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Anna Karina, chi è oggi la femme fatale della Nouvelle Vague

La musa francese ricorda gli anni appassionati e rivoluzionari con Jean-Luc Godard. E alla domanda su chi sia oggi la sua erede risponde: «Marion Cotillard»
Hanna Karin Blarke Bayer ribattezzata da Coco Chanel Anna Karina (oggi 75 anni), in una foto dal film "Bande à part" di Jean-Luc Godard del 1964

Hanna Karin Blarke Bayer ribattezzata da Coco Chanel Anna Karina (oggi 75 anni), in una foto dal film "Bande à part" di Jean-Luc Godard del 1964

«Sono una divoratrice di film ancora oggi, soprattutto di quelli americani. Anche se devo ammettere che, per ben cinque volte, ho visto Giù al nord di Dany Boon, lo trovo irresistibile!». Comincia così il viaggio fra passato e presente di Anna Karina, immutata aria sbarazzina e occhi enormi, vispi e azzurrissimi che scrutano il mondo tra le punte nerissime della sua frangetta. La musa della Nouvelle Vague, che ha da poco compiuto 75 anni, si muove leggiadra con la stessa grazia di quando, poco più che ventenne, incarnava, nel film di Jean-Luc Godard, un cinema dirompente e rivoluzionario che ancora oggi non smette di influenzare le nuove generazioni, non solo cinematografiche (dal caschetto nero di Uma Thurman in Pulp Fiction alle copertine dei dischi del duo easy listening francese Nouvelle Vague, ça va sans dire).

Danese di nascita, ma “parigina” a soli 17 anni, Anna Karina (all’anagrafe Hanna Karin Blarke Bayer) è legata indissolubilmente al suo ex marito e demiurgo Jean-Luc Godard e il regista, nei cosiddetti “anni Karina”, saprà plasmare un vero culto attorno alla sua bellezza, regalandole ruoli così diversi e sfaccettati da renderla l’icona per eccellenza del periodo, capace di resistere al tempo. «Oggi tutti gli attori accumulano ruoli su ruoli, senza capire che tutto quello che si produce in fretta sparisce altrettanto velocemente. La Nouvelle Vague invece ha ancora oggi un suo pubblico in tutto il mondo». Tante gradazioni di donna hanno accompagnato l’eversione della Nouvelle Vague francese, verso la fine degli anni ’50, come la cerebrale sensualità di Jeanne Moreau o la sfrontatezza del corpo atomico di Brigitte Bardot, ma Anna Karina è stata forse l’unica in grado di sintetizzare e amalgamare quel prototipo femminino che incorpora sfrontatezza fanciullesca, ideali di libertà e dimestichezza con l’arte amatoria. Oggi, tra le nuove attrici, «l’unica che vedo come possibile erede, non solo mia, ma di tutta quella generazione, è Marion Cotillard». A passeggio per i borghi storici di Bergamo (l’attrice è stata la madrina dell’ultima edizione del Bergamo Film Meeting, ndr), per un attimo sembra di girovagare per Parigi alla ricerca di Sartre, fra boulevard e affollati bistrot.

Anna, che clima si respirava a Parigi alla fine degli anni ’50?
Arrivai giovanissima, con pochissimi soldi. Avevo litigato con mia madre e non potevo più sopportare la rigidità della mia famiglia. Le prime immagini di Parigi sono ancora scolpite nella mia memoria: il cielo, quei giardini rigogliosi, un sacco di intellettuali americani che giravano per la città e un’energia ancora acerba che si trasmetteva di sguardo in sguardo.


Prima di debuttare al cinema, hai lavorato come fotomodella e indossatrice. Raccontaci com’è iniziata.
Mi trovavo per caso in un caffè, Les Deux Magots, quando si avvicinò una donna e mi chiese se volevo posare per delle fotografie. Ancora non parlavo francese, quindi non capivo bene che cosa mi stesse proponendo, ma pensai: “Se non sono foto compromettenti, perché no?”. Iniziai così a fare la modella, anche per riviste importanti come Elle, e poche settimane dopo venni “battezzata” con il mio nuovo nome da Coco Chanel.

E invece il sodalizio con Godard com’è nato?
Jean-Luc mi notò in uno spot televisivo. Una sera, sul tavolo del ristorante dove avrei cenato trovai un biglietto: “Io l’amo. Appuntamento a Ginevra al Café de la Paix. A mezzanotte”. Agii d’istinto, andai all’appuntamento e mi trovai davanti un uomo bizzarro che, nonostante fosse notte, indossava gli occhiali da sole. Parlammo qualche minuto e… beh, il resto è storia!

Come si viveva su un set di Godard?
Aveva un metodo di lavoro tutto suo. Non si seguiva mai una vera e propria sceneggiatura, lui teneva tutto nel suo cuore e nella sua mente. A casa nostra, invece, passavamo ore e ore a creare i miei personaggi, a farli vivere. Sono stati anni splendidi, nonostante il carattere di Jean-Luc non fosse dei più semplici.

Dopo i primi film con Godard, hai esordito anche come cantante con un disco prodotto da Serge Gainsbourg. Che ricordo hai di lui?
Serge era fantastico: divertente e professionale allo stesso tempo. All’epoca non era ancora la persona tormentata e divorata dai demoni degli anni successivi, era molto timido, e aveva sempre voglia di scherzare. Io e Jean-Luc lo portavamo spesso con noi a cena fuori, perché avevamo tutti e tre la stessa passione: andavamo matti per il formaggio! Serge aveva un gigantesco studio di registrazione all’epoca, con tanto di camera da letto, ma tengo a precisare che non ha mai cercato di sedurmi! Con Serge girai anche un film, Anna, una commedia musicale molto divertente, nella quale cantavo un pezzo fantastico dal titolo Roller Girl.

Prima della Nouvelle Vague, la donna al cinema, e non solo, era ancora lontana dall’emancipazione degli anni successivi, ancora relegata al ruolo di puro oggetto del desiderio. Come cambiarono le cose dopo Godard, o dopo film come Jules e Jim di Truffaut?
Le donne hanno sempre avuto pochissime parti veramente rilevanti, quasi mai la protagonista assoluta, non solo del cinema francese, era femminile. La Nouvelle Vague cambiò tutto, perché questi straordinari registi amavano regalarci grandi ruoli. Anche senza seguire una sceneggiatura, Godard aveva sempre presente la centralità del femminile nel cinema che voleva fare. E ci riusciva.

Sempre a proposito di Nouvelle Vague, pensi che quella sorta di rivoluzione culturale contribuì in qualche modo a far nascere quello spirito di rivolta che culminò con il cosiddetto Maggio francese nel 1968?
C’è sempre una connessione fra rivoluzione e cultura, ne sono profondamente convinta. Ogni rivoluzionario aspira alla libertà e registi come Godard, Truffaut o Rohmer lottavano artisticamente proprio per questo. Onestamente credo che, anche senza il nostro cinema, il ’68 sarebbe comunque esploso. Ma allo
stesso tempo, l’affermazione di un nuovo modo di fare cinema si è lentamente e inarrestabilmente estesa anche in tutto il panorama culturale.

Abbiamo parlato tanto del tuo passato, ora dicci che cosa ti riserva il futuro.
Mi piacerebbe scrivere la mia storia, ma non intendo una biografia canonica, mi piacerebbe piuttosto impostarla come un romanzo. Continuo a scrivere canzoni e a progettare commedie musicali, legate al mondo delle fiabe, ma ti faccio una confessione: una parte di me sogna ancora un bel ruolo al cinema. Appropriarmi di un personaggio è la cosa che amo di più e che vorrei continuare a fare. Di sicuro non mi metterò a pubblicizzare elettrodomestici o profumi, come fanno ora quasi tutte le attrici, a prescindere dall’età.

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di maggio.
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