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Alessandro Borghi: ‘Delta’, fuggire, rischiare, trovarsi

Il suo ultimo film, ora al cinema, è un altro viaggio duro e inaspettato. Abbiamo chiesto di raccontare l’attore romano a una persona che lo conosce bene, Paolo Cognetti. Dalla “loro” montagna, lo scrittore Premio Strega l’ha seguito idealmente sul grande fiume e nelle sue trasformazioni: il lavoro sul corpo, i rischi, il futuro. Da Stefano Cucchi a Rocco Siffredi, dal privato a ciò che è oggi per il pubblico. Con una bussola a guidarlo: fare tutto “MY WAY”

Come quasi tutti i film che Alessandro Borghi fa, Delta non sembra un film italiano. Questo non è un complimento – ci sono anche film italiani molto belli – è solo l’impressione che ho avuto vedendolo, e mi sono chiesto dove stia, questa non-italianità del film. Prima di tutto, ho pensato, nel paesaggio. Tolta la città, qual è il paesaggio tipico del cinema italiano? È il lungomare, la campagna, la collina, il tratto di strada da un paese all’altro: pur sempre un paesaggio abitato dall’uomo, e per quanto desolato sia è tutt’altro che selvatico. Il delta del Po invece lo è davvero, sia nella realtà che in questo film. Nel film, assomiglia un po’ al Mekong del Cacciatore, un po’ al Mississippi di True Detective.

Poi, secondo elemento di alterità rispetto alle nostre abitudini, a far coppia con la palude, le nebbie e il fiume c’è lui, Alessandro: che va a pesca, si immerge, fugge, fa a botte o semplicemente guarda, e parla pochissimo. Nei film italiani, belli o brutti, gli attori parlano sempre. Ce n’era un altro che li faceva parlare poco e guardare molto, era Sergio Leone. Ecco, penso che Delta (di Michele Vannucci, nelle sale italiane dal 23 marzo dopo l’anteprima all’ultimo Festival di Locarno, ndr) non sembri un film italiano in quel senso lì, come non lo sembravano i film di Leone. È nelle città che si parla troppo. Nei deserti, nelle foreste, lungo i fiumi si attivano altri sensi, entriamo in relazione col paesaggio senza le parole. Come si recita, un film così?

Foto: Andrea Mete; Direzione artistica: Alex Calcatelli per Leftloft

Come tutti, Alessandro Borghi è un enigma. Se sei stupido, ti credi così intelligente da capire una persona e saperla raccontare con pochi tratti precisi, da indagatore dell’animo umano. Non cadrò in quest’errore e ammetterò fin dal principio che io non lo conosco, Alessandro, pur avendolo frequentato abbastanza a lungo – o meglio, in momenti che potremmo definire rivelatori. Però, da scrittore di racconti, quei momenti mi piacciono particolarmente e posso provare a metterli a fuoco. Per cui diciamo così: questo non è un ritratto di Alessandro, ma solo le “due o tre cose che so di lui”.

Foto: Andrea Mete; Fashion Editor: Francesca Piovano; Total look: Gucci; Hair Styling: Christian Vigliotta per Making Beauty

Partiamo dal nome: qualcuno lo chiama Ale, qualcuno lo chiama Sandro, e che io abbia sentito solo il suo amico Luca Marinelli si spinge a un Sandrino, o alla romana, Sandri’. Quando preparavamo Le otto montagne, ho avuto il privilegio di osservare questi due grandi attori entrare nella parte. Luca, che per molti versi è il contrario di lui – meticoloso, ossessivo, strenuo attore di teatro del Novecento – dopo due mesi che stavamo insieme per seguire il suo metodo, e quando invece Sandro si era appena paracadutato qui da un altro set, gli aveva messo in testa che per fare il film era fondamentale “passare una giornata con Paolo in montagna”. E passiamo ’sta giornata, avrà risposto lui. Così con l’amico Nicola Magrin lo sono andato a prendere nel grand hotel di cui si stava impossessando e siamo partiti per una breve escursione, una classica della Val d’Ayas, al Lago Blu. Camminando rompevamo il ghiaccio: chi sei tu, chi sono io. Ma sentivamo entrambi che quella era una messinscena, che il ghiaccio così non l’avremmo mai rotto davvero. Sandro è un agonista, questo l’avevo già intuito, e arrivati al lago ho indicato un punto più in alto, ho detto: là c’è un mio posto del cuore, il rifugio Mezzalama. E lui, che non vedeva l’ora di essere sfidato: andiamo.

Foto: Andrea Mete; Fashion Editor: Francesca Piovano; Total look: Gucci; Hair Styling: Christian Vigliotta per Making Beauty

Chi va in montagna sa cosa sono 1300 metri di dislivello. Chi non ci va, sappia che si risalgono in circa tre ore di buon passo e che camminare così in salita equivale al correre in pianura, come dispendio fisico. Insomma, una corsetta di tre ore per dargli il benvenuto, lui che era appena sbarcato da Roma o da Londra, non ricordo più. A un certo punto di quell’infinita morena glaciale ho fatto anche di peggio, l’ho lasciato lì: sono partito per conto mio e ogni tanto, dall’alto, mi voltavo a osservarlo. Vedevo che tribolava. Mi aveva detto di avere un ginocchio malmesso. Saliva a testa bassa e di sicuro mi malediceva: ma guarda questo, se n’è pure andato. Verso i 2800 metri di quota, ai piedi di un’ultima rampa che chiamano l’Ammazzacristiani, l’ho visto fermarsi e coprirsi il volto con le mani. Ecco, quello è un momento che ho sperimentato più volte, il momento in cui le persone rivelano qualcosa di sé. C’è chi simula l’infortunio e chiede di tornare indietro, chi ti manda a quel paese, chi si siede su un sasso e non si muove più. Oppure c’è chi, esaurite le forze, trova da qualche parte una riserva segreta, ed è quello che ho visto fare a lui. La prima cosa che ho saputo di Sandro è che è uno che ha fatto fatica, nella vita, e la fatica non lo ferma.

Foto: Andrea Mete; Fashion Editor: Francesca Piovano; Total look: Gucci; Hair Styling: Christian Vigliotta per Making Beauty

Più tardi mangiavamo qualcosa in questo rifugio di un secolo fa, una capanna di legno a 3000 metri senza riscaldamento. Faceva freddo. Fuori salivano le nebbie e non c’era quasi nessuno oltre a noi. Solo un gruppetto a un altro tavolo, da cui a un certo punto si alza una ragazza, e senza dire niente si siede al nostro. Mangiavamo polenta concia ma poteva essere qualunque cosa, tanto eravamo affamati. Questa ragazza lo fissa, Sandro guarda nel piatto e finge di non accorgersi di nulla, io invece guardo lei e da quel che le vedo negli occhi penso: questa, adesso, gli mette la lingua in bocca. Sto per vivere un momento rock’n’roll in un rifugio a 3000 metri. Ma purtroppo non ci sono più le groupies di una volta, il limone dei nostri tempi è un selfie con l’iPhone (solo su Rolling Stone mi sarei potuto permettere una frase del genere). Lì ho visto un’altra cosa, che nel tempo avrei approfondito: a Sandro quest’attrazione che provoca negli altri, indubbiamente erotica, questo essere guardato e desiderato piace parecchio, in qualche modo se ne nutre. Forse qui c’è il nocciolo e anche la malattia dell’attore.

Alessandro Borghi con Luigi Lo Cascio in ‘Delta’ di Michele Vannucci. Foto: Groenlandia Film

È perlomeno da Sulla mia pelle, cioè da Stefano Cucchi, che Sandro come attore è il suo corpo, è il corpo che lui trasfigura ed espone, il corpo che ti sbatte in faccia, che ti chiede di guardare. La vicenda di Cucchi è la storia di un corpo, in fondo. Offeso, torturato, agonizzante. Lì Sandro c’è arrivato catapultandosi (ho poi scoperto che questo è il suo metodo, contrario a quello di Luca: entrare in un ruolo sfondando la porta, o facendosi invadere come un posseduto) dal corpo vigoroso di Remo nel Primo re: «il mio film più difficile», dice senza alcun dubbio quando glielo chiedo. Ma non per il proto-latino dei dialoghi, per il freddo. Faceva sempre freddo su quel film, e bisognava recitare seminudi. Di Delta, mi racconta di quando l’hanno accompagnato sul set di notte, in gennaio, e lui ha visto gli attrezzisti che rompevano il ghiaccio del Po con il piccone: la scena che doveva girare era a bagno nel fiume. Del “nostro” film, l’ho sentito più volte ricordare di quando la mucca Dorina lo ricopriva di merda, sollevandola con la coda, mentre lui imparava a mungere in alpeggio. Siamo al 2021, che tra noi abbiamo ribattezzato il suo “anno del Grande Nord”. Lì Sandro ha girato in fila tre film con la barba lunga e il fiato che faceva vapore: prima Delta, poi Le otto montagne, poi The Hanging Sun – Il sole di mezzanotte, anche se al cinema sono usciti all’incontrario. In mezzo, voli a Londra per le riprese di Diavoli.

Foto: Andrea Mete; Fashion Editor: Francesca Piovano; Total look: Gucci; Hair Styling: Christian Vigliotta per Making Beauty

Ma come hai fatto?, gli chiedo. Mi risponde che sarebbe impazzito se li avesse dovuti girare in uno studio di Roma, ma il delta del Po, le Alpi, la Norvegia hanno reso quel tour de force un’avventura indimenticabile. Ripenso a quei tre film e ho tre immagini in mente: il corpo di Sandro e il fiume, il suo corpo e la mia montagna, il suo corpo e i boschi del Circolo Polare. Penso all’erotismo di queste relazioni. Per cui è un esito naturale, giusto, inevitabile, che Sandro sia finito a fare Rocco Siffredi in Supersex. Me ne parlava già lì sul sentiero, diceva: finito qua vado a Budapest, devo stare un po’ con Rocco (il lavoro dell’attore: una giornata con me al rifugio Mezzalama, quella dopo con Rocco sul set di un film porno). Era eccitato, curioso, sempre nel pieno della sua avventura, della sua corsa da un film all’altro, da un corpo all’altro.

Tempo dopo l’ho provocato e gli ho chiesto se quel ruolo abbia interferito con la sua vita sessuale. Se in qualche modo Rocco sia entrato nel suo letto, voglio dire, avendolo incarnato per sei mesi. «No», mi ha risposto, «ma sai qual è il momento che mi ha turbato di più? Abbiamo girato un sacco di scene ambientate sui set porno, e spesso per comodità abbiamo preso delle vere pornoattrici. Nel bel mezzo di una scena, un’attrice a un certo punto mi fa: guarda che lo puoi fare davvero se vuoi, per me non è un problema». Lì c’è il punto di crisi. Il corpo vero, il corpo finto. Quanto sei il corpo che stai recitando? Dov’è il confine?

Foto: Andrea Mete; Fashion Editor: Francesca Piovano; Total look: Gucci; Hair Styling: Christian Vigliotta per Making Beauty

Ecco un montaggio di frasi che mi ricordo di lui, un mio blob personale su Sandro e la pelle che si porta addosso.
«Irene (la compagna di Borghi, ndr) mi dice che in bagno, quando sono davanti allo specchio, io arretro. La fa ridere questa cosa. Mi vedo e faccio un passo indietro. Fondamentalmente il mio corpo non mi piace, è per questo che lo alleno sempre».
«Da ragazzo ero goffo. Mi sentivo così. Adesso ho questo ginocchio che mi sono rovinato in moto, e non posso più giocare a calcio o a tennis. Ho questa Tourette che peggiora, gli spasmi diventano sempre più invadenti».
«Gigi Lo Cascio (soprannome di Luigi, co-protagonista con lui di Delta, ndr) non era abituato a girare scene di violenza. La più difficile per lui in Delta è stata quella in cui mi doveva legare e torturare. Mentre la facevamo me ne accorgevo: non riusciva a legarmi stretto e a fare un bel nodo. Io avrei anche potuto fingere di essere legato, ma ho pensato di aiutarlo: mi liberavo dalla corda e gli saltavo addosso. Ripetiamo quella scena un po’ di volte, e ogni volta lo meno. Alla fine, improvvisando, quando io lo assalgo lui prende il fucile e me lo punta in faccia, non ne poteva più».
«Ci sono gli attori stronzi che quando ti danno le battute nel controcampo le recitano male, non sono inquadrati e così ti mettono in difficoltà. Invece ho visto Peter Mullan, mentre facevamo Sole di mezzanotte, piangere in controcampo, solo per me. Che lezione».
«Con Luca c’erano tante varianti di quella scena in cui lo sbatto fuori di casa nel finale. L’ho recitata piangendo, gridando, menandolo, poi Felix e Charlotte (van Groeningen e Vandermeersch, registi delle Otto montagne, ndr) mi hanno chiesto di togliere tutto, di farla con il meno possibile».
«Uscire a cena con Rocco è assurdo. Sei in un bel ristorante, siamo tutti eleganti e gentili, e lui lì per lì ti chiede se vai anche con gli uomini, o se ti piace il culo. Per lui è un’educata conversazione. Ovviamente, con sua moglie seduta accanto».

Foto: Andrea Mete; Fashion Editor: Francesca Piovano; Total look: Gucci; Hair Styling: Christian Vigliotta per Making Beauty

Poi ce n’è un’ultima che mi ha colpito: un giorno sono andato ad ascoltarlo allo IULM di Milano, parlava a 400 studenti in un’aula magna gremita. Mi sono mischiato al pubblico. Era bello vedere tutti questi ragazzi e ragazze affamati di uno che in fondo era poco più grande di loro, un fratello maggiore. Come si arriva fin lì? Come si realizzano i propri sogni? Come faccio io, che sono qui all’università a 20 anni, a diventare come te a 36, cioè nel pieno della mia storia, della mia avventura? Si parlava di tutto questo e un ragazzo a un certo punto ha domandato: credi che la tua famiglia sia stata importante per quello che sei riuscito a fare?

Io lì mi aspettavo la classica risposta italiana, che la famiglia è fondamentale, mi hanno sempre sostenuto, ecc. Oggi perfino i peggiori trapper ti parlano della loro mamma. Invece Sandro mi ha sorpreso, ci ha pensato su un attimo e ha detto: «No, io ho fatto tutto da solo. Voglio bene ai miei genitori, ma per loro studiare da attore è stata una scelta incomprensibile. Mio padre era davvero il tipo d’uomo che mi diceva: ma che sei matto, prenditi quel lavoro alle poste, guadagni 1200 euro al mese e stai tranquillo. Loro adesso sono molto orgogliosi di me, ma ci sono arrivato io».

Allora ho ripensato a quando, scendendo dal Mezzalama, per fare l’esperienza completa c’eravamo tolti le scarpe e le calze e avevamo immerso i piedi nell’acqua di ghiacciaio. Un gioco che mi piaceva tanto da bambino. Lì avevo scoperto che Sandro ha due tatuaggi sul dorso dei piedi: MY sul sinistro e WAY sul destro. Ho capito tempo dopo cosa gli ricordavano. Le lettere sono girate dalla sua parte, intendo dire che sono fatte perché le legga lui.

Foto: Andrea Mete; Fashion Editor: Francesca Piovano; Total look: Gucci; Hair Styling: Christian Vigliotta per Making Beauty

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Credits
Foto: Andrea Mete
Art Director: Alex Calcatelli per Leftloft
Fashion Editor: Francesca Piovano
RS Producer: Maria Rosaria Cautilli
Hair Styling: Christian Vigliotta per Making Beauty
Backstage Video: Kevin Spagnolo

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