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Chi è Virginia Raffaele? L’intervista di Rolling Stone

“Facciamo che io sono...”: questa è la frase che secondo l'attrice, imitatrice e conduttrice descrive meglio il suo lavoro. Siamo stati a cena con la comica più cool d’italia
Virginia Raffaele fotografata da Giovanni Gastel per Rolling Stone

Virginia Raffaele fotografata da Giovanni Gastel per Rolling Stone

Virginia Raffaele fissa la cameriera, intanto io mi convinco a scegliere anche un antipasto. Prese le ordinazioni, la cameriera si allontana, e Virginia si mette a lavoro: «Che personaggio incredibile, la cameriera che depista i clienti. “Io la devo avvisare, il piatto che ha preso è un po’ scarso, non è niente di che. Se posso permettermi, le consiglio la pizza al taglio qua di fronte…”. Bisognerebbe svilupparlo, è esilarante». Non ha l’aria di chi qualche mese fa presentava Sanremo, lodata da chiunque abbia posato gli occhi su Rai Uno in quei giorni, oppure di chi ha un programma su Rai Tre in tasca per il prossimo anno. Ma soprattutto, non sembra una pronta ad adagiarsi sugli allori. E sarebbe un disastro se lo fosse: l’attrice trasformista più celebre d’Italia deve sopportare ore di tiraggio e mastice e silicone e colla in faccia per poter fare quello che fa – non ha tempo per i divismi. Sarà merito di una tempra d’altri tempi, costruita lavorando fin da bambina nel Luna Park dell’Eur di Roma fondato dalla nonna, o sarà talento innato, in ogni caso una cena di tre ore con lei vola. E in un momento come questo, in cui le comiche donne si contano sulla punta delle dita, è un sollievo che una delle rappresentanti più in vista del genere sia una persona come lei.

Tu hai sempre voluto fare la comica, o all’inizio volevi solo fare l’attrice?
La vis comica forse viene da qualche gene della mia famiglia: mia nonna era un’acrobata cavallerizza e al circo recitava con il suo gruppo delle parodie di sceneggiate. Da piccola ero la buffona di classe, ma il mio sogno era fare la ballerina. Ai saggi di danza spesso mi mettevano davanti, e pensavo fosse perché ero brava, invece era perché doppiavo le canzoni e facevo ridere. Ho messo insieme questi elementi, e ho pensato che forse la mia strada era quella di far ridere. E poi non c’è niente di più bello che sentire lo scroscio della risata, è un cortocircuito inspiegabile che provochi nelle persone.

Quando hai avuto la prima risata da un pubblico?
A due anni e mezzo, alla festa di primavera del ristorante del Luna Park in cui lavorava la mia famiglia. C’era l’orchestrina che suonava sul palco, io mi sono arrampicata, ho preso il microfono e ho urlato una parolaccia. Tutti sono esplosi a ridere. Io neanche sapevo cosa avevo detto esattamente. Da lì in poi ho cercato le risate continuamente.

Virginia Raffaele fotografata da Giovanni Gastel per Rolling Stone. Giacca DSQUARED2, pantaloni DROMe, décolleté TRUSSARDI.

Ti ha aiutata sul versante comico crescere in un Luna Park?
Sì, è stata una scuola enorme, perché avevi a che fare continuamente con persone che erano lì per divertirsi. Nel 2007 il Luna Park ha chiuso, ed era lo stesso periodo in cui ho iniziato a lavorare a pieno ritmo sulle mie cose. Prima davo sempre una mano nei fine settimana, perché erano i giorni più impegnativi.

Quindi tu hai sempre lavorato? Mai fatti i tre mesi di vacanza dopo la scuola?
Già a 3-4 anni caricavo i fucili allo stand in cui lavoravamo io e mia madre. Chiudevamo d’inverno solo quattro giorni e tornavamo il venerdì perché nel fine settimana c’era gente. Fino ai 27-28 anni non sono mai andata in vacanza.

Ci credo che riesci a sopportare trucchi da quattro ore.
Per me è l’infanzia più bella che mi potesse capitare, anche se era una specie di gabbia dorata. Hai presente The Truman Show, quando Truman va a sbattere contro il fondo della scenografia? Per me il mondo finiva ai cancelli del Luna Park. L’ho anche odiato quel posto, però mi è servito.

Mi racconti la storia dei Due Interi e un Ridotto, il trio con cui hai iniziato?
Prima eravamo un quartetto, poi uno dei due “ridotti” se n’è andato. Facevamo sketch e ci esibivamo nei teatrini da 50 posti, con le scenografie costruite da noi. Chiedevamo i soldi ai ristoranti vicini al teatro, in cambio del nome sulla locandina. Io ero la più pignola sui costumi, sulle scene, sulle luci – anche se avevamo tre lampadine, dovevano essere messe bene. Abbiamo scritto e portato in giro tre spettacoli. Io avevo 19 anni, Danilo circa 22 e Francesca ne aveva più di noi, ma non abbiamo mai saputo quanti.

Li senti ancora?
Sì, ho anche vissuto con Danilo. Mi ricordo che un giorno in quel periodo aveva ricevuto una telefonata e mi disse che ci avevano preso per un lavoro, “Virginia, è fighissimo!”. E io: “Seee, fighissimo… Fighissimo è andare a lavorare con la Gialappa’s”. E l’anno dopo mi chiamò la Gialappa’s.

Ma prima della Gialappa’s ci sono stati Lillo & Greg, e con loro non facevi imitazioni.
Esatto, recitavo e facevo caratterizzazioni. Loro sono i rappresentanti del nonsense, un genere che amo. Greg mi vide a Faccia da Comico, all’Ambra Jovinelli diretto da Serena Dandini. Facevamo con il trio lo sketch del call center, e io facevo già la voce meccanica. Greg mi ha presa per 610 su Radio Due. Ho fatto 10 anni di radio con loro, poi il teatro e la tv.

La voce meccanica ti ha fatta esplodere al programma di Victoria Cabello…
Quella cosa la facevo da tantissimo tempo e, come accade sempre, è il palco giusto a fare la differenza. È nata mentre ero al telefono e ascoltavo la voce d’attesa. Io mi sono sempre divertita a riprodurre i suoni, le voci, però non ho mai pensato di fare l’imitatrice.

Virginia Raffaele fotografata da Giovanni Gastel per Rolling Stone. Abito SALVATORE FERRAGAMO, bracciale in metallo dorato e cristalli SWAROVSKI.

Finché non hai incontrato la Gialappa’s.
L’incontro con la Gialappa’s è stato incredibile, erano dei miti assoluti per me. Quando mi hanno cercata, ero a casa di Greg a fare le prove, e non ci volevo credere. Avevano visto uno sketch fatto a Domenica In 7 giorni, in cui facevo la voce meccanica. Io ho spiegato che non sapevo fare le imitazioni, e mi hanno risposto: “Se senti un suono e lo rifai, saprai anche rifare una voce una volta sentita”. Sono andata a fare un incontro con loro a Cologno. Mi sono seduta, ed è cominciato il massacro. Mi hanno presa per il culo tutto il tempo, io intanto rispondevo, facevo le voci, incassavo. Dopo un po’ ho avvisato che dovevo andare a prendere il treno, e loro: “Per noi va bene, ti prendiamo per il programma”, io non avevo neanche capito che fosse un provino. Sono uscita e rientrata tre volte chiedendo: “Ma è vero? Siete sicuri?”. E a Mai Dire Grande Fratello è iniziato tutto, i primi trucchi, i primi nasi – quelli non si scordano mai (ride). Lì ho avuto la fortuna di conoscere il mio staff attuale di truccatori, Bruno Biagi, Valeria Coppo e Laura Tosini.

Qual è stato il primo personaggio?
Ho fatto Giusy Ferreri al citofono, tutta improvvisata. Era girato su blue screen, e mentre lo facevo, mi vedevo nel monitor dentro al garage che avevo visto in tv, da cui erano passati Albanese, Aldo Giovanni e Giacomo… Era incredibile.

Poi a Quelli che il calcio hai premuto l’acceleratore sulle imitazioni.
Quello era richiesto, e io ci ho sofferto un po’.

In che senso ci hai sofferto?
Fare imitazioni mi sembrava limitante, poi mi sono accorta che è un lavoro psicologico, devi entrare nella mente del personaggio. A Quelli che il calcio, intorno al testo scritto succedeva qualsiasi cosa – un gol, un collegamento. E dovevi per forza restare nella parte e reagire come avrebbe fatto il personaggio reale, non potevi stare fermo e aspettare che finisse il caos per passare alla prossima battuta.

Nel frattempo sei riuscita a proporre anche personaggi inventati.
Quella è l’evoluzione verso la quale sto andando, la caratterizzazione di quelli che chiamo “i miei mostri”: creature che sono un mix di mondi, situazioni, persone che si incontrano. Ad esempio, Giorgia Maura, la finta partecipante di Amici, può ricordare Emma agli inizi, però ha un suo mondo, ha la sua famiglia, un suo background. Mi piacerebbe andare verso le caratterizzazioni pure.

Io cerco di imparare da tutti perché in questo lavoro potresti trovarti nelle situazioni più disparate

Quando capisci che un personaggio è imitabile? Ad esempio, perché hai scelto la Fracci?
Ce l’avevo in testa da un anno, ma non avevo il pubblico giusto a cui proporla, finché non è arrivato Sanremo. Ti accorgi che un personaggio può funzionare quando pronunci il nome e già la gente ride. Come fece Carlo Conti quando gli dissi della Fracci. Lo stesso con la Versace. Poi mi confronto con il mio autore, Giovanni Todescan. E poi conta tanto il trucco: se regge il trucco, allora è fatta. Per lo spettacolo teatrale Performance ho lavorato con Giovanni e Piero Guerrera, poi Giampiero Solari ha fatto la regia e ci ha messo dentro la sua meravigliosa follia.

Come funziona il lavoro con il tuo autore?
Io scelgo il personaggio e inizio a studiare la voce. Poi si gioca: l’autore inizia a farmi domande in base al personaggio che voglio provare. Questo lavoro potrebbero farlo i bambini, loro giocano spesso al: “Facciamo che io sono…”, e di volta in volta si convincono di essere principi o ladri. Ecco: in questo mestiere bisogna essere convinti come un bambino che gioca. “Facciamo che io sono…” è la frase che descrive il mio lavoro.

Nello spettacolo Performance fai il personaggio di Marina Abramovic, che non hai portato in tv. Forse perché era un personaggio troppo poco conosciuto?
virginia È stato un caso, in realtà. Quelli meno conosciuti funzionano come i personaggi inventati, ci vuole un po’ di più per farli entrare nel cuore delle persone, ma se becchi la strada giusta è fatta. È bello quando ti chiedono: “Ma l’hai inventato?” e invece esiste davvero. Stimo molto l’Abramovic, di solito non voglio conoscere le persone che imito, lei invece vorrei conoscerla davvero.

Anche perché molte non gradiscono l’imitazione…
Questo fino a Sanremo 2016. Da lì in poi solo gradimenti. La Vanoni mi ha confessato che si incazzò per l’imitazione a Sanremo 2015, perché molti pensavano che fosse davvero lei – io avevo anche chiesto a Carlo Conti di non dire mai il mio nome sul palco. Uno dei migliori complimenti mi è stato fatto indirettamente da Carlo Verdone: quella sera mandò un messaggio a Giovanni Veronesi, una cosa tipo: “Cacchio, se stai così non andare in tv”, e fu Veronesi ad avvisarlo: “Guarda che non era la Vanoni, era Virginia”. In generale, a me non interessa se un personaggio reagisce bene o male, io voglio fare bene il mio lavoro e far divertire il pubblico.

Ora che stai per avere un programma tutto tuo, hai timore a presentarti in tv da sola?
Ho fatto molta palestra in teatro, dove sono davvero sola su un palco. Ho capito che si può fare. Quando vedi che riesci a riempire lo spazio da sola, ti arriva una botta adrenalinica di cui non puoi più fare a meno. Però ci sarò anche io in prima persona, e non so ancora esattamente in che modo. Ovviamente spero sia qualcosa che mi somigli. Prima ci sarà il programma di Mika, ma saranno partecipazioni ogni tanto, perché io sarò in tournée con Performance in una versione aggiornata.

Hai avuto a che fare con Lillo & Greg, con la Gialappa’s, con Antonio Ricci a Striscia la notizia, e in piccola parte anche con Corrado e Sabina Guzzanti. Di tutti questi mondi comici, quale senti più affine?
In alcuni mondi mi sono adattata, in altri mi sono sentita subito a mio agio, in altri ancora è stata una contaminazione che ha fruttato a entrambi. Secondo me la bravura sta nell’essere all’interno, ma non esserci fino in fondo, restare comunque fedeli a se stessi senza che il pubblico senta un distacco. Io cerco di imparare da tutti perché in questo lavoro potresti trovarti nelle situazioni più disparate. Come è successo a me, che sono partita dal teatrino da 50 posti e poi sono arrivata alla conduzione di Sanremo.

Forse la tua partecipazione più strana è proprio quella a Striscia.

Quando ero a Striscia mi faceva ridere il fatto di essere lì, perché non è il mio posto. Quando sentivo la sigla, stavo dietro al bancone, mi sembrava assurdo. Una sera Ricci mi ha chiamata per dirmi che Michelle Hunziker stava partorendo, «Con chi conduco la puntata, quindi?», «Con il Gabibbo». Mi sono trovata la sera dopo a condurre con un pupazzo, l’ho guardato e mi sono detta: “Ok, vale tutto”. Forse questo atteggiamento mi aiuta a continuare a essere spontanea, ma io davvero mi diverto come fossi ancora al Luna Park.

Come è stato passare dai programmi comici a una super istituzione come Sanremo?
In realtà mi sono accorta che spesso i personaggi che sembrano più seriosi sono quelli più cazzari. E l’ironia ti salva in certe situazioni, riuscire a far sorridere qualcuno ammorbidisce gli animi. Io ancora non mi abituo: quando mi squilla il telefono e sul display leggo “Carlo Conti”, ancora non mi capacito.

Dai l’impressione di non essere una che cerca la fama.

In questo ambito c’è chi ama il mondo dello spettacolo, e c’è chi ama lo spettacolo. Per me è fondamentale saper cantare, ballare, recitare, saper fare gli accenti, conoscere lo spazio scenico. Mio papà mi ha accompagnata per provini e agenzie da quando avevo 15 anni. Un giorno mi ha raccontato questo aneddoto: avevo 17 anni e lui mi aveva portato in un’agenzia. Il proprietario mi guarda e dice: “Tu vuoi fare l’attrice, ma è difficile. Sei sicura?”. E io: “Ma certo che voglio fare l’attrice”. Quando me l’ha raccontato, mio padre tremava ancora al ricordo. “Hai risposto in un modo così fermo, così sicuro”, mi disse, “che ho avuto paura. Ho capito che volevi farlo davvero, che eri pronta a tutto». Almeno sono stata di parola.

Foto di Giovanni Gastel, style Pina Gandolfi, make-up Laura Tosini, hair Daniela Zeqo e Giorgia Storsillo. Hanno collaborato Susanna Osoni e Giovanni Belletti.

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