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Brad Pitt: «Per il mio ultimo film sono stato molto poco ‘maschio’»

La sua ultima fatica, ‘Ad Astra’, era una delle più attese a Venezia. Una pellicola di fantascienza di cui la star è anche produttore: «È stato il mio lavoro più difficile, ho voluto dare una nuova definizione della parola “mascolinità”»

Foto: Tristan Fewings/Getty Images

Brad Pitt va nello spazio, e piange. Ad Astra, molto atteso in concorso alla 76esima Mostra del Cinema di Venezia (nelle sale arriva il 26 settembre), è la storia di un astronauta ma soprattutto della sua ricerca del padre perduto in una galassia lontana lontana. E, a conti fatti, di sé stesso.

Brad il ragazzo fragile: «Conosco James (Gray, il regista del film, ndr) dagli anni ’90, questo film è il frutto delle nostre lunghe chiacchierate. Volevamo dare una nuova definizione della parola “mascolinità”. Sono cresciuto in un’epoca in cui i maschi dovevano sempre essere forti, non potevano mostrare nessuna forma di debolezza. Ci siamo portati appresso questo peso per anni e anni, negando il nostro dolore, le nostre emozioni. Io credo che, se noi uomini per primi ci mostrassimo più aperti ai sentimenti, impareremmo a capire e ad amare di più pure chi ci sta attorno. I nostri genitori, i nostri figli, anche noi stessi».

Ripete spesso la parola “vulnerabile”. «Voglio essere il più onesto possibile. Se sono sincero con me stesso, lo sarò anche con il pubblico. Ognuno ha un bagaglio di ferite che si porta dietro da quando era bambino. Io da lì sono partito. È di questo che parlo con James. Siamo molto poco maschi in questo, il nostro dialogo è intimo, mi sveglio la mattina e trovo le sue mail in cui si racconta in modo diretto, senza filtri. Questa era la storia giusta da raccontare insieme. Lo dico da uomo, da figlio, da padre».

Si perdona pure questo lessico salviniano al ragazzo di cinquantacinque anni con i muscoli asciutti di un ventenne: «Girare un film di fantascienza ti mette fisicamente in difficoltà, con George (Clooney, ndr) abbiamo fatto a gara a chi stava più scomodo dentro la tuta». La fantascienza di Gray, già autore di titoli cult come I padroni della notte e Two Lovers, è però diversa da quella di Gravity di Alfonso Cuarón, forse meno innovativa sul piano visivo e più esistenzialista, questo è un film di colpe dei padri (quello di Brad è il sommo Tommy Lee Jones) che ricadono sui figli, di mogli (Liv Tyler) che si sentono messe in ombra dalle stelle, di solitudini e rimpianti. «È il film più difficile a cui abbia mai lavorato», dice Brad, che l’ha pure prodotto. «La storia ha un equilibrio tutto suo, molto delicato, non potevamo rischiare di fare scelte scontate».

Il regista cita Moby Dick come grande modello epico di riferimento, «è al cuore di questo film come tante altre cose, la pittura, la fotografia, la danza, il teatro, i documentari sulle prime missioni sulla Luna. Sono partito dagli archetipi, ma cercando di evolvere il linguaggio. Anche nelle scelte musicali (la colonna sonora è di Max Richter, ndr): se metti la musica classica nello spazio, dicono che hai copiato Kubrick; se scegli quella elettronica, che stai rifacendo Blade Runner».

Pure Brad scansa i cliché sul suo conto, e sono parecchi. Non risponde alle domande sull’essere un eterno sex-symbol, né a quella sul primo possibile Oscar come miglior attore protagonista (ne ha vinto uno come produttore di 12 anni schiavo). La stampa al Lido immagina già Ad Astra tra i nominati del 2020. «Ora voglio solo che questo film veda la luce. È stata una sfida, credo che abbia molto da dire su quello che siamo. I premi? Ogni anno vedo un sacco di talenti che non vengono riconosciuti, e altri che salgono sul palco a ritirare una statuetta che sono il più delle volte tuoi amici, e va bene così». Brad il vulnerabile, alla fine, ride.

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