’epoca praticamente sconosciuto?
Beh, a quel tempo avevo fatto Rawhide per circa cinque anni. L’agenzia mi chiamò e mi chiese se fossi interessato a fare un western in Italia e in Spagna. Io risposi, “Non particolarmente”, dopo aver recitato nella serie ero stanco del western. A quel punto mi dissero, “Perché non dai un’occhiata veloce al copione?”, a quel punto ero curioso, per cui lo lessi e capii subito il legame Yojimbo, un film di Kurosawa che mi era piaciuto moltissimo. Quando lo avevo visto qualche anno prima avevo pensato “Hey, questo è davvero un film western”. Pensai, nessuno negli Stati Uniti avrebbe il fegato di fare un film del genere e quando vidi un copione così coraggioso pensai, “Grandioso!”.

Sergio [Leone] aveva diretto solo un altro film, ma mi avevano detto che aveva un buon senso dell’umorismo, e mi piaceva il modo in cui aveva interpretato lo script di Yojimbo. Non avevo niente da perdere, dopo la pausa sarei tornato a registrare Rawhide, quindi pensai “Perché no? Non sono mai stato in Europa”. Trovai questa ragione più che sufficiente.

In passato hai rivelato che nel copione originale L’uomo senza nome feriva più con la sua lingua che con la sua pistola.
Si, il primo script era molto dialogato. Era una storia di violenza, per cui pensai che il personaggio dovesse risultare molto più misterioso. Continuavo a dire a Sergio: “In un vero film di serie A devi lasciare che il pubblico continui a pensare durante la narrazione; nei film di serie B, invece, racconti tutto”. Questo era come facevo valere il mio punto di vista. Per esempio, c’era una scena in cui decidevo di salvare una madre e suo figlio. Lei diceva, “Perché lo stai facendo”, e nel copione il mio personaggio andava avanti all’infinito a parlare. Parlava di sua madre, da lì un’infinità di sottotrame spuntate improvvisamente dal nulla, e poi andava avanti ancora e ancora e ancora. Pensai che tutto quell’intreccio di storie non fosse necessario, per cui ho semplicemente riscritto la scena la sera prima di registrarla.

Okay, la donna chiede, “Perché lo stai facendo?” e il tuo personaggio dice….
“Perché una volta conoscevo qualcuno come te, e non c’era nessuno ad aiutarla”

Praticamente sei riuscito a riassumere dieci pagine di dialogo in una singola frase
Abbiamo lasciato il dialogo in sospeso, lasciato che il pubblico si chiedesse “Aspetta un minuto, cosa è successo?”. Abbiamo provato a spingere le persone ‘dentro’ la storia, a cercare dettagli e indizi in cui perdersi. È come creare una caccia al tesoro e l’effetto è molto più godibile rispetto al sentirsi sbattere in faccia qualche spiegazione.

Avevi un sacco di fiducia nel tuo pubblico.
Devi averne. Non devi sminuire il pubblico, non devi pensare “Meglio rendere le cose un po’ più semplici, meglio spiegare un po’ di più”. Per esempio, nel Texano dagli occhi di ghiaccio, quando Josey Wales quando lui si allontana a cavallo alla fine del film, il montatore ed io volevamo sovrapporre alla scena il volto della ragazza. Lui aveva detto, “Vogliamo che il pubblico capisca che lui tornerà da lei”. Bene, tutti sappiamo che sarebbe ritornato. Il pubblico vuole che lui ritorni. Se si fosse allontanato dall’altra parte della città, il pubblico avrebbe pensato “Girerà a sinistra”. Sarebbe davvero sminuente dire al pubblico qualcosa che già conosce, lo stesso sarebbe dirgli qualcosa che capire dalla storia. Cerco sempre di coinvolgere attivamente le persone nei film.
Per quale motivo?
Per spingerle a pensare un po’ di più.

Poi hai fatto altri due western italiani con Leone: Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto e il cattivo.
Esattamente. Negli altri due film le produzioni erano più patinate, più eleganti. Le trame non significano nulla di che. Erano una serie di vignette messe insieme. Mi piacevano, era divertente farle, come evadere dalla realtà. In quel periodo il western americano era piuttosto sbiadito. Tuttavia quando Sergio mi chiese di continuare a fare altri western, pensai che sarebbe stato eccessivo. Per cui decisi di tornare a Hollywood, per fare Impiccalo più in alto. Sergio voleva ampliare la portata dei suoi film, mentre io ero interessato ad approfondire la trama e i personaggi. Forse egoisticamente, dato che sono un attore, immagino volessi impegnarmi con un personaggio più studiato rispetto all’Uomo senza nome.

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