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Alessandro Sperduti, vita nuova

Cosa cambia per un attore (già lanciatissimo) che si trova a interpretare il Sommo Alighieri nel ‘Dante’ di Pupi Avati? Una chiacchierata-confessione tra ansie, passioni, bisogno di essere sé stessi (al di là degli slogan da social). E la voglia di riveder le stelle. O anche solo contarle

Foto: Fabio Lovino

Dante sapeva il vero nome di tutte le stelle e, senza far caso alla coincidenza, Alessandro Sperduti le stelle me le cita parlando di un pezzo del 2014 di Matt Simons, Catch & Release, il suo preferito: “C’è un posto in cui vado, dove nessuno mi conosce / Le notti sono rimasto sveglio, contando le stelle e lottando contro il sonno”. «Io purtroppo sono nella categoria dei riflessivi, dei cauti. Però è come se ogni tanto qualcuno volesse tirarmi verso il polo opposto e dirmi: “Dài, guarda che invece la parte bella della vita è altro. Il rischio, il fare casino, e magari sbagliare pure”».

Pupi Avati di casino ne ha fatto parecchio, e giustamente lo rivendica: ci ha messo vent’anni per convincere qualcuno a produrre un film su Dante che non s’era osato fare mai. Ci è riuscito e alla fine si è anche commosso, davanti al Presidente Mattarella, perché questo è il film della sua vita e lo sappiamo tutti. Sperduti invece ha sempre sognato il biopic, eppure quando Pupi gli ha proposto il ruolo è riuscito solo a rispondere: «Ma sei sicuro?». Prima lo aveva voluto nel cast della miniserie Un matrimonio (2014), poi nel film tv Le nozze di Laura (2015), ma affidandogli la creatura mistica che ha inseguito per tutta la carriera, l’impressione di una consacrazione plateale è piuttosto forte. Chiaramente, nessuno dei due lo confermerà. Il risultato della performance però parla da sé: Sperduti è un Alighieri così terreno da turbarci, tanto fulgido e verosimile che a volte viene da confondere l’omaggio col documentario.

«È sempre difficile aggiungere qualcosa a quello che dice Pupi» è la premessa che mi fa Sperduti, e c’ha ragione. Decidiamo di provarci comunque, siamo qui per questo. E a sorpresa esce fuori una delle chiacchierate più lunghe di sempre, che poi, al termine di un fitto taglia e cuci, mi pare ruoti tutta attorno a un sentimento preciso: il sentirsi orfani. In principio c’è Avati che si sente orfano di Dante proprio come il suo Boccaccio interpretato da Sergio Castellitto, e alla fine ci siamo noi, che ci sentiamo orfani senza capire bene di chi, di che cosa. Di coraggio e di grandi gesta, forse, di romanticismo, di una poeticità che storicamente non ci appartiene più e della possibilità di illuderci ancora. Di urlare “mai” e “per sempre”. Quello di cui Pupi parla spesso. Quello per cui ha ancora molto – moltissimo – senso stare ancora qui a discutere di Dante. «Lei era troppo bella e non se lo filava. Ma lui non aveva paura a raccontarci di quando piangeva in un angolo, mentre le donne lo vedevano. Questo è essere se stessi», dice Sperduti. E niente, c’ha ragione di nuovo. Ma ci proviamo lo stesso.

Alessandro Sperduti. Foto: Fabio Lovino

Partiamo dall’ansia da prestazione: è stata più forte verso Pupi il regista o verso Pupi il dantista?
Sicuramente verso il regista l’ho sentita forte, tanto da arrivare a dirgli: “Ma sei sicuro di volere me?”. Poi a un certo punto mi sono ripreso: “Ma come ti viene in mente di chiedere a Pupi Avati se è sicuro? È Pupi Avati, lo sa benissimo quello che fa. L’ha sempre saputo”.

Ti amo troppo, non ti merito.
(Ride) Sì, proprio quella roba lì. Va detto anche che io prima di iniziare un lavoro ho sempre questa sensazione un po’… di morire. E questo a volte rende tutto complicato, anche a livello emotivo.

Hai avuto anche tu l’impressione che Pupi abbia fatto un’operazione divulgativa, oltre che cinematografica?
Direi proprio di sì. E l’ha fatta innanzitutto con me, perché il mio è stato un percorso quasi schizofrenico. Da una parte ero concentrato sul personaggio, ma dall’altra cercavo di scoprire una figura che finora avevo conosciuto solo in modo piatto. Chi era davvero questo pilastro? Perché ha deciso di scrivere certe cose? Qual è la sofferenza che ce l’ha portato? Io ho dei ricordi di Dante legati principalmente all’istruzione, però l’immagine che avevo di lui era distante e quasi austera, mi metteva un po’ di inquietudine.

E infatti, a costo di sembrare blasfema: tra i banchi di scuola gli si dava anche un po’ dello sfigato, a Dante, che era il Sommo ma pure il re dei sottoni. Tutto quel crepacuore, quell’inseguire una donna impossibile mentre noi i sentimenti li castriamo. Da studente ci avresti mai scommesso di ritrovarti ad interpretarlo?
Ma assolutamente no, e neanche fino a poco fa ci avrei pensato. C’è un aneddoto sulla questione: in passato avevo già lavorato con Pupi e c’è sempre stata una bella sintonia tra noi, poi anni fa ricordo di aver letto su qualche giornale che lui stava lavorando a un progetto su Dante di cui non si sapeva ancora nulla. Sai che ci lavora da vent’anni a questa idea, no? Ecco, avevo proprio pensato: “Che bello sarebbe far parte di quell’universo diretto da Pupi”. Molto tempo dopo la mia agente mi ha telefonato per dirmi che lui voleva incontrarmi per parlare di Dante.

E tu eri pronto ad una comparsata in calzamaglia…
(Ride) Guarda che non mi sarei mai aspettato che mi dicesse “Dante lo fai tu”, ti pare?! E invece mi ha detto che credeva avessi le caratteristiche giuste per interpretarlo. Io ho finto tranquillità ma dentro ero pietrificato, stiamo comunque parlando di Pupi Avati. E per lui questa era una cosa talmente grande, profonda… c’era un po’ di sana paura.

La sensazione di morire un po’, dicevamo.
Sì. La prima volta che sono tornato a casa con la sceneggiatura da leggere, ho notato che sopra c’era uno dei più classici ritratti di Dante. Lui mi fissava e io ero molto in soggezione. La preparazione per un personaggio così ti lascia spaesato.

Credo sia frustrante l’idea di approcciare un personaggio che non potrai mai dominare e conoscere fino in fondo.
È effettivamente frustrante, perché ti trovi un oceano davanti e non hai il tempo e le capacità di scandagliare tutto. Anche solo rileggere la Vita Nova o riflettere sui mille significati di una singola parola è scoraggiante, dài. Ogni tanto chiamavo Pupi il dantista in preda all’ansia e gli dicevo: “Io non ce la farò mai a conoscerlo tutto, non è possibile”. Lui, per farti capire chi è, a un certo punto mi ha risposto: “Tranquillo, non sei un dantista e non puoi esserlo all’improvviso. Anch’io non è che conosco tutto”. Sì, ma guarda che non è vero. Lui sa davvero tutto, lo ama e lo studia da una vita. Ecco, per tornare alla domanda iniziale, con quella frase credo sia stato proprio lui ad alleggerirmi dalla responsabilità nei confronti di Pupi il dantista.

Alessandro Sperduti in ‘Dante’ di Pupi Avati. Foto: 01 Distribution

C’è una scena di nudo nel film che è praticamente un’inquadratura anatomica su di te: il poeta che defeca, visto dal basso. È un’immagine forte perché colloca Dante nel pieno della sua epoca, ma da attore l’hai considerato un nudo “necessario”?
Io sono molto riservato, non sono uno che tende a spogliarsi. Ma in questo caso l’ho trovata una scelta bellissima, oltre che utile a comprendere un Dante più verosimile. Non ti nego che è stata tosta, hai visto com’è… con le foglie, la terra, tutto molto realistico. Mi è piaciuto girarla perché era una sfida che mi metteva a disagio. Però quando c’è stato lo stop mi sono reso conto delle condizioni in cui ero, Dio santo. Vedi che succede sul set? Che ti ritrovi a pulirti con le foglie (ride).

Prima di ogni esame all’università, mia nonna mi diceva sempre: “Quando ti siedi lì, ricordati che anche i professori vanno in bagno come te”. Vedere Dante che “va in bagno” è come realizzare quanto fosse terreno eppure superiore a noi.
Sono d’accordo, anche perché nel film si racconta il genio e il poeta, ma anche certi suoi lati oscuri. È una personalità misteriosa, che qui viene mostrata fino in fondo. La cosa bella di questa visione è che include entrambi gli aspetti dell’universo umano, come succede nella Divina Commedia: quello spirituale e altissimo della poesia, dell’amore, della sofferenza eterea; e poi quello gretto, materiale e terreno. Quel nudo tanto crudo era fondamentale per restituire la verità.

A proposito, tu hai picchiato Nanni Moretti. E di brutto.
(Ride) Ho picchiato Nanni Moretti che mi chiedeva di picchiare più forte.

Anche lui ti ha scelto per Tre piani, e non è mica uno che sceglie alla leggera. Fammi indovinare come è andata: “Pronto? Sono Nanni Moretti”…
Esatto! “… niente, allora ti volevo dire che sarai tu”. Non mi ha mai detto perché abbia scelto me, però il percorso è stato quello classico: incontro con la direttrice di casting e poi i provini su parte insieme a Nanni, anche perché la nostra era una vicenda familiare con lui e Margherita Buy.

Quel tuo personaggio crea conflitti estremi. A un certo punto Buy dice: “Non si può costringere una donna a scegliere tra il marito e il figlio”. Si può costringere invece un figlio a scegliere tra due genitori?
Mi sono fatto anch’io questa domanda. Il mio personaggio ha suscitato varie reazioni anche sul set, con Margherita si è riflettuto molto. Chi ha ragione in quel caso? Ti viene facile giudicare il figlio come uno stronzo che tratta i genitori in quel modo, ma poi capisci anche quanto si senta in gabbia lui, che problemi gli hanno causato loro. La madre ha scelto il marito anziché il figlio, ma allo stesso tempo il figlio come si è comportato con la madre? Non se ne esce, è difficile giudicare, e questo è il bello. Così ho provato a non giudicarlo neanche quando lanciava una sedia in faccia al padre.

Alessandro Sperduti è il figlio di Nanni Moretti e Margherita Buy in ‘Tre piani’ di Nanni Moretti. Foto: 01 Distribution

Voglio leggerti una cosa che mi ha detto Pupi Avati durante un’intervista, qualche tempo fa: “Noi da ragazzi eravamo pazzi, assatanati. I ragazzi di adesso, invece, sono più ragionevoli, meno ingenui. Noi eravamo totalmente ingenui, ed è l’ingenuo quello che si innamora passionalmente e definitivamente. Le persone ragionevoli si invaghiscono e basta”. Che dici, siamo d’accordo?
Sì. Anche in questi giorni lo sento dire cose meravigliose e fatico a non commuovermi: “Dobbiamo essere tutti di quell’età lì”, dice. “Io sono rimasto di quell’età, perché è l’età in cui uno dice ‘per sempre’. Sapete a quante ragazze ho detto ‘per sempre’? Perché ti illudi, ci credi, sei ingenuo”. Cazzo se è un insegnamento. Io fatico a parlare della mia generazione, che poi neanche siamo più così giovani. Sono sempre stato molto più riflessivo che passionale, e forse dipende dal carattere ma anche dalla società in cui ci siamo vissuti questa giovinezza. C’è stato un momento in cui le cose hanno iniziato a cambiare, e questo ci ha portato ad essere più cauti. A rischiare un po’ meno. A sognare un po’ meno. A illuderci un po’ meno, quando anche illudersi è importante. Anche Dante si illude, e Pupi ce lo ricorda.

Non che volessi vivere nel Medioevo, però viene una certa tristezza di fronte al film, come se a noi non potesse capitare più niente di così straordinario.
Pure a me viene una tristezza… Per questo poi senti Pupi parlare e ti commuovi, di fronte a quel coraggio di vivere l’amore fino in fondo con tutti i rischi che comporta, con tutta la sofferenza. Oh, non è una cosa da poco. Invece adesso c’è sempre più questa tendenza a proteggersi – e io mi ci metto dentro con tutte le scarpe – a tutelarci senza rischiare granché, un po’ per paura e un po’ per tenere tutto ordinato, prevedibile, nei binari del pratico e dell’immediato.

Delle convenzioni sociali e degli slogan social. I love my job, sii la versione migliore di te stesso, qui non si molla un cazzo.
Ecco, una cosa su cui mi ha fatto riflettere Dante è questa: oggi c’è questo mantra del “devi essere te stesso”, che sarebbe pure un concetto bellissimo, ma ormai è come ripetere una parola all’infinito e a un certo punto non ne capisci più il significato. “Devi essere te stesso”, sì, ma che vuol dire? Te lo dicono sui social, dove è impossibile esserlo. È antitetico, no? Perché per far parte di questo tipo di comunicazione devo omologarmi, sennò non mi caga nessuno.

Continua, esageriamo.
È che questo film, così come lo stesso Dante settecento anni fa, oggi mi sembra rivoluzionario. Lui aveva il coraggio di mostrarsi totalmente, compresi i lati oscuri. Era anche una persona ambiziosa, tante cose le ha fatte per rancore, la Divina Commedia l’ha scritta con l’obiettivo di tornare a Firenze dall’esilio. Oggi invece ci chiedono la sensibilità ma poi la sensibilità mette a disagio. Non lo diciamo, allora, che dobbiamo essere noi stessi, perché non è vero che siamo pronti a vederci. Oh, Dante non c’aveva vergogna nello scrivere che sveniva quando era troppo emozionato… È una cosa dolcissima, bellissima. Ha detto tutto di sé raccontando una reazione che noi consideriamo quasi imbarazzante. Quest’uomo sveniva perché vedeva Beatrice! Capisci? E non aveva paura a raccontarci che era in un angolo a piangere mentre le donne lo vedevano, perché lei era troppo bella ma non se lo filava. Questo è essere se stessi.

Sai, dopo aver visto Dante mi sono dilettata a buttar giù un elenco di artisti che nella nostra epoca fanno ancora operazioni simili. Non ho potuto non pensare a questa: “In due si può lottare come dei giganti contro ogni dolore, e su di me puoi contare per una rivoluzione”. Ti dice qualcosa? Eri pure lì…
Ricordo che c’era un bel po’ di sofferenza sul set del videoclip di En e Xanax, stavamo raccontando uno di quegli amori che stravolgono tutto. Io invece ho un amore particolare per le colonne sonore orchestrali, mi piace anche provare a comporre, innamorarmi dei singoli strumenti. Ascolto sempre prima la musica dei testi, e nella musica di En e Xanax Samuele (Bersani, ndr) ci aveva messo già tutto. Più passano gli anni e più quel pezzo rimane, in tanti aspirano ancora ad un amore così autentico. Per la nostra generazione è stato un simbolo: “Che bello, allora esiste pure questa roba così viscerale”. Vedi che potenza c’ha lui?

Hai incontrato Mattarella alla cerimonia di presentazione del film, e a Graffignano hanno realizzato un murale con la tua faccia in versione Alighieri. Hai parlato del privilegio d’aver visto Pupi Avati commuoversi, ma in tutto questo casino tu quand’è che ti sei commosso di più?
Escludendo tutta la commozione legata al personaggio, e il fatto che sul set ero sempre rintanato in una dimensione sofferente e di grande emotività? Ti direi proprio quando ho visto il murale realizzato da questa artista fenomenale, Violetta Carpino. Lei ha beccato tutta l’esperienza umana legata al film. Ci ho rivisto un po’ tutto dentro, Pupi che pensa al suo Dante da vent’anni… Faccio quasi fatica a parlarne, è stato come chiudere un capitolo.

Questo nostro capitolo invece lo chiuderei così: “Certo, a volte il cavaliere nero apprezza la compagnia. E si chiede anche il perché di questa ricerca intermittente ma quasi spasmodica di solitudine. Il perché di questo bisogno viscerale di indipendenza. È davvero una cosa necessaria?”. Non so, lo è?
Sì. Almeno per me lo è, però la domanda me la faccio sempre. Questa frase l’ho scritta mentre ero su un’isola greca, sulla scia di una riflessione ascoltando una delle mie canzoni preferite, Catch & Release di Matt Simons. A un certo punto lui dice: “It’s a necessary thing“. Parla di un posto in cui va a cercare di capire chi è, e conta le stelle anziché dormire. Io lo vivo così, questo nostro bisogno di solitudine. È come un mondo in cui chiudersi. Ma è veramente una ricerca spasmodica? È una tendenza che stiamo prendendo un po’ tutti, ma dove ci porterà? Come la si può assecondare senza arrivare a stare male?

Chissà Dante cosa risponderebbe, se dopotutto stava cercando la solitudine o rincorrendo la compagnia.
Ora penso una cosa su Dante: è vero, lui ha qualcosa dentro che ormai noi facciamo fatica a capire. Oggi sembra impossibile passare una vita a tenersi dentro Beatrice, un amore così intangibile. È vero pure che da quella sofferenza è nata una meraviglia creativa, però per arrivare a scriverla ha dovuto toccare gli abissi più profondi della solitudine. Forse se l’amore per Beatrice si fosse risolto in qualcosa di concreto, oggi non avremmo la Divina Commedia. Questa però lasciamola aperta, abbiamo filosofeggiato parecchio. D’altronde siamo una generazione di riflessivi…

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