C’è una sensazione dolce che ti accompagna durante Il prigioniero, qualcosa che stride, ma piacevolmente, con ciò che vedi sul grande schermo – sesso, violenza, a volte ferocia e altre una faticosa e sarcastica sopravvivenza – e la spiega benissimo l’antagonista del film Alessandro Borghi (qui l’implacabile e affascinante Hasan Pasha, carceriere feroce, esigente ma a suo modo raffinato). «Ho amato molto questa dimensione di fiaba per adulti, ritrovare il codice e l’ambizione del grande cinema che mi ha reso felice e stupito sul set e in sala, trovare un’opera, da spettatore, che non mi provocasse fatica nella visione ma solo bellezza e abbandono. Mi ha aiutato essere in una sola parte del film e vederlo con la curiosità dello spettatore, voler scoprire sullo schermo prima la storia e solo dopo capire se avevo fatto un buon lavoro».
Il 10 giugno esce in Italia proprio uno di quei film con cui abbiamo imparato ad amare il cinema, un Cervantes che ha in sé anche Sandokan e Le mille e una notte, perché la sfida qui, come racconta il regista di Mare dentro e The Others Alejandro Amenábar, è raccontare l’unica storia che uno dei più grandi autori della storia della letteratura mondiale ha taciuto, la propria. «Lo spirito della sua opera omnia è nella pellicola, anche perché ai tempi in cui accade quello che narriamo lui non aveva ancora pubblicato. Dovevamo raccontare Cervantes prima di Cervantes. La bussola ovviamente è stata inevitabilmente il Don Chisciotte, che qui omaggiamo con una scena in cui l’iconografia è restituita in un’inquadratura precisa, con due comprimari in penombra. Per lui, ma per la letteratura europea tutta, il suo lavoro è ed è stato il momento più alto di libertà, immaginazione, ironia, amicizia e umanesimo che sia mai stato restituito dalle pagine di un romanziere. Io volevo che il film fosse tutto questo».
Figlio di una co-produzione che tra gli altri vede Netflix, Rtve e Rai Cinema, distribuito da Lucky Red, Il prigioniero è innanzitutto l’incontro tra due artisti che hanno un’anima affine. «Il motivo per il quale ho deciso di fare il film», riprende Borghi, «è Alejandro Amenábar. Ero e sono ancora un grande fan, quando mi hanno chiamato per dirmi che mi aveva mandato la sceneggiatura e che insieme era arrivata una sua lettera, ho risposto: “Non c’è nemmeno bisogno di leggerle, lo faccio”. Detto questo, quando poi ho preso in mano il progetto, dentro ci ho trovato tante sfide interessanti: da Cervantes, che non avevo mai letto, alla possibilità di recitare in spagnolo, lingua in cui non avevo mai pronunciato una parola in vita mia. E ancora la possibilità di raccontare un rapporto col corpo inconsueto, per me che ne faccio un elemento recitativo fondamentale è un dono straordinario, e esaudire un desiderio narrativo originale e potente come quello di questo grande cineasta. In questo progetto c’era tutta la benzina possibile che mi fa andare avanti: imparare cose nuove, inaspettate. A questo si è aggiunto un anno di scambi, anche con il protagonista Julio Peña – interprete e uomo fantastico, di cui sentiremo parlare per il talento ma anche perché è una persona rara, quasi fuori tempo per valori e interessi – e la bellezza della guida cinematografica e umana di Alejandro. Fondamentale, perché è un cineasta che ha in sé non solo la regia, ma anche il montaggio, la composizione della musica, la sceneggiatura, non capita spesso di lavorare con chi ha così tanta consapevolezza e controllo della propria opera».
Questi scambi sono stati studio, ricerca, confronto. «All’inizio un film così è un salto nel buio: non conosci la lingua, la cultura, nulla. Reciti in un costume del 1500, altro rischio enorme. Dovevo studiare tanto e lui è stato fondamentale nella ricerca del materiale. Ma mi sono sempre sentito al sicuro, nulla mi ha fatto paura facendomi guidare da lui. Abbiamo parlato tanto, ma ancora più ho ascoltato e imparato. Per dirne una: io di solito entro nel flusso delle scene e le porto avanti finché non si esauriscono, lui invece è uno che nelle sue, che sono molto lunghe, ti chiede e ti dice che ha bisogno di un mood fino a un certo punto, di un altro quando si cambia punto macchina. Un cambiamento radicale per me, ma anche una crescita: devi sempre sapere dove stai, avere un livello di concentrazione e di consapevolezza altissimi. Io da questo film sono uscito felice e arricchito». Così come il regista, entusiasta della collaborazione. «Lo conoscevo già, ha un talento potentissimo. E poi ho visto Le otto montagne e quella sua capacità di stare in scena, quella prova mi ha irrimediabilmente attratto e sedotto. Quando, quindi, il co-produttore italiano ha suggerito di prendere un attore italiano per quel ruolo, convinto che servissero un volto e un carisma che reggessero una caratterizzazione così forte come quella di Hasan, non ho avuto dubbi. E gli ho scritto. La sua riposta immediata mi ha reso felice ed è stata proporzionale al suo entusiasmo, alla sua devozione al ruolo sul set».

Julio Peña Fernández e Alessandro Borghi in una scena del film. Foto: Lucky Red
Entrambi, a differenza di un cinema d’autore europeo di solito stitico e ossessionato dalla “sottrazione”, cercano di viaggiare tra i generi, di affrontare di petto i massimi sistemi, di sfruttare il cinema in lunghezza, larghezza, in tutta la sua dimensione emotiva e narrativa. Di mettersi scomodi, in situazioni estreme, per mettersi alla prova. «Non è un caso, fa parte di quello che inconsciamente ci attira», prosegue l’attore. «Io sono guidato dalle sensazioni che mi provocano i progetti, prima ancora che dall’importanza di registi, produzioni o opportunità. Io ho bisogno di personaggi a 360 gradi, perché da spettatore, da amante del cinema, ho reference altissime. Sono ancora un quindicenne in questo, ho quell’entusiasmo che mi porta a postare sui social il dialogo tra Pacino e De Niro di Heat – La sfida ammirandone ancora oggi la cura dei dettagli, quella precisione, quella forza, quel peso specifico. E mi chiedo sempre: “Ma come si fa a fare questa cosa qua?”. E in questa continua ricerca amo essere portato al limite, perché solo così spesso scopro persino qualcosa di me che mi stupisce. E poi c’è una ragione ancora più semplice per cui cerco sempre un baratro morale o fisico su cui stare, cinematograficamente: è che altrimenti mi annoierei. Poi è fondamentale cercare il punto di rottura, l’oscurità inspiegabile dentro i tuoi ruoli. Non cercavo una mimesi con un personaggio realmente esistito, volevo restituire quell’esercizio del potere e quella libertà sessuale, certo, ma anche quanto lui potesse essere cattivo. E come. La scena del taglio dell’orecchio, imposto con quella compostezza, con quella calma, con quella ferocia indifferente, è una tra le più importanti per me. Racconta di quanto poco si desse allora importanza alla vita umana. E anche ora, a dirla tutta, approfittare del proprio potere senza limiti non è forse la cosa più contemporanea che c’è in questo film?».
Il passato che parla al e del presente e futuro è un altro dei temi portanti dell’opera. «Uno degli elementi della storia che più mi hanno attratto», riprende il cineasta, «è stato raccontare l’Algeri del XVI secolo con gli occhi di uno che veniva dalla Castiglia cattolica e oscurantista e si ritrova in una sorta di Gay Pride tra i Mori, in una città libera sessualmente e così diversa da ciò che vediamo oggi. Mi interessa poi molto il concetto di relatività del tempo, non nel senso del concetto teorizzato da Einstein, ma in un quello storico. L’Algeri di oggi potrebbe essere la Madrid di ieri e viceversa. Insomma, il passato, se sai ascoltarlo, parla sempre al presente. Penso ad Agora, l’assalto alla Biblioteca di Alessandria che ho girato per quella pellicola è così inquietantemente simile a quello a Capitol Hill di quel maledetto 6 gennaio. Io per primo ne rimango affascinato e inquietato, spesso guardo al passato per capire il futuro, mi capitò fin da Mare dentro: quel tema, l’eutanasia, fa ancora parte del nostro presente, del nostro futuro. Con Agora io capivo che eravamo vicini a un grande cambiamento e non in positivo, e quella scena dev’essere stato un campanello d’allarme. E così Lettere a Franco, in cui anticipo che un certo tipo di posizionamento politico è tornato di moda. Qui volevo riportare al centro il concetto di tolleranza, ora dimenticato, di empatia, che per Cervantes era centrale, in un momento storico e intellettuale in cui non certo è di moda. Lui capiva gli altri più di tutti, gli succede anche ora. Dipende anche dalla sua vita, da come è venuto in contatto con civiltà diverse, dall’Italia ai Paesi arabi. Anche questo lo rende terribilmente moderno».
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Così come la riflessione che Amenábar fa sulla cattività, che nel suo cinema è sempre presente. Si può essere prigionieri di un corpo, di una biblioteca e di una cultura disprezzata da tutti, di un uomo senza scrupoli ma affascinato dal talento. «La cattività fa parte del mio cinema, quella condizione ti obbliga a cercare di andare sempre oltre il limite, di violare quel confine per ritrovare la libertà. Qui però credo che sia interessante lo sguardo anche su chi cattura, su chi tiene prigioniero, su chi è così perché magari da bambino è stato fatto strappato via a tutto e tutti a sua volta. Quindi sì, è vero, che ho spesso anche solo metaforicamente affrontato questa condizione, ma questa volta ho ribaltato la visuale». E da quell’angolo la libertà, come parola e valore, finisci per apprezzarla ancora di più. «Qui c’è la libertà in ogni sua accezione: fisica, intellettuale, artistica. Cervantes qui vive sul suo corpo, nella sua anima, un dilemma che molti artisti provano, quello del proprio talento, della propria arte come questione di vita o di morte. E questa libertà ho voluto che fosse del nostro film, a partire dal non cercare mezze misure nei generi narrativi che volevamo esplorare. Ogni cineasta ha un suo percorso, indipendentemente dalle mode e dai trend del settore. Io ho sempre avuto la possibilità di fare i film che volevo e come volevo e a maggior ragione sentivo che Il prigioniero, che di libertà parla come prima cosa, dovesse essere un’opera libera, che riflettesse il mio amore per l’avventura, per i melodrammi d’amore, che dentro avesse più anime e più generi, come quello del dramma carcerario, per dirne uno. La mia preoccupazione primaria quando faccio un film è lo spettatore in sala a cui voglio dare più cose possibili. Nessuno si deve risparmiare sui miei set, tantomeno io».
Un’altra cosa che condivide con Alessandro Borghi, uno che ha rischiato il ricovero per entrare nel corpo devastato di Stefano Cucchi perdendo quasi 20 chili per Sulla mia pelle o che ha passato un anno a cesellare l’accento british per la serie Diavoli. «Ho insistito perché il mio personaggio parlasse spagnolo, l’origine italiana di Pasha per Alejandro era importante, per mia fortuna, e inizialmente voleva che parlassi italiano per quasi tutto il film. Io ho voluto che invece parlasse spagnolo con quegli sprazzi di italiano in momenti decisivi o di intimità che valorizzano proprio quei natali veneziani. Volevo quella sfida ed ero convinto che desse qualcosa di più al ruolo. Ho fatto un lavoro lungo e accurato, come già accaduto per l’inglese su Diavoli, ed è il motivo per cui continuo a farmi doppiare da Andrea Mete, che è bravissimo: per non vanificare l’enormità del lavoro che ho fatto sull’idioma, su ogni sfumatura. Chi vuole sentire la mia voce, deve farlo in originale. E vi assicuro che colleghi e amici ora invidiano quella litigata che sembrava arrogante e naïf cinque anni fa e ora è invece compresa e condivisa».

Julio Peña Fernández è Miguel de Cervantes. Foto: Lucky Red
Su cosa li renda così vicini a un cinema che non ha paura di eccedere e intrattenere, rispondono con entusiasmo quasi bambino. «E.T. (il destino ha voluto mettere Il prigioniero in competizione, in Italia, proprio con Disclosure Day di Steven Spielberg, stesso giorno d’uscita, nda), Goonies, Hook, Toy Story sono la mia educazione cinematografica da bambino», rivela Borghi. «Stupirsi, rimanere incantati, il cinema per me è questo. E ritrovarlo, avere dentro il proprio lavoro il privilegio di vivere quella meraviglia è straordinario. L’immaginazione è un dono fondamentale in tempi tragici come questi, io posso viverla al cinema e pure attraverso gli occhi di mio figlio, che in questo momento è la mia ispirazione e il mio filtro verso il mondo». «Vedevo molti film in Tv», confessa Amenabar, «perché mio padre non mi portava molto al cinema, e lì trovavo tante pellicole di Hollywood. Ho imparato ad amare il cinema con quelle opere, sono stati la mia passione. E fin da Tesis ho voluto replicare quella sensazione portandola in Spagna, mettere nel mio cinema tanti generi, tanti codici nel mio flusso creativo».
Un cinema che in Italia sembra scomparso. «Questo per me è un momento di tante domande e poche risposte», chiosa Borghi. «Mi sento sempre un uomo in cerca di sensazioni vecchie che mi sembrano sempre più difficili da replicare, amo così tanto questo mestiere da essere forse troppo esigente, sin dall’atmosfera sul set, spesso troppo nervosa e irrispettosa verso chi vi lavora, soprattutto nel nostro Paese. Non riesco a godermi il lavoro se a 100 metri sento qualcuno urlare contro le maestranze. E poi capisco sempre meno per chi facciamo il cinema: per noi? Per il pubblico a cui piace sempre meno quello che facciamo? Perché non proviamo a farlo al meglio, con più amore? E parlo di tutti i settori, perché non ci interroghiamo su cosa davvero non funziona? Per fortuna poi ci sono bolle come questo film, che però è stato fatto all’estero, che ti restituiscono tutto l’amore per la tua arte. Ma prima di Gianni Amelio, io l’ultima volta che mi ero sentito felice su un set era stato in Le otto montagne. Parliamo del 2021». A Gianni Amelio, con cui ha appena concluso il secondo film insieme (Nessun dolore), riserva parole meravigliose. «Campo di battaglia mi ha ricordato cosa sia la bellezza del cinema, Gianni porta sul set un’energia da ventenne, è un altro di cui accetti i progetti a scatola chiusa, tanto sai che nei successivi sei mesi arriveranno altre 63 versioni di quella sceneggiatura che comunque lui non rispetterà sul set. Di quest’ultimo film invece ho un’immagine stupenda: ultimo giorno di riprese, faticosissimo. C’è un rinfresco alla fine, come accade sempre quando si chiudono le riprese. Parliamo, mangiamo e a un certo punto lo vedo, seduto sul predellino di un camion, in disparte. Ci guarda, esausto e commosso. Ecco, per me quello è il cinema. Ed è Gianni, ho dovuto fotografarlo!».
Un piccolo momento di felicità, di quelli che per Borghi sono fondamentali. «Mi rendono felice i piccoli piaceri: una passeggiata con mio figlio e Irene, la vacanza annuale con dieci miei amici in cui per una settimana montiamo una consolle e balliamo fino alle cinque della mattina, quei riequilibratori emotivi di una vita che mi porta spesso lontano. È buffo ciò che mi succede: a vent’anni avrei voluto fare questo lavoro tutti i giorni della mia vita, adesso che potrei farlo in ogni momento voglio del tempo per me. E fortunatamente me lo prendo: sono stato fermo un anno quando non arrivavano storie all’altezza. Io non ho mai fatto piani nella vita, ho accolto ciò che è arrivato cercando di essere degno del dono che il destino mi aveva fatto. Non sono ossessionato dal lavoro, ma dall’amore, dagli affetti, dal tempo a disposizione di chi ami. Per intenderci, se questo sistema imploderà, e mi auguro di no ma a volte ne ho paura, non sarò disperato perché non farò più l’attore, lo sarò perché non vedrò più film». Noi perché non ne vedremo più con lui protagonista.











