Aridatece il cinema alla Marco Ferreri: ‘Serpenti’ è il film che stavate aspettando | Rolling Stone Italia
Fra Kafka e Beckett

Aridatece il cinema alla Marco Ferreri: ‘Serpenti’ è il film che stavate aspettando

De Paolis Maino: «Un cinema che in Italia non ha più diritto di cittadinanza». Con Lidi, Borghi, Golino, Castellitto, scritto coi D'Innocenzo, il film prende le mosse da un femminicidio per farne una tragicommedia spiazzante

Aridatece il cinema alla Marco Ferreri: ‘Serpenti’ è il film che stavate aspettando

Alessandro Borghi e Roberto De Paolis Maino sul set di 'Serpenti'

Foto: Be Water

«Tutto nasce da una sceneggiatura dei Fratelli D’Innocenzo, il seme del film è la loro idea di scrivere questa storia. Il primo soggetto è loro, mi hanno dato la sceneggiatura chiedendomi se volevo fare la regia e quando l’ho letta mi è piaciuta moltissimo». Roberto De Paolis Maino racconta con semplicità quasi minimalista il gioiello coraggioso che è Serpenti, a Venezia nella sezione Spotlight e ora nelle sale italiane, grazie a Be Water (sempre più interessante nella produzione) in collaborazione con Europictures.

Un’opera che ha quella forza ribelle e fresca che decenni fa ebbe l’incompreso (all’uscita in sala, non dopo) L’ultimo capodanno, figlio anch’esso di un cineasta rigoroso che va in vacanza nel grottesco, Marco Risi. «Mi ha subito colpito l’angolo dal quale hanno voluto guardare al racconto e ai temi e alle trame che il film affronta, il punto di vista geniale di un uomo che ha commesso un delitto terribile e vuole costituirsi, che ha la missione di pagare per ciò che ha fatto, ma non ci riesce», continua il regista. «Affronta, il film, il concetto di colpa e responsabilità, individuali e dello Stato e della legge, intrecciate tra loro. E poi il racconto va stratificandosi sempre di più, consentendoci di giocare su tanti tavoli interessanti».

SERPENTI | Trailer Ufficiale dal 10 settembre al cinema

E lo sono, interessanti e rischiosi. De Paolis mostra una grammatica che non gli sospettavamo, un kafka beckettiano, una di quelle opere che ci aspetteremmo da certo cinema belga o norvegese, con un umorismo sempre in controtempo che era rimasto ben nascosto nel bellissimo Cuori puri e nel potente Princess e che mostra altri suoi talenti insieme ai soliti, il saper indagare nelle periferie reali e morali del nostro mondo, il saper raccontare relazioni (e reazioni) impossibili, sondare le fragilità del tessuto sociale ed etico del singolo e della collettività, riuscire con una messa in scena rigorosa e al contempo rocambolesca a tirar fuori dagli attori sempre il meglio.

Portandoli altrove, su altri territori, come succede ad Alessandro Borghi, che il suo sbirro indolente lo dipinge con una comicità irresistibile che finora era rimasta nascosta sullo schermo, tutta giocata in sottrazione, sulla gestione dei tempi, un lavoro di cesello e di istinto. «Sul set sono arrivate idee, scossoni, l’unico modo di girare questo film era essere pronti a domarlo, ad accogliere gli spunti che creava giorno per giorno, dare libertà ai talenti coinvolti». I suoi interpreti sopra a tutti, appunto. «Ogni film è diverso, non è che ho mandato Alessandro Borghi per un mese a prepararsi a Rebibbia. Che poi secondo me lo farebbe, perché è un interprete meraviglioso, uno che è devoto ai suoi personaggi. Io a lui ho lasciato la libertà di scegliersi qualsiasi ruolo e lui ha voluto questo poliziotto». Il grande attore sa scegliere sempre bene, anche quando le pose sono poche ma buonissime. «Volevo uno “con espressioni incazzate tenute troppo a lungo senza un perché”, così recitava la nota sulla sceneggiatura, volevo un volto segnato dalle rughe d’espressione di chi cercava di indossare un ruolo nella sua vita. E lui a ogni ciak si trasformava la faccia, era impressionante. Uno così devi liberarlo, togliergli paletti, far sgorgare la sua creatività. I fuoriclasse devono giocare dove e come vogliono loro, così come è successo con Pietro Castellitto che a mio parere ha un registro perfetto per l’avvocato che impersona». Una specie di Lucignolo straniato, fallito e furbastro, Caronte morale che sbugiarda la realtà, spogliandola con i suoi aforismi un tanto al chilo.

Leonardo Lidi, Roberto De Paolis Maino e Valeria Golino sul set. Foto: Be Water

«Con Leonardo Lidi è stato un lavoro più quotidiano, più profondo, proprio sul concetto di colpa ma anche sulla capacità di essere un femminicida non lombrosiano. Volevo il suo volto dolce messo dentro un delitto così atroce, perché consideravo profondamente politico dire a me stesso e agli spettatori che tutti possono cadere all’inferno, sporcarsi le mani di sangue. Volevo, volevamo uscire fuori anche fisiognomicamente dallo stereotipo del femminicida, volevo che avesse una sua delicatezza. E ancora nella sceneggiatura il personaggio di Valeria Golino era un maschio, ma io volevo un contraltare femminile, che sparigliasse le carte, portasse mistero e complessità in un racconto molto maschile». E le carte, questa cartomante le spariglia eccome, lei che si carica addosso gran parte del simbolismo di questa tragicommedia bulgakoviana ci mette dentro quello charme irresistibile tutto suo, che le permette ogni tipo di trasformazione, di credibilità, soprattutto quando può divertirsi in un apparente macchietta che lei trasforma in chiave di volta.

Valeria Golino. Foto: Be Water

Senza dimenticare, per bravura (qui e nella carriera) Daniele Parisi «un attore con una sapienza incredibile, è bravissimo e troppo sottovalutato nel nostro cinema», interviene Damiano D’Innocenzo. Uno dei tanti registi sul set, peraltro «c’erano giorni che sul set eravamo sette registi: Valeria, Pietro, i Fratelli, Leonardo e Daniele che dirigono a teatro ed io», confessa Roberto De Paolis Maino. «Ma tutti sono stati rispettosi dei confini, Fabio e Damiano hanno fatto i loro commenti, le loro note sui miei cambiamenti in scrittura (e infatti la sceneggiatura la firma anche lui, nda), ma in un dialogo organico e normale, molto proficuo. Non ci sono state ingerenze da parte di nessuno, ho solo assorbito un’enormità di talento e generosità». Del lavoro con e dei Fratelli D’Innocenzo, il regista è entusiasta. «La sceneggiatura è fantastica, hanno trovato una lente attraverso cui vedere una storia incredibile, un punto di vista più potente non poteva esserci. E credo che sia come scrittori che come registi questo possa definirsi una sorta di superpotere che hanno».

Leonardo Lidi e Roberto De Paolis Maino. Foto: Be Water

«Questo è un film», rivela Damiano D’Innocenzo, «che è stato uno di quei progetti che credevamo non sarebbe mai partito. Di quelli che come i sogni sarebbero rimasti nel cassetto, anche se noi non le stampiamo mai quindi non le mettiamo mai in un cassetto le nostre sceneggiature! L’incontro con Roberto è stata una calamita improbabile, tra autori apparentemente lontani che però forse hanno uno sguardo interessato a cose simili anche se da angolature diverse. Un matrimonio improbabile, così tanto che non poteva non essere fatto».

«Ho fatto un lavoro profondo sullo script», gli fa eco De Paolis, «doveva diventare mio e credibile nella incredibilità della trama. Doveva entrare nei confini della mia sensibilità, volevo portare il racconto su un piano di verità, data la premessa più o meno assurda. Credo che sia la scommessa prima di ogni film: dare l’illusione meravigliosa del cinema che uno spettatore può vivere solo in sala, farlo stare dentro qualcosa per due ore, fargli credere e chiedere “ma sta succedendo davvero?”. Mi serviva perché il primo ad avere fiducia nella storia devo essere io. Qui la credibilità è un filo sottilissimo, anche se è vero che il cinema della realtà, il neorealismo moderno che io stesso ho abbracciato in passato, tratta in modo molto poetico la realtà, mentre ora se guardo ciò che accade, le nostre quotidianità hanno tinte molto più forti, tutto vira ogni giorno al grottesco, al folle, al paradossale e allora una storia così rischia di diventare più verosimile di molto cinema della realtà contemporaneo. Io quando esco di casa vedo l’assurdo: pensa a Garlasco, che tragica commedia degli equivoci è diventata, che improbabili protagonista che ha. Orrore e grottesco vanno a braccetto, certe cose che viviamo e vediamo non potremmo scriverle o dirigerle tanto sono folli».

Leonardo Lidi. Foto: Be Water

«Questa è un’idea di 10 anni fa», racconta Damiano, «la scrivemmo nella casa di Fabio a Via Prenestina, una casa credo di non più di 10 metri quadri, sotto il minimo di legge per essere definita tale. Ricordo ancora che la scrivevamo io sul cesso (col copriwater chiuso, ovvio!) e Fabio sulle ginocchia seduto sul lettino. Furono giorni bellissimi, credo che la scrittura durò una settimana, forse 10 giorni. Vedendo il film sono rimasto colpito dal fatto che uno sguardo sul mondo così intimo, introverso al limite del potabile, originale, diverso sia stato capito da tutti: regista, attori, confesso che ci siamo sentiti meno soli. Roberto sa farti sentire parte del racconto, è uno che non interrompe il gioco».

Gioco che poteva essere pericoloso, perché si ride – e parecchio –, oltre a riflettere e a essere spiazzati, su un tabù. Il racconto del femminicidio, già rarissimo nel nostro cinema, trova qui uno sbocco narrativo e visivo altro e alternativo. «Non ho avuto paura di affrontare un femminicidio», dice De Paolis Maino, «né sotto il profilo etico né estetico. Ho scoperto facendo il film di avere una cifra che non sospettavo, un tono e uno stile che toccano la surrealtà, la tragicommedia. Abbiamo capito insieme come affrontare tutto e ho subito capito e scoperto che sarebbe stato totalmente diverso rispetto ai due film precedenti. E anzi, a dirla tutta, questo lo sapevo già e prima del set pensavo di aver trovato una chiave differente e sicura, ma quando siamo arrivati a girarlo ne abbiamo trovata un’altra ancora, anzi tante altre. La lavorazione di Serpenti doveva essere per forza una scoperta continua, doveva avere una vitalità costante ed esuberante, parla di persone incapaci a relazionarsi tra loro, di un sistema burocratico e impazzito, della frustrazione umana e sì, anche di un uomo che ha ucciso la moglie. E ho subito amato il fatto che si raccontasse una storia che è metafora di un Paese che considera il femminicidio un reato di serie B, di una società che non riesce a ritenerlo importante, non sa dargli il giusto peso e che lo ha sottovalutato, anzi normalizzato per secoli, tanto da far sì che risulti assolutamente credibile non riuscire neanche a costituirsi per averlo compiuto. Credo che questa storia un po’ folle racconti di un mondo che sempre ha ritenuto la violenza familiare normale, organica a una certa idea di famiglia». E, aggiungiamo noi, si riesce a ridere perché il femminicidio è immanente ma sempre fuori campo e si ride di tutto e di tutti ma mai della vittima e della gravità del delitto, il peso della colpa non viene mai sminuito, rimane sempre centrale.

Pietro Castellitto sul set. Foto: Be Water

“Il problema della colpa”, come dice l’avvocato interpretato da Pietro “è di essere un fatto prettamente e profondamente umano”. A proposito, Castellitto è così bravo come attore che pur essendo straordinari i suoi film da regista, si spera che continui a mantenere parallele le sue carriere. “Solo uomini e donne hanno questo pezzo di corteccia cerebrale in più rispetto ad altri animali che ci consente di interrogarci sul concetto di giusto e sbagliato, che ci fa sentire in colpa per ciò che facciamo. E anche l’idea di esorcizzarla con la confessione e l’espiazione e che l’impossibilità di farlo possa diventare il motivo per cui questo fardello scompare mi affascinava. Cos’è la colpa, istinto o convenzione sociale? Oppure è entrambe?”.

Serpenti è quel tipo di film che ti fa capire che un cinema italiano diverso è possibile. Regia, recitazione, scrittura: tutto e tutti si prendono rischi enormi e vengono ripagati. E la chiave è quella che dice Roberto De Paolis Maino, quando lo si interroga su eventuali autori o film di riferimento per un’opera tanto originale. «Credo che tante cose diverse convergano, dal simbolico paradossale alla commedia alla tragedia, passando per la mia passione per Petri e Germi. Credo però che un cinema che sappia navigare nell’assurdo e nel grottesco della realtà, alla Marco Ferreri, manchi da troppo tempo». E non è che fosse troppo ben voluto neanche allora. «Questo è un cinema che nei giorni nostri non ha diritto di cittadinanza. Una terza via che dovremmo rivalutare, perché non solo il cinema, ma come dicevo prima anche il mondo, va in questa direzione».

La miglior chiosa finale, però, la fa proprio Damiano D’Innocenzo. «Sono felice che Serpenti esista, che abbia questo titolo, che abbiamo collaborato benissimo. Sono felice che questo titolo bello e velenoso come le nostre penne, come gli occhi degli interpreti, come il regista sia su un film così riuscito e attrezzato per la sala e per il cinema». Anche noi, bro.