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Anna Ferzetti, il tempo che ci vuole

Tutti finalmente si sono accorti di lei nella ‘Grazia’ di Sorrentino. Ma lei c’è sempre stata. Dimostrando, senza fretta, che un altro modello è possibile. E godendosi a 40 anni il primo film da protagonista: ‘Domani interrogo’

Foto: Fabrizio Martinelli

«Sono salita su un treno, un treno grande per una grande meta, e sento che questo treno sta procedendo bene», dice Anna Ferzetti a un certo punto della nostra chiacchierata, e quando la chiamo, visto che la vita è spesso saggiamente didascalica, un treno lo sta prendendo per davvero. La direzione non è più ostinata e contraria, anche se l’ostinazione in lei c’è sempre stata, e anche una contrarietà a una certa fretta rispetto al successo (qualsiasi cosa significhi) e soprattutto verso un certo tipo di etichettamento relativo a quel che dev’essere il posto di un’attrice nel nostro cinema.

Recita da tantissimi anni, ha ricevuto nomination ai David e ai Nastri (per Domani è un altro giorno), l’avete vista in tanti film e tante serie e forse anche a teatro. Ma quest’anno è come se tutti si fossero accorti di lei grazie a La grazia (scusate il giochetto). Paolo Sorrentino le ha dato il ruolo di Dorotea, la figlia del Presidente della Repubblica Mariano De Santis (Toni Servillo) che è il suo contraltare intimo e morale. “Di chi sono i nostri giorni?”, si sente nel film, e si direbbe che i giorni di Ferzetti son tutti suoi, anche ora che sente addosso “gli occhi degli altri” (titolo di un altro film a cui ha preso parte, diretto da Andrea De Sica e di prossima uscita).

Prima della Grazia, aveva girato un bel film che esce ora: Domani interrogo di Umberto Carteni, tratto dal libro omonimo di Gaja Cenciarelli, prodotto da On Production con Rai Cinema, nelle sale con Vision Distribution dal 19 febbraio. Che è anche, incredibile ma vero, il suo primo film da protagonista assoluta. Per la prima volta è in scena sempre, nei panni di una professoressa di inglese in una scuola superiore della periferia di Roma. È bravissima a scomparire dentro questo personaggio restando sempre presente, diventando maestra e complice di questi ragazzi un po’ spersi, ciascuno all’inizio del proprio destino, quando non è ancora successo niente e sta succedendo tutto, tra amore, amicizia, sogni e – anche per loro – ricerca del proprio posto nel mondo.

Lo dico male: non sembra un film italiano, anzi sembra proprio un film francese, per come entra in quei luoghi – la scuola, il “pubblico” dove si affronta la collettività tutti i giorni – che il nostro cinema sembra avere un po’ dimenticato.
Guarda, uno dei modelli di partenza è stato proprio La classe di Cantet. Umberto [Carteni] viene da un percorso diverso, gli è sempre stato chiesto di fare la commedia, che pure gli riesce bene, ma la sua vera passione è questa, è quello che gli piacerebbe continuare a fare. È stato un esperimento diverso dal solito, anche grazie a Vladan Radovic, il nostro direttore della fotografia. Il fatto di non avere tutti quei vezzi cinematografici, per esempio preparare già la scena in un certo modo… Umberto continua a dirlo che è stato quasi documentaristico, nel senso che vivevamo molto la situazione. Tante cose le abbiamo create improvvisando con i ragazzi. Quando li ho conosciuti ho preso da parte Umberto e gli ho detto: “Sono un portento”. E lui: “Tu fai, eh? Non fare stop, andiamo avanti perché è tutto materiale vivo”. E loro erano talmente felici di lavorare, di raccontare questa storia e questi personaggi, che sono diventati quei ragazzi. Questo ha reso tutto più semplice, più facile, anche il diventare la loro professoressa è stato quasi spontaneo. Mi ha fatto raggiungere un livello di confidenza che forse non avevo mai sentito davanti alla macchina da presa.

Anna Ferzetti in ‘Domani interrogo’ di Umberto Carteni. Foto: Vision Distribution

La scena in cui li inviti a casa tua a ripassare, e ordini le pizze, e loro stanno lì sul tuo divano… sembra assolutamente reale, è come se fossi diventata una di loro, una tutor ma anche una confidente, e di certo l’unico adulto che li comprende.
È stato strano anche per me, pensavo: “Non è possibile che sia così semplice”, perché tutti i rapporti lo erano. Sia sul set che in scena, le cose che si vengono a creare, le domande che tutti ci facciamo da attori, riguardano sempre le relazioni tra i personaggi. Qui era come se le relazioni tra i personaggi, tra la professoressa e ognuno di loro, si creassero spontaneamente, bastava essere nella situazione per rendere tutto credibile, senza forzature, senza doversi ricordare che era un film. Per dirti: ho ancora una chat con loro, e oggi continuo ad avere il rapporto che avevo nel film con ognuno, anche se tutti hanno naturalmente una storia diversa.

Era una modalità che non avevi mai sperimentato da attrice?
No, e ti devo dire che è stata una scoperta. C’è una grande libertà in questo, non sapevo nemmeno dov’era puntata la macchina da presa. A un certo punto non la guardavo proprio più, Vladan andava di testa sua, mi diceva: “Non ti preoccupare, noi ti seguiamo”, e infatti la sua scelta fin dall’inizio era di stare sempre molto vicino agli attori. Io sono fotografata con questa luce molto realistica, mai tanto illuminata, che poi è come vediamo le persone nella vita. Vediamo una donna come è fatta nella vita reale, senza tanti trucchi. E così l’audio. Tutti ci ricordiamo di quando eravamo in classe e non si sentiva nulla, e anch’io a volte non sentivo quelli in ultima fila, e allora urlavo: “Che hai detto?”. Come nella vita. Guarda, è abbastanza incredibile quello che è successo, arrivi a 43 anni e fai quelle scoperte per cui ti dici, dopo tanto che lavori: “Cavolo, ma allora davvero è tutto possibile”.

Anche noi scopriamo che, nonostante tutto il lavoro che hai alle tue spalle, Domani interrogo è il tuo primo film da protagonista assoluta.
È la prima volta che ho un personaggio che sta sempre in scena, sì, ma considera che questo film l’ho girato due anni fa, prima del film di Sorrentino, prima del Nibbio. È stata una grande opportunità, ero molto felice e anche molto impaurita, perché una cosa è fare i secondi, i terzi ruoli, la responsabilità lì ce l’hai ma in qualche modo non è totalmente tua. Essere la protagonista vuol dire essere all’altezza, e quindi ti fai mille paranoie, però avevo letto il libro, mi ero appassionata a questa donna, mi piaceva il modo in cui Umberto mi raccontava quello che voleva fare, e lui credeva in me, perciò ho detto: “Dai, buttiamoci”. E sono felice di averlo fatto. Ora finalmente esce, e spero che più ragazzi possibili possano vederlo, perché secondo me anche il modo in cui parliamo di loro e a loro è insolito. Non ci sono filtri, non c’è niente, parliamo proprio come loro, ci anche sono tante parolacce, però la vita è quella. C’è un momento quando raccontano che hanno beccato Flavietto e dicono “Ha fatto il vento” io cui ricordo che io, nel senso di Anna, non capivo, perciò ho chiesto: “Che vuol dire?”. Si poteva mantenere questo margine di libertà anche se ovviamente non sempre è così. Questo film si prestava, e anche Umberto voleva avere quella libertà. E forse questo mi ha permesso di tirare fuori qualcosa che non avevo mai tirato fuori.

Che poi, immagino, per un attore sarà anche importante differenziare: è bello essere liberi su un set, e magari controllatissimi su un altro.
Be’, quello che faccio da tanti anni è proprio cercare di variare. Ho questa fortuna, faccio uno dei mestieri più belli del mondo, quello di vivere tante vite diverse. Se non posso fare qualcosa che è altro da me non mi diverto, mi annoio. Anche cambiare look, cambiare modo di parlare. Per me fare l’attrice è essere mille facce, vivere mille sensazioni, sentimenti, provare a fare quello che forse nella vita non riesci a fare. Non tutti hanno questa fortuna facendo altri lavori, e io questa che per me è una grande opportunità la voglio sfruttare finché mi sarà possibile fare questo mestiere.

Mi piace molto la tua anti-retorica, sia ora nel parlare di questo primo ruolo da protagonista sia rispetto a tutta la vicenda Sorrentino, che mi sembra tu guardi in modo quasi divertito, come a dire: “Sono sempre stata qua, ora ve ne siete accorti tutti e ne sono felice, però cerco di mantenere anche una sorta di distanza”. Non so, forse è perché abbiamo la stessa età, ma capisco questo atteggiamento che viene un po’ naturale col tempo, ovvero prendere quello che c’è di buono ma anche, appunto, distanziarsene.
Io credo che le cose non avvengano per caso, Credo di essere arrivata a un punto della mia età e della mia carriera in cui forse ho qualcosa di più da raccontare. Ho passato tante esperienze, ho sofferto, ho avuto dei lutti. E credo di essere arrivata a questo punto forse anche perché ho una faccia che ha bisogno di raccontare quello che accade nella mia vita, per rimetterlo nella vita degli altri. Sono arrivata a un momento in cui mi sono sentita pronta a lasciarmi andare, prima non era così. Ho sempre creduto in questo lavoro ma non ho mai avuto fretta, anzi, la fretta non mi ha mai portato bene. E ho avuto la fortuna di vivere accanto a un uomo [Pierfrancesco Favino] che ha un percorso che è arrivato prima del mio, e questo mi ha fatto capire tante cose: come prendere questo lavoro, con che serietà, con quale voglia, ma rimanendo saldamente con i piedi per terra. Nel frattempo ho costruito una famiglia, che è una delle cose più belle che potessi fare. Ho tante altre passioni e cerco di mantenerle. So che questa con Paolo Sorrentino è una grandissima occasione che mi è capitata, ma me la sono giocata come tutti gli altri miei colleghi, facendo sei provini: la ruota gira e questa volta è toccato a me, ma ho fatto tutto l’iter che era possibile fare come faccio da tantissimi anni. Questa volta Paolo aveva bisogno di me, di questa immagine, di questa figura, di questa energia forse.

Anna Ferzetti in ‘La grazia’ di Paolo Sorrentino. Foto: Andrea Pirrello

Certo un ruolo come questo in un film come questo ha una forza simbolica che dev’essere potente e sorprendente anche per un’attrice. L’altra sera ero alla presentazione di un film a Milano e nel pubblico c’era Milvia Marigliano, un’attrice bravissima che ho visto a teatro, e al cinema, e però l’ho vista e la prima cosa che ho pensato è stata: “Ma c’è Coco Valori!”
Ti capisco. Un film come La grazia è una cosa che ti porta bene, ti porta fortuna. Diciamo che sono salita su un treno, un treno grande per una grande meta, e sento che questo treno sta procedendo bene. E ti ripeto, sono felice che sia arrivato in questo momento, perché credo di aver lavorato tanto per riuscire a prendere questo treno, non sono una a cui le cose sono mai accadute per caso, non ho mai avuto una strada diritta. Le mie erano piene di pieghe, di curve, a partire dal fatto che sono figlia d’arte [di Gabriele Ferzetti]. Che, sia chiaro, ha i suoi vantaggi, ma sicuramente c’è anche il dover dimostrare di essere all’altezza, e lo dico orgogliosamente, perché io amo mio padre non solo come padre, ma proprio per quello che ha fatto: ha girato dei film che hanno fatto la storia, era un attore di una modernità unica, mi ha insegnato una quantità di cose che devo solo a lui. Sono felice di essere figlia d’arte e di portare avanti questo nome, un po’ glielo devo, è come con certe ditte di famiglia, doveva andare così.

Parlando di strade fatte di pieghe e di curve, anche in questo assomigli a Gabriele Ferzetti, un attore grandissimo ma anche non canonico, un antidivo, uno che ha fino alla fine ha fatto, tra cinema e teatro, le scelte che voleva al di là del mercato, di quello che “conveniva” fare.
Sì, sì. Mio padre, guarda, era estremamente timido, anche se nessuno l’avrebbe mai detto. Aveva quest’aura borghese che si portava dietro ma era un fatto di timidezza, non era superiorità. Ora sto lavorando a teatro con lo stesso tecnico che faceva le luci in tournée con lui. Quando l’ho visto ho urlato: “Nino!”, e lui: “Mado’, come sei cresciuta!”. E poi mi fa: “Pure tu vuoi le luci in faccia come il papà?”, perché mio padre si faceva mettere le luci belle sparate per non vedere il pubblico, che lo angosciava. E io gli ho risposto: “No, io questa cosa l’ho superata” (ride). È solo per farti capire che era una persona con un mondo dentro che ha molto faticato a tirare fuori: perché non gli è stato permesso, perché non era stato educato in quel modo. Era un uomo del ’25 che ha fatto la guerra, e all’epoca manifestare affetto era difficile, non si riusciva proprio a trovare la modalità. Io stessa non ne ho mai parlato bene con lui perché si commuoveva, non mi parlava tanto di sé. So che a modo suo mi ha amato alla follia e che in qualche modo io sono simile a lui. Rivivere tutto questo con il ruolo che mi ha dato Paolo mi ha abbastanza sconvolta, perché capivo esattamente Dorotea e Mariano e questo rapporto che loro stavano vivendo. Capivo quest’uomo d’altri tempi così chiuso e così appassionato al lavoro, c’erano tante cose che per me erano molto normali e molto vicine, il che sicuramente mi ha aiutato a capirla come personaggio e ad amarla follemente, a capire questa sua solitudine interna che tutti noi in qualche modo proviamo anche nei confronti dei nostri genitori, quando non hai risolto delle cose.

A questo proposito, hai visto Sentimental Value?
Sì, e mi ha distrutta. E poi io amo lei [Renate Reinsve], è un’attrice di grande talento e anche insolita, estremamente europea. Mi piacerebbe molto conoscerla, farle i complimenti, perché davvero non è mai prevedibile. E come ti dicevo prima, questa è una delle cose belle del nostro mestiere, il non dare mai niente per scontato, non essere mai prevedibili, aspettare di capire che cosa arriva dall’imprevisto, anzi lasciarsi proprio andare agli imprevisti.

Ora torni a teatro con un altro progetto che è un treno che forse non credevi di prendere, fino a qualche tempo fa.
È un testo che si intitola People, Places and Things, è la prima volta che viene rappresentato in Italia, abbiamo preso noi i diritti anni fa. È un testo magnifico e la storia è molto semplice: un’attrice evidentemente alterata, un’alcolista, una tossicodipendente, si chiude in un centro di riabilitazione cercando di chiedere aiuto, ma in realtà vuole solo il pezzo di carta che certifichi che può tornare a lavorare. Da lì però scopre le sue debolezze, i suoi demoni, i suoi fantasmi, cerca di capire chi è. E questa è la cosa più difficile di questo spettacolo, entrare in questo tessuto di dipendenze che è in ciascuno di noi. Tutti dipendiamo da qualcosa. Il punto forte di questo testo è proprio il capire chi sei, o chi puoi essere, e quanto è difficile accettare la persona che sei o che puoi essere. Il titolo – “persone, posti, cose” – è un po’ la mappa di quello che ci circonda, il percorso di vita che ognuno di noi fa. E non sempre i posti, le persone, le cose che incontriamo lungo la nostra strada sono positive. Finora abbiamo fatto solo tre repliche, ma ogni sera mi sta facendo scoprire mondi.

Foto: Fabrizio Martinelli. Total look: The Frankie Shop. Scarpe: Isabel Marant. Gioielli: Crivelli

Cosa stai scoprendo attraverso quest’altro transfert – un’attrice che interpreta un’attrice – su un testo così sensibile?
Sto scoprendo un sacco di miei limiti, e la paura di buttarmi su determinate cose, di non volerle affrontare. Sto scoprendo le cose da cui dipendo e che devo provare ad allontanare. E poi altre che magari non ti dovrei raccontare perché sono molto personali, ma anche abbastanza, come posso dire, inspiegabili. Cose che mi fanno molto innervosire, e non so nemmeno dirti perché.

Forse a volte è bello lasciare anche un margine di inspiegabile, nella vita.
Lo credo profondamente. Più vado avanti con gli anni, più questa cosa la penso sempre di più. Viviamo in un momento storico così complicato e la vita è veramente uno sputo, e io ho deciso che devo viverla come voglio, senza stare a giudicare, e soprattutto senza lamentarmi. Non mi posso lamentare, sono una privilegiata, faccio il lavoro che ho scelto e lo faccio come mi piace farlo, ho creato una famiglia, sto bene di salute, facendo tutti gli scongiuri. Non amo le persone che si lamentano, che vedono sempre tutto negativo, bisogna portare positività nelle cose che uno fa.

E magari anche dei modelli un po’ diversi, come dicevamo prima, anche grazie al proprio percorso di vita. Spesso ci viene consegnato come unico modello possibile la via del successo immediato, invece si può arrivare alla meta in mille modi possibili.
Soprattutto a noi donne è stato sempre chiesto di rappresentare sempre e solo determinati modelli, quando invece non è così. E secondo me noi attrici siamo responsabili del provare a portare qualcosa di diverso: se noi per prime proponiamo sempre la stessa cosa, poi non ci possiamo lamentare se ci chiamano sempre per gli stessi ruoli. Proviamo a proporre cose diverse, facciamo vedere che un essere umano è fatto di tante cose, di tanti lati diversi, tante emozioni diverse. Sicuramente vengono raccontati più personaggi maschili, ma forse anche perché c’è stato dato poco modo di raccontare tutta un’altra parte della femminilità, tutte le altre facce, senza etichettare i personaggi femminili sempre in un certo modo. Parlavamo di Sentimental Value: ecco, ci sono Paesi europei che quest’altro modo di raccontare ce l’hanno, penso al Nord Europa che non si fa tutti questi problemi. Siamo noi i primi a dover fare un cambio, dobbiamo dire: “Ok, basta: io voglio proporre qualcos’altro”. Mi fa piacere quando mi dicono “Sei un’attrice camaleontica”: ma è il mio lavoro esserlo, se no che cavolo l’ho scelto a fare? Ci sono lavori molto più duri di questo, però questo è un mestiere che ti chiede sacrifici, e una costanza, un rigore, un volerlo fare a tutti i costi. Abbiamo l’obbligo di far sorridere, di far riflettere, di far piangere le persone che si prendono del tempo per venire a vederti. È una grande responsabilità farle tornare a casa felici.

Qual è la cosa che ti ha sorpreso di più di questo mestiere?
Quando alla fine di una recita ricevo gli applausi, ogni volta mi commuovo. Forse il cinema non ci riesce, perché non sei in sala tutte le volte che viene proiettato il tuo film, non lo puoi vivere. A teatro puoi vedere le persone che stanno lì e che ti guardano negli occhi mentre ti ringraziano per aver passato due ore con loro. Questa è la cosa che mi gratifica di più, che mi appaga, che mi commuove. Mi commuoveva da bambina quando vedevo farlo in scena da mio padre. Anche lui si commuoveva, era il suo modo, e il mio modo, per dire: “Grazie”.

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