Che fortuna per il cinema italiano avere Silvio Orlando | Rolling Stone Italia
Interviste

Che fortuna per il cinema italiano avere Silvio Orlando

Dopo il Voiello di Paolo Sorrentino, un altro cardinale: quello di ‘Dio ride’ di Giovanni Veronesi, accanto a Pierfrancesco Favino. L’arte della commedia, i ruoli da professore, le scelte, la politica. Una chiacchierata

Foto: Enrico De Luigi

Il cinema italiano ha una grande fortuna, cioè avere nella sua cassetta degli attrezzi Silvio Orlando. «E non era scontato che uno come me, con il suo fisico, con il suo modo di essere, potesse fare il protagonista di un film. I protagonisti erano prestanti, accattivanti, il mio destino era quello di fare il caratterista», dice in questa conversazione nel corso della quale ride molto, si schermisce molto, finisce col dire «Grazie di non avermi fatto piangere», perché era a un passo dallo scoperchiare certi ricordi passati e recenti, che vuole lasciare lì dove sono.

Stando allo stretto presente, fa invece un po’ piangere, a dispetto del verbo del titolo (Dio ride, nelle sale dal 29 ottobre con PiperFilm dopo l’anteprima come film di chiusura a Venezia 83), il nuovo film di Giovanni Veronesi di cui è protagonista insieme a Pierfrancesco Favino. Quest’ultimo è un frate del Seicento che fa proseliti portando nelle piazze, fra la povera gente, il Vangelo come se fosse un racconto dei racconti libero e gioioso; Orlando è il cardinale – Vincenzo Maculani, realmente esistito – che lo vede come una minaccia per la Chiesa, o così è costretto a fare in nome della legge di Stato. Lo scontro li avvicina nei dubbi, nell’umanità, in una comunione impossibile, o forse no. È una specie di Nome della rosa ribaltato: qui la risata – la commedia – non è la soluzione dell’enigma, ma l’ariete con cui fin dal principio si cerca di corrodere un’istituzione illiberale.

Silvio Orlando è il cardinale Vincenzo Maculani in ‘Dio ride’ di Giovanni Veronesi. Foto: Enrico De Luigi

Te l’avranno già detto mille volte, dunque mi scuso per la scarsa fantasia: dopo il Voiello di Sorrentino, un altro cardinale.
Me lo sono detto anch’io, naturalmente, e mi sono risposto che sono entrambi personalità che stanno dentro un sistema, e che vanno inserite nel loro contesto storico. Voiello era un personaggio contemporaneo, qui siamo nel Seicento, la Chiesa era ciò che oggi definiremmo una teocrazia, si governava in nome di Dio con tutto quello che comporta, anche incarcerare, bruciare vivi, punire gli innocenti. Maculani si trova a gestire la parte più sgradevole del potere ecclesiastico, che all’epoca era indebolito dalla grande riforma luterana: grandi aree d’Europa s’erano spostate da quella parte, la Chiesa cattolica aveva perso la sua influenza, e il potere quando è più debole diventa anche più crudele, più efferato. Lui in fondo è un intellettuale della sua epoca, avverte che questo modo di procedere solo con la repressione non sta in piedi. È esistito davvero, è uno di quelli che hanno avuto un ruolo piuttosto importante nell’abiura di Galileo Galilei: era a suo modo un riformista, come potremmo definirlo oggi, per questo sente questo disagio per il suo essere una creatura piena di contraddizioni, di dubbi. Veronesi l’ha immaginato come un antagonista ma anche come un testimone di quel tempo, un uomo rozzo che al tempo stesso avverte una purezza della fede che ha smarrito per seguire la ragione di Stato. Il conflitto interiore che si scatena in lui è una specie di ponte tra la Chiesa com’era e la Chiesa come dovrebbe essere, o come cerca di essere oggi, cioè un luogo svincolato dal potere temporale, che si occupa soprattutto delle anime e lascia in pace i corpi.

Non voglio portarti sull’attualità, perché sarebbe troppo strumentale. Però c’è un gancio inevitabile con ciò che anche sentimentalmente ci provoca quello che oggi abbiamo costantemente davanti agli occhi.
È così. La fede continua ad essere utilizzata come uno strumento di potere, e quindi spesso diventa un nuovo apparato ideologico per i fanatismi. Come aveva detto il Cardinale Martini, le persone si dividono in pensanti e non pensanti. Oggi l’elemento religioso è diventato di nuovo centrale per una gestione del potere ottuso, fanatico appunto: mandare al rogo, torturare, impiccare ragazzi perché sono scesi in piazza, uccidere bambini in nome di Dio, poi non si capisce quale Dio potrà mai assolvere chi si è macchiato di questi crimini orrendi.

In Dio ride l’arte, e l’arte della commedia in particolare, diventa uno strumento potentissimo. Per te, quando ti sei appropriato dell’arte della commedia, lo è stato? L’hai mai vissuta, anche da una prospettiva pubblica oltre che personale, come uno strumento politico?
Io nasco comico in un periodo, la seconda metà degli anni ’70, in cui la comicità tornava ad essere uno strumento di intervento sulla realtà, di messa in discussione di tutto. La nostra guida era Dario Fo, che arrivava persino in televisione in prima serata. Lì mi si è totalmente aperto il cervello: la comicità poteva diventare una chiave di interpretazione del mondo, era potentissima, si poteva fare tutto, dalla satira politica alla poesia. Io ero dentro questo movimento perché sentivo che la comicità era una molla per scuotere e non addormentare le coscienze, quindi l’ho perseguita, ne sono stato un protagonista, forse perché avevo questo modo naturale di arrivare in maniera apparentemente innocua, e insieme di essere il portatore di un disagio non solo personale ma proprio politico. Negli anni successivi, la comicità è forse diventata uno strumento più neutro, fatto solo per intrattenere, per distrarre le masse, oppure per farle pensare in un certo modo. La piega che ha preso dopo gli anni ’70 è stata più commerciale, è cresciuta l’assenza di pensiero e la commedia ha subìto un ripiegamento fin troppo intimistico, smettendo di guardare fuori.

Silvio Orlando sul set del film. Foto: Enrico De Luigi

Anche per questo ti è venuto naturale, dalla seconda metà degli anni ’80, passare al cinema? Ma farlo comunque con una commedia d’autore che era sempre racconto sociale, politico: Luchetti col Portaborse, e Nanni Moretti, Paolo Virzì… Standoci dentro, ti accorgevi che in quel momento al cinema stava succedendo qualcosa, esattamente come prima accadeva a teatro?
Sì, si percepiva anche dall’interno. E poi quel modo di fare cinema ha permesso di portare sullo schermo nuove fisicità: non era scontato che uno come me, con il suo fisico, con il suo modo di essere, potesse fare il protagonista di un film. I protagonisti erano prestanti, accattivanti, il mio destino era quello di fare il caratterista. Invece grazie in particolare a Nanni, che ha dato una spinta importante a questo tipo di cinema, sono riuscito a diventare il protagonista di tante storie. Il mio primo film da protagonista, l’hai citato, è stato in realtà Il portaborse, ed è stata un’esplosione, anzi uno scandalo gigantesco: uscì un anno prima di Tangentopoli e nel film c’erano già tutti gli elementi che avremmo ritrovato dopo nella cronaca, perciò ci fu un dibattito enorme. Oggi è difficile immaginare che un film possa diventare un elemento di discussione civile. Poi, per tutti gli anni ’90, sono stato fortunato perché sono riuscito a intercettare molto di quel cinema, tante commedie civili, politiche, che in fondo facevano già parte della nostra tradizione. Era quasi un risveglio della grande commedia all’italiana, e io mi sono ritrovato un po’ come quando ho iniziato a fare il comico in teatro, vedevo in questo tipo di film un’altra forma di ribellione anche politica.

Al di là delle solite lamentazioni sullo stato attuale del nostro cinema, dicevi che oggi una discussione civile legata a un film sembra impensabile. Abbiamo un po’ addormentato le nostre coscienze o sono semplicemente cambiate le richieste del pubblico?
Io penso che un pubblico che usa il cinema come forma di riflessione sul presente esista, anche in Italia, solo che non è rappresentato. C’è tanta gente che non segue più il cinema in sala perché non trova il prodotto, e anche perché è scattata non tanto una censura politica – quella c’è stata, ma sono cose che spesso si rivelano dei boomerang – ma una sorta di censura di mercato per la quale se non produci un certo tipo di comicità breve, senza respiro, basata solo su slogan o tormentoni, allora non hai cittadinanza. Distinguiamo la satira di costume dalla satira civile: da noi si fa tanta satira di costume ma non satira civile, forse perché si pensa che non esista più il pubblico che possa riceverla. E quindi la comicità è diventata perlopiù un luogo fatto solo per sfogare, disarmare, disinnescare i conflitti, quando invece la commedia dev’essere anche un amplificatore dei conflitti.

Silvio Orlando alias il cardinale Maculani. Foto: Enrico De Luigi

Cosa cerchi in un autore? Ci sono quelli a cui sei legato e che ciclicamente ritornano, e ci sono i nuovi. Con Veronesi avevi girato solo una commedia in passato, ma qui ti ha voluto in un’altra chiave, che poi è l’“altra chiave” anche del film.
È straziante questo suo cercare in tutti modi di dire: «Non sono quello di prima, sono un altro!». Forse avrebbe dovuto girare questo film sotto pseudonimo… (ride) Però è vero, aveva quest’esigenza di lasciare un’altra traccia di sé, non perché debba vergognarsi dei suoi film precedenti, anzi, ma perché gli si era come aperto il desiderio di fare un film ambizioso da tutti i punti di vista, un film ricco, bello da vedere, epico nel respiro e nel contenuto. Voleva volare alto, però purtroppo in Italia siamo una società un po’ feticista: quando uno raggiunge il successo in un certo campo diventa un feticcio e finisce per rappresentare quella cosa e basta, spesso restando ancorato lì per tutta la vita.

Tu hai mai avuto paura di essere, per così dire, feticizzato? Lo dico anche rispetto al discorso che facevamo prima: sei diventato il volto fisso di un certo cinema, ti sei legato a personaggi e autori specifici.
Certo che ho avuto quella paura. C’è una totale pigrizia nel nostro cinema, come dicevo, per cui quando una cosa funziona la si ripete all’infinito, viene munta, logorata, fino a quando non funziona più. Grazie a quei successi che ho avuto, per dieci anni sono diventato “il professore italiano”, che è una cosa bella, nobile, però rischia di diventare una maniera di te stesso, un orgoglio da cui dopo un po’ ti senti asfissiare. Ma funziona così: se vuoi uscire da quel feticismo di cui parlavamo, la paghi in termini di popolarità, c’è poco da fare.

Qual è stato il momento in cui hai sentito di dover scardinare, anche solo per te stesso, il rischio di questa feticizzazione?
Un pomeriggio mi invitarono a un convegno sulla riforma della scuola: c’eravamo seduti io, il ministro Berlinguer e Rita Levi Montalcini. Lì ho capito che ero un po’ fuori posto, che quel ruolo si stava esaurendo. In fondo già sapevo come funzionano quei meccanismi, perché ho fatto anche tanta comicità televisiva, ho passato un lungo periodo della mia vita a Milano e mi stavo un po’ perdendo dentro gli studi Fininvest. Capivo cos’ero chiamato a rappresentare, ad esempio attraverso il mio essere napoletano, un altro elemento feticistico forte, di riconoscibilità immediata. Ricordo un incontro con Antonio Ricci: stava lavorando a un nuovo programma e ci siamo messi a parlare di quello che avrei dovuto fare io, ma a un certo punto si è accorto che non stavo capendo granché; al che mi ha detto: «Tu, semplicemente, fai il napoletano», che per lui era una formula chiara, era come se la televisione fosse un grande puzzle con tutti i pezzi che dovevano incastrarsi: io ero chiamato a riempire quella casella. Era una cosa completamente orizzontale, mentre io mi spaccavo la testa per andare un po’ più in profondità. Questo per dire che certi meccanismi li conoscevo già molto bene. Adesso c’è il cardinale, ed è già la seconda volta che lo faccio. Quando è morto il Papa tutti i giornali d’Italia mi hanno chiamato, quando hanno eletto quello nuovo idem: “Cosa direbbe Voiello dell’elezione di Leone?”. E poi Voiello era tifoso del Napoli, perciò quando il Napoli ha vinto lo scudetto ti lascio immaginare… Tutte cose da cui però sono fuggito, e fuggendo ho perso delle occasioni di popolarità. Amen.

Silvio Orlando nei panni del cardinale Voiello in ‘The New Pope’. Foto: Gianni Fiorito

Dove fuggi quando invece vuoi invertire queste rotte come attore?
Per quanto riguarda, diciamo così, la mia dignità professionale, per non restare solo in balìa del mercato, che di base tende a umiliarti, ma anche per avere una mia proposta… ecco, per sfuggire a tutto questo ho sempre avuto il teatro. Il teatro è la mia grande soglia di dignità, il luogo di elaborazione del mio pensiero sul mestiere che faccio ma anche su me stesso, il posto dove nel corso di questi decenni – perché ormai ho cinquant’anni di carriera, il mio primo contributo è stato versato nel 1977: in realtà sono in pensione – ho operato quella che in economia, con quell’espressione che tutti prendevano un po’ per il culo, chiamano decrescita felice: essere più felice con meno. Per un artista il teatro è proprio quello, lì sei più padrone di quello che fai, il che ti consente anche di essere pronto quando poi si riaprono delle possibilità. Negli ultimi anni sono passato dall’interpretare personaggi bonari, molto empatici, con un carisma dimesso, a personaggi molto iconici, e questo è dovuto soprattutto all’avvento nella mia vita di Paolo Sorrentino, che mi creato una maschera fortissima del potere in tutte le sue declinazioni anche più inquietanti, più oscure, mettendomi in contatto con la parte un po’ nera che ho dentro, che abbiamo dentro tutti. Che poi è il concetto alla base del mio mestiere: tutto quello che ci serve per fare un personaggio ce l’abbiamo già in noi. Può sembrare una visione un po’ semplice, comoda, in realtà funziona esattamente così, e con la maturità credo di aver avuto la capacità di rompere certe autodifese, di entrare dentro quelle mie zone più nere, e spero nel futuro di poterlo fare sempre di più.

Lo hai detto tu: nel ’77 l’inizio in teatro, nell’87 il primo film al cinema con Salvatores, l’anno prossimo…
I miei settant’anni, dici?

Volevo che fossi tu a dirlo. Qual è il tuo rapporto con gli anniversari, ma soprattutto con il tempo in generale?
Posso dirti che mi hanno appena assegnato una laurea honoris causa in Scienze dello spettacolo a Bari, il che mi fa un po’ ridere, essendo fuori corso da molti anni: mi ero iscritto all’università – Sociologia, come tutti negli anni ’70 – ma non l’ho mai finita. Oggi mi sono laureato e sono diventato maestro in un pomeriggio (sorride). Ora dovrò tenere una lectio magistralis, la sto scrivendo in questi giorni ed è un’angoscia totale, devo rimettere insieme tutti i tasselli, da dove sono partito, dove sono arrivato… è una cosa che ti mette sempre un po’ d’ansia, è come fare un trasloco, raccogliere tutte le tue cose, le fotografie, i ricordi. Sono in questo sato d’animo, però per una cosa bella.

Sei destinato a fare il professore.
Ho provato a propormi come Uomo Ragno o come poliziotto televisivo, ma mi hanno sempre scartato (ride). Ma se devo fare un bilancio, sono contento di aver portato al cinema una figura di intellettuale ragionante, non schiavo di posizioni ideologiche. Ed essendo meridionale, a proposito di feticismo, questo è stato il mio contributo a fare pensare a quel Sud da dove vengo in maniera non troppo schematica. Se c’è una cosa di cui sono orgoglioso, è soprattutto questa.