Alla corte di Michela Giraud | Rolling Stone Italia
Interviste

Alla corte di Michela Giraud

E cioè della queen della stand-up comedy italiana. Dopo l’exploit della prima edizione di 'LOL - Chi ride è fuori', ora arriva su Netflix il suo speciale: 'La verità, lo giuro!'. Nel bar più instagrammabile di Milano abbiamo parlato di cosa significa essere una donna in quella nicchia, ma anche della genesi di 'Mignottone pazzo', di Will Smith vs Chris Rock, delle opinioni 'acchiappone'. E del perché si è voluta vestire da Re Sole. Spoiler: c'entra la megalomania. O almeno così dice lei

Foto: Federico Ciamei. RS Fashion Editor: Francesca Piovano. Thanks to Antica Barbieria Colla

Il giorno in cui scattiamo la copertina arrivo un po’ in ritardo. Entro in redazione e trovo Michela Giraud che gira per i corridoi con già in testa una parrucca di capelli bianchi e boccoluti (credo su Google si trovi alla voce “Parrucca Giudice Lusso”: l’editoria sarà in crisi, sì, ma non per le cazzate). La guardo e penso che sarebbe un sogno se i giudici di Forum fossero vestiti così: «Non era proprio l’effetto che volevo, ma ok», mi dice lei. Da qualche giorno, la frase ricorrente è sempre la stessa: «Michela vorrebbe tanto che la scattassimo un po’ Maria Antonietta, un po’ Re Sole, capito come?». La mia mente va a Sensualità a corte, capolavoro di Marcello Cesena, sicuramente più alla mia portata rispetto a Mémoires pour l’instruction du Dauphin.

L’abbiamo accontentata, e le abbiamo anche chiesto il perché di tanta insistenza. Ce lo dice durante l’intervista, seduti al tavolo di uno dei bar più instagrammabili della città, di quelli che se ci vai e non ti geolocalizzi da qualche parte un influencer muore, o se non muore comunque ci va vicino. Siamo circondati da clienti decisamente alla moda, che parlano inglese. I camerieri fanno avanti indietro carichi di avocado toast. Non sarà Versailles, ma ci sembra comunque un buon compromesso per parlare con la Giraud di La verità, lo giuro!, il suo nuovo speciale Netflix. Un’ora di stand up che dal 6 aprile sarà visibile in tutto il mondo, di fianco a quelli di Ricky Gervais, Dave Chappelle, Amy Schumer. Solo un anno fa tutti cantavano il suo Mignottone pazzo. E ora? Iniziamo col prendere un avocado toast pure noi.

Michela Giraud sulla digital cover di Rolling Stone Italia

Michela Giraud sulla digital cover di Rolling Stone Italia

Perché ‘sta cosa di Maria Antonietta?
Del Re Sole, ci tengo a precisare. È che sono una megalomane, e il tasso di megalomania più alto ce l’ha lui.

Fosse nato in ‘sti tempi, sarebbe in buona compagnia.
È che nello speciale parlo tutto il tempo delle mie cose, non mi venivano altri paragoni sensati. Mi piace tantissimo la narrativa del regnante: il Re Sole è riuscito a creare un culto di se stesso, anche se parte tutto da Ottaviano Augusto. Ma quante ne so?

Tiro subito fuori carta e penna. Continua.
Niente, mi piaceva l’idea della grandeur française, dello sfarzo eccessivo.

Se hai il tuo speciale su Netflix te lo concedi anche.
Massì, poi quando fai queste cose devi dire prima degli altri quello che direbbero di te. “Madonna, ma questa è megalomane!”. No, io non sono megalomane: io sono Re Sole. Porto all’estremo prima che lo faccia qualcun altro.

Qualcuno lo dirà sicuro. D’altronde sei la prima donna italiana che lo fa.
Era un mio obiettivo, sì. Anche se poi essere una dei maggiori esponenti di rilievo della stand up in Italia è un po’ come essere il campione mondiale di bocce.

Cioè?
È sicuramente un bel traguardo, ma avrai sempre davanti a te il calcio, il basket, il curling, la pallavolo. Nella mia realtà è un traguardo importante, ma il Paese reale è ben diverso. La stand up comedy rimane una nicchia. Nicchia che comunque si sta allargando.

Infatti quest’estate al tuo show a Milano c’era un sacco di gente.
Sì, che bella data quella! Poi sento che le persone che vengono a vedermi a Milano è un po’ come se avessero bisogno di venirci. Non so come dirti, è una città complicata, dove spesso l’attenzione al contenitore è più forte rispetto a quella del contenuto. Sento che ci sono persone che hanno bisogno di liberarsi, è bellissimo.

E fuori Milano com’è? Com’è fare la stand up comedy, da donna, in Italia?
Bene e male, ci sono vari piani che si intersecano. In generale, se sei una donna la gente si sente un po’ in diritto di parlare un po’ di più, di dirti sempre cosa pensa. Ma è una cosa che capita in tutti gli ambiti, anche quando il tassista che viene a prenderti non ti dice buongiorno, ma “ciao”. Gli devi sempre far capire che non sei un’amica sua. Non parlo di me, ma di tutte le donne. Quelle che fanno i medici, le avvocatesse, tutte. Ti faccio un esempio: chiamo un montatore per chiedergli di montare un video. E questo mi dice: ma io non la penso così, non lo farei così. Ma io t’ho chiamato per fare un lavoro che ho in mente, non per farmi dire come si fa. No?

Si prendono delle libertà?
In passato pensavo di no, ma poi ho iniziato a notare che, se sei donna, o si prendono più confidenza del dovuto o iniziano a darti punti di vista non richiesti. Io li apprezzo anche, ma ti ho chiamato per un’altra cosa. Sia chiaro che non è una lotta contro il maschio la mia, eh. Non sopporto la retorica dell’antimaschio.

Cioè?
Vedo che ci sono persone con poco contenuto che cavalcano una retorica tagliata con l’accetta contro i maschi. I maschi semplicemente sono dei ragazzi cresciuti in uno schema patriarcale, e che si ritrovano di botto a fare i conti con una nuova realtà. A queste persone va dato il merito di dire “cerchiamo di capire come trovarci in questo mondo nuovo”. Non voglio fare quella che ce l’ha con i maschi, non mi piace cavalcare questa cosa. È semplice, è acchiappona, e io le cose acchiappone non le sopporto.

Definisci “acchiappone”.
È sempre più facile andare agli estremi, in tutto. Per esempio, passare come maschilista o come una che odia gli uomini. Io voglio passare come una persona che ha dei punti di vista e che li analizza volta per volta, contestualizzando. Poi i maschi possono dire che è un momento difficile per loro, sì, però se è così è perché per le ragazze è ancora complicato. Il problema c’è, ma non cavalchiamo l’onda.

E di onda ce n’è una al giorno.
È che ci sono molti più palchi. Prima i canali di popolarità erano pochi, pochi avevano occasione o si prendevano il rischio e la responsabilità di parlare. Ora i palchi sono tanti, che poi sono palchetti: parlo di Instagram, di TikTok. Ognuno pensa che il suo parere sia degno di nota, ma i pareri non sono tutti degni di nota. Bisogna cercare di resistere, di rinunciare alla faciloneria, di saltare i trend e cercare di dare una lettura, rischiando un po’. Non posso dirti che gli uomini fanno tutti schifo, sarei una cretina. Con le persone ci devi parlare. E sai di cosa nessuno parla? Del vuoto che poi hai quando sei faccia a faccia. Come dicevo prima: c’è troppo contenitore.

Anche le opinioni sono infilate nei contenitori delle slide su Instagram. Meglio se tinta pastello.
È molto faticoso avere un proprio pensiero. Ma è anche faticoso tacere.

Foto: Federico Ciamei. RS Fashion Editor: Francesca Piovano

A proposito di onde: Will Smith vs Chris Rock.
Era una brutta battuta, sì. Però non puoi alzarti e dargli una pizza. Smith doveva salire sul palco a ritirare il premio e dirgli: «Oh, lo sai che non fai ridere?» Fine. Capisco si possa ledere una sensibilità, ma non puoi mettergli le mani addosso. Se fai quella cosa allora lanci il messaggio che una persona può fare male a chi sta sul palco. Quando è fatto bene il riso eleva, quando è fatto male devi passare oltre.

(Entra un tizio totalmente vestito rosa fluo. Lo guardiamo invidiandone il look.)

E invece la storia del comico di Zelig e della battuta su Carol Maltesi?
Allacciandomi a quello che ho detto prima, di questa battuta non vorrei parlare. Stiamo dando risonanza a una persona che non ne merita. Quel tipo di comicità esiste, inutile negarlo: è nelle nostre chat di WhatsApp, è su Telegram, è nei gruppi di Incel dove ti ricoprono di insulti. Censurare non la farà terminare.

Alla corte di Michela Giraud: guarda il backstage della digital cover di Rolling Stone

Che bisogna fare, quindi?
Non dargli nessun tipo di importanza. Non si può dare peso a persone che evidentemente non lo fanno di lavoro, perché, se lo facessero di lavoro, se con quello che dicono ci pagassero le bollette, be’, dovrebbero fare un minimo in più di fatica. E poi siamo qui a parlare di questo mentre di quella povera ragazza che è morta ne parla nessuno. Oppure si parla solo del fatto che faceva la pornostar, che è un lavoro libero, onorevole, senza ipocrisia. Non voglio parlare di questo caso specifico: in generale, più se ne parla e più si fa il loro gioco. Queste situazioni ci saranno sempre. Rimangono battute, è inutile censurare, condannare, perché così gli si dà spazio. E si amplifica.

In generale, si può ridere di tutto?
Ti risponde una che sta scrivendo un pezzo sulla guerra. Probabilmente turberà la sensibilità di qualcuno, ma il mio lavoro è quello di analizzare la quotidianità e le idiosincrasie nella loro complessità. Il mondo è matto. Nel mondo ci sono gli influencer che vanno alla settimana della moda e sembra che stiano trattenendo un peto per lo sforzo di non poter parlare durante la guerra, e poi comunque lo fanno.

Ce l’hai ancora il peso dell’educazione cattolica di cui parli nello show? Il famoso ‘timore di Dio’.
Trovo gli studi teologici e dell’anima argomenti di grande dignità, che però non c’entrano con l’interpretazione cattolica, che invece ci induce ad autocastrarci. Per me è stato difficile: la mia famiglia, non rendendosene conto, è cresciuta così. Quando ho iniziato a fare stand up, per me era un fatto di ribellione. Come quando i bambini dicono “cacca” o “pipì”. Esploravo. La cosa strana è che, quando lo facevo, sono stata ripresa e i miei monologhi sono diventati virali. Altrimenti non credo l’avrei mai fatto. Sono diventata nota per una sorta di caso. Facevo quei monologhi perché era una cosa che dovevo sfogare. Ed è molto difficile mettersi in gioco, sì.

La cosa più difficile del tuo lavoro?
Mi preoccupa l’estrapolazione dal contesto, ma son venuta a patti con il fatto che faccio una cosa che mi piace, e questo per me è il secolo del coraggio più che quello della bravura. La bravura è stata una prerogativa degli artisti del secolo scorso. Tutto è stato già fatto, non possiamo fare qualcosa di più innovativo del Miles Gloriosus. È il momento di buttarsi, di mettersi in gioco, di dire: “Io scherzo su questa cosa, ti dico che la penso così, magari tu la pensi come me e stai meglio”. Sento un grande dolore ultimamente, un grande malessere. Ci siamo resi conto che tutto quel benessere promesso negli anni ’90 non è alla portata di tutti. Abbiamo capito quanto siamo soli e quanto ognuno debba cercare di pensare a se stesso. Per questo è trionfata la stand up.

Parlando di trionfo: nello special dici che, quando sei famoso, cambiano quelli intorno a te ma tu rimani la solita merda. Con l’aggravante che lo sanno tutti. Non c’è mai un momento in cui dici: “Magari qualcosa la so fare, mi gaso un po’…”
L’unica cosa che è cambiata è che la gente mi chiede di fare le stories dei prodotti per la pelle. Che ogni tanto è anche una cosa bella, perché vuol dire che me li danno da provare. Però l’altro giorno stavo al ristorante, mi fanno due euro di sconto e mi dicono: “Ao’, famme ‘na story“. Io da vigliacca gliel’ho fatta e poi sono andata a casa e l’ho cancellata. Cioè io ho pagato, pure tanto.

Almeno t’avesse regalato la cena.
Le persone vogliono toglierti un pezzo di anima. Lo fanno con me che non sono nessuno, figurati con Chiara Ferragni o Francesco Totti. La cosa bella però è che ci sono persone che invece si rinfrancano con me, e me lo dicono. Si sentono più alleggerite. Comunque no, non mi sono mai gasata. Che è un limite, ma anche una forza.

E quando eri piccola, a chi volevi somigliare? La risposta ci dirà molto.
A Sabrina Salerno.

Be’, un certo talento canoro ce l’hai anche tu.
Sì. E poi a tutte le ragazze del Bagaglino. Quello c’era.

Mi sento di aggiungere che balli, oltre a cantare.
Guarda che stacco de coscia.

Vedo. Ti immagino al Salone Margherita mentre canti Mignottone pazzo insieme a Pippo Franco. Che reazione hanno avuto i tuoi quando l’hanno sentita?
I miei genitori sono dei grandi omertosi. Di questa cosa non si parla. Non è mai esistita. Solo mia mamma ogni tanto mi manda dei messaggi sgrammaticati con scritto “cosone pazzo”.

Cosone?
Lei non dice Mignottone pazzo. Dice cosone. Te l’ho detto che sono omertosi.

Proprio come te.
Esatto. Comunque, se ci pensi, sono diventata famosa per una cosa in cui non avevo controllo. Prima facevo tutto molto pensato, ponderato.

Foto: Federico Ciamei. RS Fashion Editor: Francesca Piovano. Thanks to Pasticceria Giovanni Galli 1911

In che senso non ne avevi controllo?
Durante le registrazioni di LOL non avevo controllo, perché il format è così. Stai dentro dodici ore e come va, va. Sono diventata famosa per un momento in cui ero un po’ stressata e che forse non mi qualificava completamente. Detto ciò, ringrazio quel programma perché mi ha cambiato la vita. Il Mignottone pazzo ha avuto un grande ruolo, sì. Ed è il manifesto di come una persona possa rialzarsi da una situazione e farci i soldi. Io non ce l’ho con la persona che mi ha tradita, magari non aveva più voglia di stare con me. Non ti dico come l’ho scoperto.

Invece dimmelo.
Mandava i fiori a un’altra durante il lockdown.

Romantico!
Con lei, sì. Tra l’altro stanno ancora insieme e gli auguro tanta felicità. In fondo mi ha fatto un favore, mi ha messo le corna e mi ha creato un dolore misto a solitudine che mi ha dato la forza di prendermi in giro, di canzonare la ferita. L’ho girata a mio favore. Devo ancora ringraziare la mia agente.

Perché?
È stata lei a dirmi di farla a LOL. Io dicevo: “Porto il pezzo sulla psicofregna, Guccini…”. E lei: “No! Fai il Mignottone pazzo!”.

E ti ha cambiato la vita.
Sì. Spero nessuno si offenda, ma per me è un po’ come Musica leggerissima.

In che senso?
Nel senso che è una finta canzone leggera. Mignottone pazzo è una canzone tragica, parla di come una persona arriva ad umiliarsi per amore. È una cosa che capita a tutti e sono orgogliosa di averla fatta, un po’ come tutte le cose che ho fatto. Anche perché, se fai, capita anche che sbagli. E magari impari qualcosa.

Tipo a riderci.
Certo.

Sei riuscita a farlo anche toccando a tuo modo un tema delicato, la condizione di tua sorella. Che, come racconti, è affetta da autismo.
L’ho fatto perché non ne parla nessuno. Non credo ci siano molti racconti simili, e per questo voglio ringraziare Marco Vicari e Chiara Galeazzi (i co-autori dello special, nda), che mi sono stati sempre vicino. E poi la prima persona che mi ha portato a fare questo monologo, che è Stefano Vigilante, maestro di teatro comico che ne ha capito subito il potenziale. È un pezzo che ha una storia complessa, ho iniziato a lavorarci tempo fa, poi l’ho lasciato lì, non avevo la forza di portarlo avanti. L’avevo portato anche a Sorci verdi, ma J-Ax decise, giustamente, di non mandarlo in onda perché non era pronto, non so come dirti. Paradossalmente mi fece un favore e lo ringrazio.

Non era pronto il monologo o non lo eri tu?
Io. La resa non rendeva giustizia al pezzo. Devi essere forte per fare una roba così, era sei anni fa e quella forza non l’avevo. Mi disse: “Preferisco mandare in onda un altro tuo monologo”. Fece bene.

Sei pronta a tornare in tour? Inizi il 28 aprile.
Sì, e lo spettacolo che porterò in giro sarà nuovo, ma con qualche pezzo anche di questo.

Spero ci sia la maestra che mandi a, cito: fare in culo.
Sì, lei c’è.

Mignottone te la chiedono sempre?
Certo. Ma alla fine non la faccio mai.

Possiamo dire che è la tua Imagine.
È il mio cosone pazzo.

Foto: Federico Ciamei. RS Fashion Editor: Francesca Piovano. Thanks to Pasticceria Giovanni Galli 1911

Come ti vedi tra dieci anni?
Vorrei aver fatto un figlio, un bel film e aver fatto tanti soldi per fare la signora che viene intervistata in salotto con gli occhiali da sole e rispondere solo: “Non so che dire, sinceramente su questa cosa non dico più niente”.

Be’, dieci anni prima – cioè ora – Sandra Milo ti scriveva su Instagram “Sei una sventola”. Quindi può succedere di tutto.
È incredibile. Ah, sai cosa vorrei fare tantissimo?

Cosa?
Tra dieci anni spero di aver fatto il mio cameo in Un posto al sole.

Non t’hanno ancora chiamato?
È uno scandalo. Io volevo solo dire: “Silvia, vorrei un tramezzino”. Fine. Rai, fatemelo fare.

Chiudo con la domanda che Paola Perego fece ad Andreotti tanti anni fa: che futuro si aspetta per i nostri bambini?
Ma con ’sto riscaldamento globale… quali bambini?

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Le date del tour di Michela Giraud:

Giovedì 28 aprile 2022 – Venaria Reale (TO) – Teatro della Concordia
Venerdì 13 maggio 2022 – Taranto – Teatro Orfeo
Martedì 17 maggio 2022 – Roma – Teatro Brancaccio
Lunedì 23 maggio 2022 – Milano – Teatro Nazionale
Lunedì 30 maggio 2022 – Varese – Teatro di Varese

Sabato 18 giugno 2022 – Prato – Anfiteatro Santa Lucia
Domenica 10 luglio 2022 – Alghero (SS) – Lo Quarter
Sabato 23 luglio 2022 – San Mauro Pascoli (FC) – Villa Torlonia
Sabato 30 luglio 2022 – Camaiore (LU) – Festival Giorgio Gaber
Domenica 31 luglio 2022 – Terni – Anfiteatro Romano
Giovedì 4 agosto 2022 – Carini (PA) – Anfiteatro Villa Belvedere
Sabato 6 agosto 2022 – Sestri Levante (GE) – Arena Conchiglia
Domenica 7 agosto 2022 – Verbania – Arena del Maggiore
Sabato 10 settembre 2022 – Servigliano (FM) – Piazza Roma

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Credits

Fotografo: Federico Ciamei
RS Producer: Maria Rosaria Cautilli
RS Fashion Editor: Francesca Pioavni @francescaopiovano
RS Art Director: Andra Pavan per Leftloft
RS Social Media Manager: Filippo Ferrari
Make-Up Artist: Anna Maria Negri per Julian Watson Agency
Hair Stylist: Antonio Navoni
Backstage Video Operator: Federico Terradico per NEO VideoProduction
Driver: Giuseppe Marini

Shooting locations:
– Antica Barbieria Colla
Special Guest Star Antica Barbieria Colla: Maurizio Prota & Giordano Ghinelli
Special Thanks: Francesca Bompieri
– L’Annunciata Macelleria Milano
Special Thanks: Mauro Brun & Antonella Di Nicolò
– Pasticceria Giovanni Galli 1911
Special Thanks: Federico Galli

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