Kaufman racconta “Anomalisa”, una storia d’amore in stop-motion

Nel mondo di "Anomalisa" i pupazzi sono più umani degli umani. Merito di un regista geniale e cervellotico, la cui opera è nominata tra i Migliori Film d'Animazione agli Oscar 2016

Charlie Kaufman ha scritto alcune delle sceneggiature più folli degli ultimi 20 anni, come Essere John Malkovich (1999), Il ladro di orchidee (2002) e Se mi lasci ti cancello (2004), film che analizzano fondamentali verità sull’amore e l’identità umana. Ma dopo il suo debutto alla regia del 2009 con Synecdoche, New York, Kaufman non ha più diretto nulla. Il progetto che avrebbe dovuto seguire, il musical Frank or Francis, è saltato a causa della mancanza di fondi. Così, quando Duke Johnson, noto soprattutto per aver diretto una geniale puntata della sit-com Community in stop-motion, gli ha chiesto di dirigere insieme la versione animata di Anomalisa, la pièce teatrale di Kaufman del 2005, i due si sono rivolti a Kickstarter. Hanno raccolto 360mila dollari, abbastanza per partire con la pre-produzione, lo storyboard e la costruzione dei pupazzi. Il film racconta di Michael, autore di un libro motivazionale per operatori dei call center, e Lisa, una rappresentate di call center che Michael conosce a Cincinnati. Il loro incontro è tanto triste quanto toccante. «È stato un salto nel buio lavorare con qualcuno che non conosco», spiega Kaufman in una telefonata da Los Angeles, «ma è andata benissimo».

Hai mai lavorato in un call center?
Per 10 anni. Era un lavoro pesante, ovunque lo facessi. Per dire, al Metropolitan Opera avevamo dei libri con la fonetica dei nomi di cantanti d’opera, così sembrava sapessimo di cosa stavamo parlando, ma la gente che ci chiamava sapeva che noi in realtà non eravamo preparati. Diamine, si aspettavano che qualcuno che risponde al telefono per 5 dollari l’ora parlasse con cognizione di causa della loro passione!

Sembra che per Anomalisa tu abbia preso l’idea che quando ci si innamora di qualcuno quel qualcuno si sente l’unica persona al mondo, e ne abbia drammatizzato le conseguenze. Era uno dei temi su cui stavi lavorando?
Ogni opera è un’interazione tra l’opera stessa e lo spettatore, e non voglio che questo cambi dicendo agli spettatori che io penso che il film dica questo o quest’altro. È contro la mia filosofia. Ovviamente è uno sguardo alle relazioni e a cosa vuol dire innamorarsi, sentirsi soli, essere sconnessi dalle altre persone, ma non aggiungo altro.

Hai dovuto togliere qualcosa dallo spettacolo teatrale per farlo funzionare al cinema?
Lo spettacolo era una sorta di radiodramma, lo spettatore doveva immaginare tutta la parte visiva. Con il film non era più possibile, e non è una cosa da poco. Ad esempio, nello spettacolo non viene mai specificato cosa non va del corpo di Lisa. Ora dobbiamo far vedere Lisa, cosa mostreremo? E lo stesso vale per gli altri personaggi di questo mondo in cui tutti hanno la stessa voce.

Hai firmato lo spettacolo teatrale con lo pseudonimo Francis Fregoli: come mai?
All’inizio dovevo creare questa storia con sole voci, musica e un rumorista. C’erano solo tre attori: vedi, mi sembrava interessante avere tanti personaggi, ma farli recitare solo a tre persone. Poi ho letto della sindrome di Fregoli: chi ne soffre crede che tutte le persone del mondo siano la stessa persona. Ho pensato che fosse una circostanza metaforicamente interessante per esprimere qualcosa legato all’interazione umana.

Su cosa stai lavorando ora?
Sto riscrivendo una sceneggiatura che avevo fatto per la Paramount e sto lavorando a un romanzo.

Come sta andando?
Non so mai se una cosa funziona finché non la finisco e qualcuno mi dice: «Ehi, funziona». Quando finisco una sceneggiatura, la faccio leggere a mia moglie per essere sicuro che sia in inglese corretto. È sempre una lotta per me. Sono sempre preoccupato per quello che sto facendo.

Si sente quest’ansia.
Non so se sia un bene o un male (ride).

Se la gente si avvicina al tuo lavoro con un approccio intellettuale, ti sta interpretando male?
Io cerco sempre un’emozione di fondo, esprimendola con humor o attraverso il dolore. Non penso si arrivi a questo punto con un approccio intellettuale. Al massimo quando ci arrivi puoi espandere il tema intellettualmente. Ma a volte ci sono cose che trovo coinvolgenti senza sapere perché, e comunque le affronto. È un approccio decisamente non-intellettuale.

Cosa ti rende felice?
Il brutto tempo mi rende felice. Mi piacciono i temporali, il vento, la neve, i fulmini. Mi piacciono le cose grandi. Mettono il resto in prospettiva.