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Benicio del Toro, il riscatto del ‘Soldado’

L'attore premio Oscar torna al confine con il Messico a caccia di giustizia. Ma questa volta la mano che lo guida è di Stefano Sollima.

Benicio Del Toro

Essendo portoricano, la maggior parte dei ruoli che mi offrono sono da delinquente», dice un sorridente Benicio del Toro, quando gli chiedo cosa significa essere un attore latino a Hollywood. Disordinato, caotico, invadente, solitario, irascibile e scorbutico. Ma anche intenso, carismatico, magnetico, sensuale e soprattutto intelligente. È raro che sinonimi contrastanti possano svelare l’anima di una persona, ancora più raro che descrivano le qualità di uno degli attori più famosi di questa generazione. Sempre pronto a confrontarsi con chi gli sta di fronte, ma in challenge mode, perché darsi è bene, non darsi è meglio. Non è semplice “stanarlo”, anche se confessa quasi subito il suo debole per le donne italiane (tra le sue girlfriend, Valeria Golino e Chiara Mastroianni, ndr) e la sua abilità nel preparare un indimenticabile sandwich alle uova.

Dopo il primo ruolo importante nei Soliti sospetti, Benicio non si ferma più: sei anni dopo vince l’Oscar e il Golden Globe per Traffic, si impone poi a Cannes con i suoi film sul Che e ancora Basquiat, Fratelli, Paura e delirio a Las Vegas, 21 grammi, e infinite altre pellicole. Nella sua carriera ha sempre cercato di combattere i ruoli stereotipati, mentre ha un debole per quelli scritti bene. Come quello di Alejandro in Soldado, diretto da Stefano Sollima, sequel del Sicario di Denis Villeneuve, entrambi scritti da Taylor Sheridan. Arriva in Italia il 18 ottobre.

COME RITROVIAMO ALEJANDRO?

È coinvolto in una nuova operazione undercover, che crea una guerra tra cartelli della droga messicani. Il suo compito è quello di rapire la glia di un capo clan (Isabel, interpretata da Isabela Moner, ndr), ma il fatto che la ragazza abbia l’età di sua figlia quando è stata rapita e uccisa, gli crea dei problemi. Senza raccontare troppo, decide di fare di testa sua, e da killer diventa preda. Come attore spero sempre di interpretare ruoli dove il personaggio si trova davanti a delle scelte e ha l’opportunità di cambiare il corso degli eventi.

COSA TI È PIACIUTO DEL RUOLO DI ALEJANDRO IN QUESTO FILM?

Il fatto che questa esperienza riscatta la stima che aveva perduto in se stesso. Non sto dicendo che sia innocente, perché quello che ha fatto nel primo film, e che continua a fare, è sbagliato, illegale e molto dannoso. Nonostante tutto, è sempre stato un uomo che riscuote simpatia: a me è sempre piaciuto e sono dalla sua parte sin dall’inizio, ma in questo film sono davvero ero di lui, perché decide di fare quello che è giusto e morale. Diciamo che il primo film lo ha portato a essere l’uomo che è diventato, il secondo a essere l’uomo che ha sempre voluto essere, perché scopre che stava diventando come gli uomini che ha sempre odiato. Veniamo a conoscenza anche di alcuni particolari sulla figlia, per esempio il fatto che fosse sorda: in una scena importante del film, per la prima volta dalla sua morte, vediamo Alejandro usare la lingua dei segni. Ora deve confrontarsi con il passato e decidere quale sarà il suo futuro.

AVETE QUALCOSA IN COMUNE?

Siamo molto diversi, soprattutto perché lui è un killer, mentre io non ho mai ammazzato nessuno e non intendo farlo! Abbiamo in comune il senso di giustizia: ho interpretato diversi ruoli da poliziotto, d’altra parte i miei nonni e i miei zii sono nelle forze dell’ordine. Alla ne proprio la decisione che prende Alejandro sul suo futuro è quello che lo rende interessante: era il primo a non pensare che sarebbe mai riuscito a cambiare, eppure quella scelta, presa in un attimo, lo rende un ribelle e un uomo con una coscienza. In quel momento riscopre una parte di se stesso che aveva dimenticato, oppure volontariamente sepolto nel profondo del suo inconscio.

SECONDO TE CI SONO DELLE SITUAZIONI IN CUI LO STATO PUÒ INFRANGERE LA LEGGE?

No, per me la legge deve essere rispettata, perché altrimenti vincono sempre i più forti. Gli Stati Uniti hanno infranto molte volte la legge e non sono gli unici, gli inglesi hanno fatto lo stesso, come i russi e i francesi. Ma non si può permettere che succeda ancora, non possiamo tornare ai tempi del Far West.

POTREMMO DEFINIRE SOLDADO UN FILM WESTERN?

L’idea mi piace: utilizzare temi quali la droga e l’immigrazione come nuovi soggetti western è uno spunto interessante, soprattutto per avvicinare le nuove generazioni a un genere praticamente scomparso. Stefano Sollima è nato con queste ambientazioni: suo padre è stato uno dei creatori del western italiano, purtroppo eclissato da Sergio Leone, solo perché non aveva la stessa anima competitiva.

IL FILM POTREBBE FAR NASCERE UNA CONVERSAZIONE SUL PROBLEMA DELL’IMMIGRAZIONE TRA IL MESSICO E GLI STATI UNITI?

Il casino che c’è in questo momento al confine è senza precedenti. La storia di questo film è stata scritta ben prima degli eventi che coinvolgono l’amministrazione Trump, ma molte circostanze sono simili alla realtà. Nessuno nega che esista un problema di illegalità, ma allo stesso tempo il fatto che si speculi sul terrorismo al confine con il Messico è una fabbricazione. Nessun terrorista lavora con i cartelli della droga: non ci sono le prove. Non sono un esperto in materia e non ho studiato a fondo il problema, ma di certo non ho mai sentito di un terrorista che si sia suicidato al controllo della frontiera americana. Questo è un film, non un documentario: quello che è stato scritto nel copione è frutto della fantasia del suo autore, anche se molti elementi rispecchiano la realtà.

COME VEDI LA RAPPRESENTAZIONE DELLA “GUERRA” TRA MESSICO E STATI UNITI, NEL FILM?

Uno degli aspetti più interessanti di Soldado è che ognuno ha una propria responsabilità per quello che succede al con ne. Non è solo colpa del Messico, la corruzione è presente anche dall’altra parte della frontiera. È un messaggio molto chiaro: la corruzione è ovunque, gli alti ufficiali coinvolti nello scandalo sono da una parte e dall’altra. Molti di questi problemi sono sistemici e andrebbero affrontati con decisione. Inoltre i cartelli sono all’avanguardia, si muovono velocemente, non esiste burocrazia.

IL FILM TRATTA ARGOMENTI E PROBLEMI REALI: IMMIGRAZIONE, ARMI, CARTELLI, DROGA. SECONDO TE UN RUOLO DEL GENERE COMPORTA RESPONSABILITÀ MAGGIORI?

Certo. Secondo me c’è una responsabilità nel raccontare i fatti nel modo più accurato possibile. Anche se rimane un film, un lavoro di fantasia. Un fatto inequivocabile che affrontiamo nella pellicola è il maltrattamento che stanno subendo molti immigrati a causa della scelte sbagliate dell’attuale amministrazione americana. Ho vari amici che hanno vissuto situazioni terribili. Il muro di Trump, se mai verrà costruito, non cambierebbe nulla. La droga non smetterà mai di entrare nel Paese, è un business troppo redditizio per tutti.

COSA DOVREBBERO FARE GLI STATI UNITI?

Devono smettere di essere ipocriti, di fare finta di non avere interessi. L’immigrazione non si ferma, nemmeno il rischio di perdere i propri gli impedisce di partire. Molti genitori vivono delle situazioni infernali nel proprio Paese e preferiscono abbandonare i propri ragazzi per salvare loro la vita e dargli un futuro migliore. Bisogna risolvere il problema senza smettere di essere umani, rispettando il futuro di chi vuole migliorare la qualità e la sicurezza della propria vita. Ci sono brave persone che non hanno mai infranto la legge e sono stati imprigionati per due mesi, trattati come criminali. Quando sono usciti, sono stati assaliti da avvocati senza scrupoli, che volevano approfittarsi della loro paura. Tutti hanno diritto di avere una seconda chance nella vita, un’altra opportunità per dimostrare che possono fare del bene. L’amministrazione Trump sta rovinando il futuro di migliaia e migliaia di esseri umani. Voglio solo ricordare al presidente in carica che… Karma is a bitch.

COME È STATO LAVORARE SOTTO LA DIREZIONE DI STEFANO SOLLIMA?

Rispetto molto il suo lavoro. Mi piace molto la serie Gomorra e il film Suburra, adoro il suo stile molto… romano. Non saprei come descriverlo meglio, ma è quello che gli stranieri come me si immaginano che sia Roma, o la politica che gestisce la città. Storicamente i romani hanno creato delle cose grandiose, nel bene e nel male, e Stefano le contiene intellettualmente tutte.

QUANTO HAI DOVUTO COMBATTERE PER ESSERE RICONOSCIUTO COME UN GRANDE ATTORE?

Ho sempre dovuto lottare per cercare di ottenere i ruoli che volevo. Sono americano, ma essendo nato a Porto Rico, devo impegnarmi più degli altri per impormi. Quando sei parte di una minoranza le tue lotte sono più intense, tutto è più complicato, nessuno ti offre niente, a meno che non ti spacchi il culo. Il mestiere di attore è molto competitivo, nonostante oggi ci siano più opportunità, anche grazie ai ruoli televisivi. Ogni film è un compromesso, questa è una carriera dove incontri più fallimenti che successi. Meno male che c’è la musica che mi conforta.

CHE MUSICA ASCOLTI?

La musica è molto importante per me, ha un potere straordinario e stimola la mia immaginazione, la uso sempre per preparare i miei ruoli. Quando mi alzo al mattino, la prima cosa che faccio è scegliere la colonna sonora per la colazione. Ascolto di tutto, da David Bowie, a Bob Dylan, fino alle musiche della Famiglia Addams. E ovviamente musica latina, Roberto Roena, Danny Rivera, Silvio Rodríguez, Eliades Ochoa, tutta musica che ascoltavo quando ero bambino. Poi è arrivato il Rock‘n’Roll e, siccome mio fratello era un grande fan dei Beatles, per essere più cool ascoltavo i Rolling Stones. Durante le riprese di Soldado, inoltre, ho ascoltato molto jazz, tipo Miles Davis, e Tom Petty.

QUAL È IL TUO PRIMO RICORDO QUANDO SEI ARRIVATO A LOS ANGELES?

Quando mi hanno offerto il primo ruolo mi hanno suggerito di cambiare il nome, mi dicevano: “Perché non ti fai chiamare Benny?” (ride). Poi ti troviamo un cognome più facile da pronunciare. “Sorry”, dicevo, “non posso cambiare la mia identità e non voglio cancellare le mie origini”. Inizialmente nessuno credeva che ce l’avrei fatta. Forse avevano ragione, la mia vita sarebbe più semplice con un nome più americano, ma credo di essere riuscito lo stesso a ottenere quello che volevo, mantenendo integri i miei cojones.

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