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And just like that… Sebastiano Pigazzi si prende Hollywood

L’attore, nipote di Bud Spencer e lanciato da Luca Guadagnino nella serie ‘We Are Who We Are’, è la new entry del sequel di ‘Sex and the City’. E fa impazzire Sarah Jessica Parker & Co. Non solo grazie al suo ‘big basket’…

Foto: Sarah Krick

Be’, per notarlo, lo abbiamo notato per forza. Anzi, per un attimo quasi non ci interessava più del ritorno di fiamma tra Carrie e Aidan, né dell’appuntamento saffico di Miranda. Nel giro di un paio di inquadrature, Sebastiano Pigazzi si è infatti preso tutta la scena di And Just Like That… 2, riportando parecchio sex nella City. L’attore italoamericano, lanciato da Luca Guadagnino nella serie We Are Who We Are e noto anche per essere il nipote di Bud Spencer (poi ci arriviamo), si è calato nei panni, parecchio attillati, di Giuseppe: un ragazzo gay dall’animo candido, che scrive poesie e ha grandi ideali, ma che è anche dotato di un (citiamo testualmente) “big basket”. Parecchio dotato… Il nostro farà breccia nel cuore di Anthony (il personaggio di Mario Cantone) e, con queste premesse, si attendono faville da qui a fine stagione, in onda su Sky e in streaming su NOW.

E così scopriamo un tuo talento nascosto…
(ride) Non potevamo che partire da lì…

Cos’hai pensato quando, leggendo la sceneggiatura, hai scoperto che Giuseppe aveva, per dirla come nella serie, un “big basket”?
Mah, ho solo pensato a come sarebbero state le scene di nudo… ed effettivamente la parte sul set è stata un tantino complessa: gestire il mio “big basket” si è rivelato più complicato del previsto. Sembrava quasi che avesse volontà propria…

In che senso, scusa?
Diciamo che non era facile farlo stare fermo.

Immagino che a riguardo gli aneddoti si sprechino.
Te ne racconto uno. Nella prima puntata, in una pausa durante le riprese, Drew Barrymore si è avvicinata a uno dei produttori e, facendo un cenno verso di me, ha chiesto: “Ma è vero?”. Io l’ho preso come un complimento, anche se mi sembrava abbastanza assurdo pensare che potesse essere reale!

Foto: Sarah Krick

Non oso chiederti del provino…
Ah, be’, no! Nel provino non c’era nulla di tutto questo: è stato un casting standard, come tanti. Ho mandato il selftape e per fortuna mi hanno scelto. Una volta tanto è andata come speravo che andasse.

Lo dici come se avessi ricevuto un sacco di no, eppure, a 27 anni, hai già un buon curriculum.
In realtà ho ricevuto un sacco di porte in faccia: anzi, soprattutto porte in faccia. Per fortuna i sì ricevuti mi hanno ampiamente consolato.

Come hai gestito i momenti di down?
Con tanto whisky. Scherzo! Niente, ho semplicemente stretto i denti e tirato dritto pensando: se non è questa la volta buona, lo sarà la prossima.

Con la seconda stagione di And Just Like That…, sei entrato nell’immaginario di una serie cult: com’è stato girare con Sarah Jessica Parker?
È una persona estremamente gentile. Dopo la lettura del copione, prima che iniziassimo a girare, mi ha mandato un messaggio di benvenuto e l’ho trovato un gesto delizioso. Poi ci siamo messi a parlare, perché suo figlio studia latino ed era in procinto di trasferirsi in Italia. Mi ha chiesto un po’ di Roma, qualche suggerimento su dove andare a mangiare…

La serie ironizza molto sul tuo poeta assai dotato. La stessa cosa, applicata a un personaggio femminile, oggi sarebbe però impensabile. È un successo in termini di parità di genere oppure è un paradosso del politicamente corretto?
Oggi il genere maschile ha imparato a prendersi meno sul serio, e a scherzare su se stesso; mentre le donne, al contrario, no, o comunque lo fanno molto meno. Quindi, sì, forse il risultato è che con il politicamente corretto in realtà siamo finiti a dire sempre di meno.

Giuseppe è gay. Cosa replichi a chi sostiene che i ruoli omosessuali non dovrebbero essere interpretati da attori etero?
È una domanda che mi pongono spesso, e onestamente fatico ogni volta a coglierla. Non capisco il senso , perché il mestiere dell’attore è diventare sempre altro da sé. Applicare un ragionamento del genere va contro il concetto intrinseco di recitazione. Quello che conta è la performance, punto. Io sono per guardare solo al merito. Diverso è invece battersi per dare un’opportunità a tutti, e su questo non ci piove.

Sebastiano Pigazzi è Giuseppe nella seconda stagione di ‘And Just Like That…’. Foto: HBO/Sky

Queste sono settimane molto calde, negli Stati Uniti, per gli attori: la tua categoria si è unita allo sciopero degli sceneggiatori. Anche tu ti sei schierato?
Anch’io aderisco allo sciopero, anche se è una scelta coraggiosa e difficile. Vuol dire accettare l’idea di restare fermo senza lavorare, anche per diversi mesi, e soprattutto alla mia età la voglia di fare è tanta. Tuttavia non vedo alternative. È un momento storico cruciale: se il problema dell’Intelligenza Artificiale non viene risolto subito, saranno guai. E non solo per noi attori.

Paventi uno scenario alla SkyNet, in stile Terminator?
Se ci avviciniamo a Terminator, spero di essermene già andato prima, perché un mondo del genere non voglio nemmeno immaginarlo. Quello che mi preoccupa è che si possa anche solo pensare di mettere nelle mani dei robot un lavoro artistico. Preferisco interpretare copioni imperfetti ma umani, piuttosto che avere una IA che mi scrive le battute.

Veniamo a te. Hai radici italiane, ma sei nato e cresciuto in America. Ti piace vivere lì, oppure è una scelta dettata anche dalle opportunità professionali?
Se dipendesse solo da me, farei otto mesi qui e quattro in Italia. L’America però è dove sono cresciuto, mi piace stare qui: mi riconosco nella mentalità americana, e poi c’è più aria di cambiamento e di rivoluzione. Altre cose magari sono più difficili.

Il cibo, per esempio?
Mah, forse è troppo speziato, ma qui in America c’è più varietà. Posso mangiare il thailandese, il messicano, il senegalese… dimmi te dove puoi mangiare in Italia un piatto vietnamita buono?

Ma vuoi mettere un’ottima carbonara?
Buona, eh, per carità, ma mica puoi mangiarla tutti i giorni! Alla sesta carbonara della settimana, anche basta: andiamo da un orientale.

Foto: Sarah Krick

Qui in Italia, quando si parla di te, vieni subito definito “il nipote di Bud Spencer”, anche se in realtà tu ti stai affermando da solo. Quanto ti va stretta quest’etichetta? Ti fa un po’ arrabbiare?
Arrabbiare no, p un onore essere suo nipote. Semplicemente dopo un po’ diventa fastidioso, perché a un certo punto non ho più niente di nuovo da dire sull’argomento. Era mio nonno, ok. E poi cosa posso altro aggiungere? Non lo so. Finisce che mi annoio a parlarne, e di riflesso temo di annoiare anche chi mi ascolta. E poi io e Bud non c’entriamo nulla l’uno con l’altro, quindi è un paragone che finisce subito.

Nel senso che fate due tipi di cinema diversi?
Sì, ma soprattutto lui era una superstar, io invece sono un umile contadino.

Invece in America avere origini italiane aiuta o anche questo rischia di diventare un’etichetta?
Oltreoceano c’è la tendenza a etichettare tutti: è un modo per velocizzare la comprensione del prossimo. Forse anche questo è un effetto del politicamente corretto. Per carità, io sono italiano e ne vado orgoglioso, ma spero di essere anche altre mille cose. È un po’ come la questione di essere nipote di Bud Spencer: mi auguro che non sia quella la cosa più interessante da dire sul mio conto.

Per questo parli in modo così stentato l’inglese in And Just Like That…: fa parte dello stereotipo italiano?
Ovviamente non parlo così l’inglese: sono nato e cresciuto in America, sarebbe preoccupante se fossi a quel livello. Ho dovuto calcare la mano sull’accento italiano.

Per gli americani saremo sempre il popolo pizza e mandolino?
Meno mandolino, ma sempre tanta pasta. Ora, grazie a Instagram, si è aggiunta qualche spiaggia… ma niente di che.

Come avrai saputo, è in lavorazione la serie tv Piedone, con Salvatore Esposito nei panni dell’allievo del Commissario Rizzo. Lo vedi bene come erede di Bud Spencer?
Non lo conosco personalmente, ma non vedo quale altro attore italiano, se non lui, potrebbe ricoprire quel ruolo.

Ti hanno chiesto di partecipare al progetto?
No, ma comunque non lo avrei fatto. Come non rifarei mai i film di mio nonno: cosa, falsa, che è stata invece scritta. Se accettassi progetti del genere, cercherei esattamente quello che non voglio, ossia essere paragonato a lui.

Foto: Sarah Krick

Il punto di svolta della tua carriera è stata la serie di Guadagnino?
Sicuramente We Are Who We Are è stato il lavoro post Covid più importante. Guadagnino mi ha insegnato moltissimo, soprattutto a livello umano: mi ha dato fiducia. Grazie a lui ho imparato a credere nelle mie capacità, e anche a tentare strade nuove.

Negli USA gli italiani fanno squadra tra di loro? C’è solidarietà tra registi e attori?
Per ora siamo ancora troppo pochi per fare squadra, e comunque il rischio sarebbe quello di essere etichettati come attori italiani: per tutto quello che ci siamo detti, non so se converrebbe.

A proposito di cliché, l’anno prossimo ti vedremo nel tuo primo ruolo da protagonista assoluto, nei panni del braccio destro di Al Capone nel film Jack & Lou: A Gangster Love Story. Prima o poi il ruolo del mafioso ti tocca in sorte, se sei italiano e vivi oltreoceano?
Mi sa di sì! (ride) Però questa storia è molto bella, perché racconta l’ascesa e la caduta di quest’uomo che poi morirà di stenti negli anni Venti. Vedrete…

Questa intervista è stata rilasciata prima dell’annuncio dello sciopero SAG-AFTRA

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Foto: Sarah Krick @sarahkrickphotography
Stylist: Oretta Corbelli @orettac
Assistant Stylist: Allegra Gargiulo @jesuisallegra_
Groomer: Virginie Pineda using R&Co @virginie.pineda; Agency @thevisionariesagency
Look: Giorgio Armani

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