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‘Beastie Boys Story’: i migliori anni della nostra vita (raccontati come cazzo ci pare)

Cronaca poco seria della nostra conversazione virtuale con Adam Horovitz (dal suo garage), Michael Diamond (da camera sua a LA) e il regista Spike Jonze (dalle Hawaii) per il documentario appena arrivato su Apple TV+

Foto: Michel Delsol/Getty Images

«Here is the story that I got to tell about three bad brothers that you know so well. It started way back in history with Ad-Rock, MCA and me, Mike D…». Comincia così il live documentary tribute di Spike Jonze sui Beastie Boys (disponibile dal 24 aprile su Apple TV+), trio musicale fra più iconici della storia del punk-hip-hop-rap-rock americano a cavallo degli ’80 e ’90, sospeso fra LA e NY. Indimenticabili volti, smorfie, riff, magliette, più le caricature eccessive nonché divertentissime di Adam Yauch (a.k.a. MCA), Mike Diamond (Mike D) e Adam Horovitz (King Ad-Rock), resi famosi a livello mondiale dal pezzo forse più deplorevole della loro carriera, quel (You Gotta) Fight For Your Right (To Party) giustamente definito inno all’edonismo e alla disobbedienza, il tutto ingigantito da colori e immagini su MTV, video-bibbia di quel tempo.

Eccomi dunque in Zoom-conversazione con i confinati Spike Jonze (dalle Hawaii), Horovitz (nel suo garage) e Michael Diamond (in camera sua a LA) per parlare della loro collaborazione-film Beastie Boys Story, che originariamente avrebbe dovuto debuttare al South by Southwest Film Festival di quest’anno. Ho conosciuto per caso il giovane Adam Horovitz in quel di LA nel 1987, in un ufficio della defunta D.E.G. del produttore Dino De Laurentiis. La sorella Rachel (eravamo solo amici!) presentandolo mi disse che suo fratello era un musicista, e che quella stessa sera avrebbe suonato insieme ai suoi amici al famoso e famigerato Hollywood Palladium (ha ospitato la storia della musica, non ultimo un concerto dei Die Antwoord). Due ore dopo, stavo assistendo alla viralità ufficiale worldwide dei Beastie Boys, amici-ebrei-rapper bianchi che, tolti versi impegnati di Adam Yauch (morto di cancro nel 2012), di base celebravano una vita universitaria da debosciati, fra uno sleepover e un party, nel pieno della nascita/crescita del movimento rap/hip hop di quegli anni. Subito dopo vendettero montagne di dischi dappertutto, tour mondiali, trasferimento obbligatorio (come tutti) in quel di Los Angeles con tanto di donne, piscine, rovina finanziaria. La successiva ricollocazione a New York in club piccoli e castigati, ma sostenuta da una giusta e sana sperimentazione musicale, li fece rientrare in scena dalla porta principale. Di base, Beastie Boys Story è una bellissima, fedele, gigantesca capsula anni ’80. Rimpianti inclusi.

Torniamo alla Zoom-conversazione a tre (con entrate, uscite, schermi spenti e riaccesi). Anche se è qui schierato a promuovere il film – diretto da Jonze come adattamento di uno spettacolo teatrale interpretato da Horovitz e Diamond –, il trio preferisce senza ombra di dubbio cazzeggiare a più riprese e lanciare indizi, sapendo benissimo che tanto il documentario ve lo vedrete su Apple.

Quando è nata l’idea del film?
Adam Horovitz e Mike Diamond: Beastie Boys Story nasce dal Beastie Boys Book del 2018, in cui raccontiamo le vicende della band, dagli inizi da adolescenti sulla scena punk di New York nei primi anni ’80 all’ascesa come gruppo rap multi-platino, vincitore di Grammy. Sia io che Mike non ci vedevamo davvero nelle vesti di promotori del libro con tanto di Q&A, e allora abbiamo pensato all’audiolibro con diversi lettori celebri, tra cui Chuck D, Elvis Costello, Rosie Perez, Bette Midler, Ben Stiller, Amy Poehler, Jon Stewart, LL Cool J e Rachel Maddow. A quel punto, abbiamo scritto un soggetto da mettere su palcoscenico e portare in giro per varie città. Poi ci è venuta l’idea di chiamare il nostro caro amico Spike Jonze, che saprete benissimo è un regista coi controcazzi…
Spike Jonze: I Beastie Boys avevano una longevità diciamo pure inaspettata, oltre che un talento creativo non indifferente, visto come si sono trasformati musicalmente attraverso album come Licensed to Ill, Paul’s Boutique, Check Your Head e Ill Communication. A quel punto, so che hanno deciso di scrivere un adattamento teatrale del libro, pensando poi a una presentazione multimediale del tutto, e a me come regista. Per farlo, si sono esibiti in diverse città americane e nell’aprile del 2019 hanno filmato tre serate al Kings Theatre di Brooklyn per il documentario. Per quanto riguarda la loro opera, adoravo tutto ciò che hanno fatto e che hanno nel curriculum ancora prima di incontrarli. Ero già in sintonia con loro.
MD: Jonze è ora conosciuto per i suoi film, premio Oscar, eccetera. Ma all’inizio degli anni ’90 transitava dal mondo degli skater alla musica, ed è di fatto diventato uno dei registi di video musicali più influenti dell’epoca.
AH: Ha diretto il nostro video Sabotage, una parodia strepitosa delle serie poliziesche degli anni ’70 girate a Los Angeles. E in più, e questo forse non lo saprete, ha guidato un’auto in una gara di demolition derby in una fiera in California per la nostra rivista, la Grand Royal. Allora stavamo bene, creativamente e mentalmente.
SJ: Una volta incontrati, erano più fighi di quanto pensassi, più divertenti, più fuori di testa. Collaborare con loro è stato facilissimo, anzi, devo dire che mi hanno sempre trattato, anche quando non contavo un cazzo (gli altri due ridono, ndr), in maniera paritaria, specialmente a livello creativo, il che non è scontato.



Tornando al film, svelateci qualcosa di più del contenuto.  
MD: In tutto il libro, nello spettacolo teatrale e nel film, ci siamo soffermati in particolare sugli errori commessi durante il nostro viaggio. Come il modo da ‘quasi-bastardi’ con cui abbiamo mollato Kate (la batterista Schellenbach, ndr). O gli atteggiamenti del cazzo mostrati durante la fase di soldi e successi che ha seguito l’uscita di Licensed to Ill. Oppure, ancora, di come ci siamo sforzati di cambiare durante questi anni. Altra cosa in cui siamo stati trasparenti è il rapporto che abbiamo e, quindi, la scelta finale di separaci sia da nostro primo manager, Russell Simmons, sia dal nostro produttore Rick Rubin.
AH: Dopo averci pensato parecchio, abbiamo scritto lo spettacolo attorno agli episodi raccolti nel libro. E poi abbiamo chiamato Spike, perché… be’, Spike fa film. E, anche se non ne ho visto nessuno, mi dicono che non fanno schifo. Abbiamo quindi chiesto il suo consiglio e, come al solito, Spike ha preso tutto il controllo e ha fatto quel cazzo che voleva (Adam e Mike ridono di nuovo, nda).

Qual è stato il criterio nella scelta dei pezzi da inserire?
SJ: Ho voluto trasmettere le mie cose preferite sulla band, i suoi membri e il legame tra loro. Essere loro amico da circa trent’anni è stato d’aiuto, li adoro come persone e li amo musicalmente. E apprezzo il modo in cui lavorano, perché fanno ciò che fanno e perché non fanno ciò che non fanno: sono onesti, sono sempre se stessi. Volevo anche mostrare quanto sia incredibile la loro amicizia, le relazioni che hanno e che hanno avuto. Loro hanno semplicemente deciso di farvi vedere tutto quello che desideravano, quello che li esaltava, li divertiva, li faceva anche piangere. Come la morte di Yauch, o come quando raccontano l’ultimo concerto della band. Tutta roba vera, sincera.
AH: Per me è stato molto duro, a volte emotivamente devastante, riesaminare certe cose, sentimenti che ho nascosto per tanto tempo. Pensa dover leggere ad alta voce, di fronte a un sacco di gente, aneddoti intimi e personali sul tuo migliore amico. L’ho fatto, l’ho ripetuto serata dopo serata, in ogni città. È stato difficile, ma sticazzi.
MD: Tutto questo lavoro mi ha davvero sorpreso, così come so che ha sorpreso Adam. Non ci eravamo prefissati nulla, non ci aspettavamo nulla. Detto onestamente, come band eravamo sicuri che avremmo continuato fino all’eternità a dire, fare, cantare e raccontare cazzate: era parte integrante di ciò che facevamo. Adam era il nostro migliore amico, la nostra guida, ha condiviso con noi tanti problemi e tante gioie. Fare qualcosa senza di lui è stato difficile, ma per noi anche un’esperienza nuova, un altro momento della nostra vita.

Foto: Apple TV+

Avendo completato libro, audiolibro, spettacolo teatrale e ora il film, questa potrebbe essere questa l’ultima collaborazione fra voi due? Possiamo mettere la parola fine ai Beastie Boys, oppure lavorerete ancora insieme? 
AH: Sì… No… Non voglio fare più un cazzo con Mike. Niente. Tu, Mike?
MD: Fanculo, Adam! Tu, del resto, che cosa vorresti fare, visto che non sai fare un cazzo d’altro? La dura, terribile ma anche sincera verità è che, al di fuori di quello che vedrete nel film, non abbiamo altri talenti che ci possano permettere di vivere e di fare due soldi. A meno di non usare il tempo del coronavirus per inventarci qualcosa di nuovo…

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