Carolina Sala, la ragazza senza radici | Rolling Stone Italia
Interviste

Carolina Sala, la ragazza senza radici

«Quella che gira il mondo il più possibile, prima che esploda». Intanto, ad esplodere è la sua carriera. Da ‘Fedeltà’ a ‘Vetro’, la 22enne veneta sta infilando un progetto dietro l’altro. L’ultimo – ‘Perfetta illusione’ di Pappi Corsicato – la porta nel mondo che sta studiando: quello dall’arte. E la mette ancora una volta letteralmente a nudo

Foto: Nicola De Rosa. Styling: Andrea Sangiorgi. Look: Dior. Gioielli: Pomellato. Make-up: Giorgia Palvarini per Simone Belli Agency. Hair: Claudio Furini

Se fosse libera da qualsiasi identità, sceglierebbe d’essere semplicemente “la ragazza senza radici”. Ma bisognerà arrivare alla fine della chiacchierata per capire davvero questa sua risposta, e da dove nasce il bisogno di Carolina Sala di migrare, fuggire e cambiare spesso aria. Nata a Conegliano Veneto, cresciuta da genitori separati, adolescente più sul palco che tra i banchi di scuola, i pomeriggi li passava nell’Accademia di provincia. Poi le è capitato quel che capita a pochi: è stata vista, scoperta e lanciata subito da una serie di progetti importanti. Semplice. Però, a 22 anni, ha già capito che ogni conquista si paga con una rinuncia: «Ho perso molte esperienze tipiche della mia età. Per essere in troppi posti insieme, alla fine mi sento costantemente da nessuna parte».

In tv e al cinema, invece, ultimamente è ovunque. La prima a puntare su di lei è stata Cinzia TH Torrini: un debutto nella serialità con Pezzi unici e, di fatto, il primo bagno di popolarità. Da lì l’inizio di un percorso che oggi sembrerebbe inarrestabile: la fiction di Michele Soavi La guerra è finita, il film tv su Rita Levi Montalcini, la trasposizione di Fedeltà di Missiroli nella serie Netflix diretta da Molaioli e Cipani (con relativo boom di notorietà da piattaforma) e poi Vetro, particolarissima opera prima di Domenico Croce. Insomma, dalla provincia ha preso un treno diretto verso “i famosi grandi” del mestiere, ritrovandosi subito collega di Sergio Castellitto, Tommaso Ragno, Michele Riondino e Isabella Ragonese. «E ’sti benedetti viaggi per Roma erano costosi, perché prima non avevo neanche il rimborso nuovo Imaie 7607».

Nel nuovo film di Pappi Corsicato, Perfetta illusione (presentato al Torino Film Festival, tra i produttori Pier Giorgio Bellocchio e i Manetti Bros., nelle sale dal 15 dicembre), si ritrova per la seconda volta in un triangolo, insieme a Giuseppe Maggio e Margherita Vicario (dopo quello con Riondino e Guidone in Fedeltà). Stavolta si tratta piuttosto di un perverso gioco tra esseri umani senza scrupoli, dove lei, con un tributo estetico alla Jean Seberg di Fino all’ultimo respiro di Godard, interpreta una ragazza di famiglia benestante che inizia ad affermarsi come curatrice d’arte. Quando le telefono mi risponde dall’università dove – coincidenza – studia Conservazione dei Beni Culturali. Le mancano cinque esami alla laurea e, se la sua carriera d’attrice non stesse esplodendo, proverebbe a fare la storica d’arte o la ricercatrice: «Io sono appassionata di arte antica, medievale e bizantina. In realtà amo i mosaici, e forse neanche so spiegarti perché. Mi incuriosiscono da un punto di vista laico, perché c’era una grande scienza dietro che veniva considerata meno nobile dell’arte rinascimentale. Non era vero: era solo un altro mondo figurativo». Non oso contraddirla.

È un attimo che dal mosaico si finisce a ragionare sulle azioni di protesta di matrice ambientalista dell’ultimo periodo, insomma tutta la questione delle zuppe e delle opere d’arte. «I musei devono essere un punto d’azione, una fucina di idee e momenti di riflessione sociale. Ma se l’attenzione si focalizza solo sul gesto sbagliato, serve davvero a qualcosa? Qualcuno ha ascoltato veramente ciò che avevano da dire gli attivisti sulla crisi climatica? O la polemica ha riguardato quasi esclusivamente l’imbrattamento delle opere? Qual era il loro programma esposto? Credo che tutto andrebbe ripensato nell’ottica di azioni che avvicinino la gente alla causa, anziché rendersi antipatici». Cazzutissima. Se non fosse così brava come attrice, dovrebbe considerare la politica.

Foto: Nicola De Rosa. Styling: Andrea Sangiorgi. Look: Dior. Gioielli: Pomellato. Make-up: Giorgia Palvarini per Simone Belli Agency. Hair: Claudio Furini

E quindi è la seconda volta che un tuo personaggio si infila nella coppia di qualcun altro. Sta diventando un vizio?
(Ride) Io non lo so perché mi vedono in questo modo. Certo, Sofia di Fedeltà è consapevole di quello che sta facendo, mentre Chiara in Perfetta illusione non lo è poi così tanto.

Credi? Scegliere di non chiedere a un uomo se è sposato sembra un modo furbo per mantenersi inconsapevoli…
È vero, e sicuramente c’è un triangolo. Ma per me non è passionale, piuttosto è un triangolo di ambizioni ed egoismi. Ognuno di loro vuole qualcosa dall’altro per tornaconto personale. A lei in fondo non importa se lui sia sposato o meno: le serve per diventare una curatrice ed emanciparsi dalla sua famiglia. Alla fine sono tre personaggi negativi.

Per entrambi i ruoli hai dovuto tirare fuori una componente ammaliante. Ti appartiene in qualche modo?
Per niente. Infatti mi stupisce che mi abbiano presa per questi ruoli, io mi sento più goffa che ammaliante. Sono arrivata a credere che quella caratteristica possa uscire fuori solo quando non me ne rendo conto. Me ne sono accorta anche nella mia vita: piaccio di più alle persone quando non cerco ad ogni costo di piacere. In scena ho lavorato al contrario: ho pensato a cosa mi piacesse dell’altro personaggio e a cosa volessi da lui. Forse è l’obiettivo che le rende due ragazze seducenti?

Mi piace che nel film nessuno dei tre personaggi venga salvato da se stesso. Marci sono e marci rimangono.
Fondamentalmente a nessuno di loro frega un bel niente dell’altro. Nessuno diventerà buono né andrà incontro a un’espiazione finale. Il focus di Pappi è sempre stato quello di indagare il loro desiderio di ottenere qualcosa, più che il rapporto di coppia o i sentimenti d’amore. Ho rivisto il film e mi ha stupito, perché hanno montato molti più sorrisi di quelli che c’erano davvero.

Corsicato ci sta dicendo che siamo una società spietata, che siamo implosi per egoismo: condividi?
Sì. La bontà e l’aiutarsi sono scelte personali che magari si trovano negli interstizi, ma nel complesso siamo una società spietata. Per coltivarsi bisogna andare contro quello che siamo spinti a fare. Ed è molto più facile, invece, cadere in quello che ci conviene.

Vieni presentata con un nudo integrale. Poi c’è un episodio di sesso, breve ma realistico. Hai un rapporto pacifico con questo genere di scene?
Sono sincera: ero spaventata dal tipo di nudo iniziale. In questi casi mi viene in supporto il teatro e l’idea di vedere il corpo per quello che è: significa che sono un attore e quindi metto al servizio di una storia il mio corpo come strumento. D’altra parte, penso sempre che il film verrà visto da molte persone e non so come verranno interpretate certe scene, così un po’ di timore rimane.

Ai tuoi genitori farai vedere il film?
Sì, ma magari gli metterò una benda davanti agli occhi in certi momenti (ride). Mi spaventano di più i miei nonni, che ci tengono tantissimo a vederlo e non ci sarà verso di impedirglielo.

Carolina Sala con, sullo sfondo, Giuseppe Maggio in ‘Perfetta illusione’ di Pappi Corsicato. Foto: Europictures

Nella vita studi arte, in questo film interpreti una giovane curatrice. È stato qualcosa tipo un sogno nel sogno?
Per certi versi sì, soprattutto perché Pappi è molto inserito nel mondo dell’arte (ha girato diversi documentari su artisti come Julian Schnabel, Armando Testa ed Ettore Spalletti, nda). Con lui siamo stati in giro per gallerie, alla mostra di Cattelan e al centro di un ambiente che io sto studiando all’università. Il vantaggio per me era conoscere quello di cui stavamo parlando nel film, lo svantaggio era dover costruire un personaggio comunque diverso da me. Perché è vero che l’arte appassiona entrambe, ma per lei è più una rivalsa contro i genitori.

Il film insiste molto a definire l’ambiente dell’arte come un circolo naïf e classista, e proprio il tuo personaggio è portavoce di questa critica. Ne hai avuto riscontro?
Be’, sicuramente c’è un mondo dietro al collezionismo che è legato ai trend e agli artisti-comete, cioè quelli che vengono spinti più dal curatore che dalla qualità della loro arte in sé. Vige in qualche modo il consumismo e il film lo racconta bene: il contatto giusto conta più del contenuto.

Il cinema con te è stato più meritocratico?
Per quella che è la mia esperienza, sì. Io vengo da Conegliano Veneto, quindi parto dal nulla, ho studiato teatro ma non ero inserita negli ambienti giusti.

Infatti il tuo esordio ricorda la cara vecchia tradizione di scouting. Facevi ancora il liceo, eri in scena con un piccolo spettacolo teatrale e il tuo futuro agente era nel pubblico. Com’è andata?
Studiavo in questa scuola di recitazione vicino casa e lo spettacolo in scena era Romeo e Giulietta. Io ero Giulietta e Romeo era Ludovico Girardello (lanciato da Gabriele Salvatores con Il ragazzo invisibile, nda), un altro assistito di Fabrizio Campanella. Fabrizio è venuto a vederlo a teatro e così ha trovato anche me. Sono con lui dall’inizio, stavo per compiere 18 anni.

Il primo ruolo è arrivato con la fiction Rai Pezzi unici, durante il tuo ultimo anno di liceo. Sembra sempre fantastico a dirsi, ma la cosa non ti ha creato dei problemi?
Eccome. Ho fatto così tante assenze da rischiare di perdere l’anno, continuavo a saltare giorni di scuola per recuperare i giorni che avevo già perso, era un circolo vizioso. In più avevo iniziato a lavorare nei weekend per pagarmi ’sti benedetti viaggi a Roma, che erano e sono tuttora costosi, solo che prima non avevo il rimborso nuovo Imaie 7607 (contributo ai provini che rientra nei diritti degli artisti, nda). Quell’anno lì sono uscita pazza, non vedevo nessuno, ho perso molti contatti e forse anche molte esperienze tipiche della mia età. Sono cresciuta tanto e mi sentivo diversa dagli altri, perché stavo facendo una cosa fica ma non è che ai miei compagni gliene fregasse così tanto. Giustamente.

Livello di invidia percepito?
Mah, forse un po’. Soprattutto nell’ambito dell’Accademia di teatro che frequentavo. D’altronde avevano preso solo me, e al contrario sarei stata gelosa anch’io. Solo più tardi ho allacciato nuove amicizie, ma da altre parti. Quel periodo è stato uno spartiacque. Davo l’esame di maturità e iniziavo le riprese di Pezzi unici.

Cinzia TH Torrini è stata la prima a darti un’opportunità concreta.
Le devo molto. Forse potevo funzionare per il ruolo, ma ero assolutamente impreparata a stare su un set. Quella era una parte grossa in una serie lunga sei mesi, quindi per me è stato un corso accelerato. Per non parlare del fatto che grazie a lei mi sono ritrovata a lavorare con Sergio Castellitto sostanzialmente dal niente.

Pensi che rimpiangerai qualcosa della tua giovinezza?
Sì, perché lo sto provando già adesso. Vado all’università ma non sto vivendo una vita da universitaria. Mi sento costantemente da nessuna parte. Sarà un retaggio dell’avere i genitori separati, ma mi sono sempre sentita con i piedi in due staffe di due cavalli diversi, che corrono anche a velocità diverse. Ma se devi essere in troppi posti, a volte finisce che non sei davvero presente da nessuna parte. Mi sembrava di non riuscire mai a creare rapporti, dovevo sempre andar via.

Hai raccontato che quando viaggi troppo di fantasia, è la tua famiglia a riportarti con i piedi per terra.
I miei genitori mi hanno sostenuta anche quando sembrava che stessi saltando nel vuoto. Credo sia dipeso dal vedermi così determinata. Gli amici, la famiglia e il mio ragazzo sono un gancio importante per restare lucida. Lo sento che il mondo del set, del cinema e della moda rischiano di portarti da un’altra parte, distante dalla vita vera. Il rischio è sempre di entrare nell’universo degli attori persi.

Hai vent’anni ma parli come una che si è già scottata. C’è stato un episodio in particolare?
Il fatto è che ho capito che quando sono in ansia e sotto pressione divento molto maleducata. Poco attenta agli altri e troppo concentrata su me stessa. Come se mi sentissi libera di essere egocentrica con la mia famiglia: questo crea lo scontro, ed è questo a riportarmi con i piedi per terra.

Foto: Nicola De Rosa. Styling: Andrea Sangiorgi. Look: Dior. Gioielli: Pomellato. Make-up: Giorgia Palvarini per Simone Belli Agency. Hair: Claudio Furini

Non hai mai smesso di lavorare nella Little Shakespeare Company, la compagnia teatrale dell’Accademia Da Ponte in cui hai studiato: è un caso o anche questo è un gancio necessario?
È assolutamente un gancio, perché appena finisco un set torno lì a montare scenografie, a sistemare le luci e lavorare con gli altri. Noi facciamo spettacoli per bambini, quindi è tutto molto interattivo. Ci occupiamo di tutto, è una compagnia piccola, elaboriamo insieme testi, regie, costumi. C’è un livello di versatilità e manualità che per me conta molto: mettersi a fare fisicamente quello che serve è un approccio diverso dal set, dove non è che posso andare io a toccare le luci.

Ma col teatro ci guadagni anche?
Sì, chiaramente siamo piccoli, ma un po’ di soldi a replica ce li portiamo a casa. Pensa che gli altri ragazzi guadagnano solo facendo questo.

È in questo contesto che hai sentito per la prima volta di avere del talento?
Penso sia stato proprio grazie alla mia prima insegnante, Katiuscia Bonato. A 14 anni mi ha mostrato un approccio alla recitazione accademico e molto serio. Lei dava indicazioni e io mi accorgevo di come cambiano il corpo e la voce di un attore. Mi ha spinto ad entrare in un gruppo professionale, e a 16 anni stavo tutti i pomeriggi in teatro.

Vetro di Domenico Croce è un film di cui si è parlato molto. La tua interazione con Tommaso Ragno avviene sempre senza contatto: ha avuto impatto sulla tua tecnica?
È stata un’esperienza totale, mi sento cambiata nel rapporto con l’ambiente e la scenografia, come se ora gli oggetti fossero dei veri personaggi. Il lavoro con Domenico e Tommaso in fase di prova è stato un’altra scuola: provavamo le scene dandoci le spalle, Ragno usa le pause come un metronomo, che infatti è un metodo che parte dal teatro ma che non avrei mai pensato di applicare al cinema. Nel pratico, dicevamo le battute restando nel tempo: i silenzi sono sei tempi, le pause tre. Equivale a trovare una musicalità e a intendersi a prescindere, che ci siano una porta o un muro di mezzo. Incamerata questa tecnica, durante le riprese eravamo sintonizzati senza bisogno di contatto visivo.

In quell’occasione sei venuta a contatto con storie reali di hikikomori? Il fenomeno nasce in Giappone, ma sta dilagando.
Non direttamente, ma ho un’amica psicologa che si sta occupando di questo ed è riuscita a passarmi una documentazione scientifica difficile da trovare, trattandosi di un fenomeno recente e ancora poco studiato. Il mio personaggio non è davvero un hikikomori, ma il lavoro alla base era lo stesso: se vivi chiusa in una stanza con il pensiero che nessuno ti stia guardando, cosa cambia nella tua vita e nella tua mente? Come ti muovi, cosa fai e perché lo fai?

Parliamo di estetica. Pappi Corsicato si è divertito a caratterizzarti, truccarti e sfruttare i tuoi primi piani con rimandi alla Nouvelle Vague.
La sua regia parte tutta dall’estetica, e in questo caso il mio personaggio era modulato su Jean Seberg in Fino all’ultimo respiro. Si è voluto un po’ fare un gioco testuale tra il mio look e un film iconico, d’altronde Godard raccontava una storia di fuorilegge.

Come nel caso di Jean Seberg, pensi che il capello corto finirà per diventare il tuo tratto distintivo?
L’idea di un taglio identificativo non è un male. Nel dubbio, però, ho appena girato un film con i capelli lunghi. Cerco ancora di cambiare esteticamente e modificarmi. A volte vorrei essere quasi irriconoscibile.

Carolina Sala in ‘Vetro’ di Domenico Croce. Foto: Vision Distribution

Oggi ti senti in confidenza con la tua bellezza?
Non lo so, io mi sento di viverla in modo onesto. So di non avere niente che non vada, ma so anche di non avere un viso abbastanza particolare o incredibilmente riconoscibile. Allora tanto vale giocare a cambiarsi un po’. Mia mamma usa il termine “brulla”.

Brulla?
Un po’ bella un po’ brutta. Credo l’abbia preso da qualche serie tv. Mi piace perché è un inframezzo che ti permette di divertirti senza dover essere perfetta o incastrata in uno stereotipo. Invece entrare nell’idea di una bellezza canonica mi mette in crisi.

Stai infilando un progetto giusto dietro l’altro. Quindi adesso che succede?
(Ride) Che ho appena finito di girare un film. Si chiama Noi anni luce, l’ha diretto Tiziano Russo (il regista dell’ultima stagione di SKAM Italia, nda) e l’altro protagonista è Rocco Fasano. Per il prossimo anno so che ci sono un po’ di altri progetti in ballo, tra cinema e serialità. Nel frattempo continuo con gli spettacoli della compagnia e poi, chissà, forse mi laureo.

In Vetro non scopriremo mai come ti chiami. Senza identità si può essere qualsiasi cosa: se tu fossi una ragazza senza nome, chi saresti?
Ah, bell’esercizio. Per me è sempre stato difficilissimo definirmi, perché ci sono le cose che vorresti essere e quelle che effettivamente sei. Allora ti dico quello che vorrei essere: la ragazza sempre in viaggio. Che poi sarebbe la ragazza senza radici. Quella che gira il mondo il più possibile, prima che esploda.

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