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Beppe Signori: «Sogno ancora di fare l’allenatore»

Beppe Goal parla di ‘Fuorigioco’, il documentario che racconta la sua odissea giudiziaria: dall’arresto nell’ambito del caso calcioscommesse all’assoluzione. Fino alla rinascita. «Ma il film non ho ancora avuto il coraggio di vederlo: voglio piangere una volta sola».

Foto: Genoma Films

Dieci anni. Tanto è durata la battaglia di Giuseppe Signori, detto Beppe, per dimostrare la sua innocenza e ripulire la sua immagine e la sua fedina penale. Attaccante del Foggia dei miracoli di Zeman, della Lazio di Zoff e del Bologna di Mazzone, nonché della Nazionale Italiana ai Mondiali di USA ’94, Signori fu arrestato il 1° giugno del 2011 nell’ambito dell’inchiesta sul calcioscommesse che provocò un terremoto nel calcio italiano. Le ipotesi di reato che venivano contestate a Beppe Goal erano gravi, di fatto fu accusato di essere uno degli architetti del sistema, sulla base di un foglio trovato nel corso della perquisizione nella sua abitazione.

Tutta la storia è raccontata in Fuorigioco – Una storia di vita e di sport, un documentario diretto da Pier Paolo Paganelli e tratto dal libro omonimo in cui l’ex calciatore racconta la sua vicenda di questi dieci anni. Il film è stato presentato in anteprima al XVIII Biografilm Festival, per poi essere trasmesso su Sky Documentaries il 19 giugno. Oggi Beppe Signori ha 54 anni, si è ritirato dal calcio giocato nel 2006 dopo una carriera ricca, fatta di 542 partite giocate e 234 goal segnati in squadre di club – Foggia, Lazio e Bologna su tutti – e 28 presenze e sette reti nella Nazionale Italiana.

Beppe, per cominciare: finalmente. Hai passato dieci anni d’inferno. Ma perché?
Avevo l’identikit perfetto. Ero un personaggio abbastanza conosciuto, mi piaceva scommettere e non ero tesserato per nessuna società, quindi avevo tre caratteristiche che andavano bene per quell’inchiesta. Mi sono trovato in una situazione surreale e che, come tutte le cose, è finita come doveva finire, quindi con l’assoluzione piena. Ho sempre cercato di guardare avanti, nonostante dieci anni di sofferenze, di momenti bui, però guardo a quello che sarà domani e cerco di dimenticare, anche se ovviamente sono dieci anni. Però via, si riparte.

La sincerità dovrebbe essere un valore aggiunto. Tu non hai mai nascosto il fatto che ti piacesse giocare, ma non è bastato. Possono anche darti del cretino perché scommetti, ma quello per cui ti accusavano hai sempre detto di non averlo fatto.
Ma sai, qui andiamo sull’aspetto morale e può anche starci, però voglio dire, il 70% degli italiani scommette, poi bisogna farsi un esame di coscienza. Io non ero tesserato e per questo ero un uomo libero da qualsiasi tipo di vincolo. Se poi uno gioca i propri soldi può perdere, vincere, sono fatti suoi. Se sei un atleta in attività lo trovo immorale, ma un normale cittadino è libero di scommettere e di fare tutto quello che vuole, basta che rientri nella legalità, come ho sempre fatto e dichiarato io. A me piaceva scommettere su tutto, dal mangiare un Buondì in venti passi a chi prende tre traverse per primo, ma erano tutte cose innocenti e mai illegali.

La vicenda giudiziaria è nota, quello che non conoscono è l’uomo Beppe Signori, anche se tutti sono convinti del contrario perché eri un calciatore famoso.
Dovesse morire, Beppe Signori sicuramente lo conoscono i propri figli, lo conosce la moglie, i genitori e le persone che mi sono sempre state vicine che non mi hanno mai abbandonato, che hanno sempre creduto in me perché mi conoscono. E vorrei fare un ringraziamento a tutti i tifosi, persone normali, magari semplici, che hanno seguito la vicenda e che mi hanno fatto sentire il loro affetto e per me. Vedere oggi che comunque la gente mi saluta, anzi, quasi chiedendomi scusa, mi fa enorme piacere. Il primo mese dopo l’assoluzione non è stato semplice, perché quando ti trovi invischiato in determinate vicende probabilmente anche per una questione psicologica pensi che ti guardino in maniera diversa. Avere trovato l’affetto di tanti tifosi e non dopo dici anni è la cosa più bella che mi poteva capitare.

Hai fatto sognare gli italiani da Sud a Nord, Foggia, Roma, Bologna. E poi insieme a Roberto Baggio, ai Mondiali del ’94, siete stati un’istantanea di un Paese che tifava per voi. Come ci si sente?
Quando arrivi a determinati livelli, alla base c’e sacrificio, dedizione, allenamento. È ovvio che sono situazioni che, quando ti ci trovi, poi bisogna anche essere bravi nel saperle concretizzare al momento giusto. Il passaggio a Roby credo sia stato bello, ma soprattutto importante, perché ci ha permesso di vincere contro la Spagna. E quindi sono soddisfazioni che coltivi come un sogno da bambino, tutti i bambini vogliono giocare a calcio, diventare giocatori, e io ho avuto questa fortuna e addirittura andare a un Mondiale e difendere i colori della mia nazione. Il top del top che si possa immaginare.

Hai mai immaginato come sarebbero stati questi dieci anni se non fosse successo niente? Dove sarebbe arrivato adesso Beppe Signori?
Sicuramente sarei un allenatore. Nel 2010 avevo conseguito il patentino al supercorso di Coverciano per cui potevo allenare qualsiasi tipo di squadra e di nazionale. Era il mio sogno e rimane tale. Certo, con dieci anni di meno sarebbe stato tutto molto più semplice, anche perché in quel momento, dopo che hai appena smesso di giocare, hai ancora tante porte aperte; dal momento in cui cominci a uscire dall’ambiente, ci sono delle difficoltà.

C’è qualcosa all’orizzonte?
Non ho ricevuto nessuna offerta per allenare. Se non dovessi trovare nessuna alternativa, ho già in mente di aprire un’accademia a mio nome per dare supporto alle scuole calcio giovanili: insegnare ai giovani sarebbe bello.

Beppe Signori in una scena del documentario. Foto: Genoma Films

Anche perché abbiamo visto che il movimento calcistico italiano ha bisogno di persone che insegnino come stoppare la palla e tirare. Parliamo del film: è stato catartico per te?
Insomma, diciamo che ha riaperto ferite che ho cercato di chiudere, e ti confesso che ancora non ho avuto il coraggio di vederlo, voglio piangere una volta sola. Poi è ovvio che ci saranno anche momenti felici.

Il fatto che il film debutti nella tua Bologna, in anteprima al Biografilm Festival, prima di arrivare su Sky, un po’ aiuta.
Forse sì, almeno so che chi lo andrà a vedere lo farà con calore, che, come ti dicevo, sento dai tifosi di tutti i posti in cui ho giocato, e questa è una grande soddisfazione. E poi Bologna è la città dove ho scelto di vivere dopo aver smesso. Al di là del calcio, spero che chi vedrà questo film lo faccia per conoscere la storia di un uomo che ha avuto la sfortuna di trovarsi in una brutta situazione uscendone alla grande dopo tanta sofferenza.

Chi, nel mondo del calcio, non ti ha mai abbandonato? Nomi e cognomi.
Casiraghi, Baggio, Rambaudi, Baiano, ma è normale, siamo amici, abbiamo giocato insieme, sappiamo chi siamo, loro sanno chi sono io, sapevano che non c’entravo. E insieme a loro anche persone fuori dal calcio, dopo dieci anni stanno ancora lì, e fa piacere.

Ultima cosa, la più importante: la tua famiglia.
Mi sentivo in debito con i miei figli, con mia moglie, perché gli avevo tolto qualcosa il giorno del mio arresto. Ora glielo devo restituire con gli interessi.

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