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Alejandro González Iñárritu, il regista in profumo di Oscar (di nuovo)

Intervista al regista pluripremiato ora al cinema con "Revenant - Redivivo", il film più nominato dagli Oscar 2016
Alejandro González Iñárritu insieme a Leonardo diCaprio sul set di Revenant

Alejandro González Iñárritu insieme a Leonardo diCaprio sul set di RevenantCopyright © 2015 Twentieth Century Fox Film Corporation. All rights reserved. THE REVENANT Motion Picture Copyright © 2015 Regency Entertainment (USA), Inc. and Monarchy Enterprises S.a.r.l. All rights reserved.Not for sale or duplication.

Alejandro González Iñárritu, autore e regista, negli ultimi 15 anni ha realizzato alcuni tra i film più universalmente acclamati dalla critica. È diventato famoso con la sua opera d’esordio, Amores Perros, un’esplorazione della vita a Città del Messico raccontata attraverso tre storie interconnesse, che ha vinto il Premio della critica al Festival di Cannes ed è stato nominato per l’Oscar come miglior film straniero. Il secondo e terzo film, 21 grammi e Babel, hanno completato la sua personale “trilogia della morte”. Con Babel, Iñárritu è diventato il primo regista messicano a essere nominato all’Oscar per la miglior regia. Biutiful, il suo film successivo, con protagonista Javier Bardem, ha fatto guadagnare a Iñárritu la sua seconda nomination per il migliore film straniero, mentre l’ultimo lavoro, Birdman, del 2014, è stato nominato a nove premi Oscar, vincendone quattro: tre a Iñárritu (miglior film, miglior regia e migliore sceneggiatura originale) e uno a Emmanuel Lubezki (miglior fotografia). Per il suo ultimo film Revenant – Redivivo (titolo originale The Revenant) Iñárritu ha collaborato di nuovo con Lubeski.

Come sei venuto a conoscenza della storia di Hugh Glass?
È una storia leggendaria, di cui si sanno pochissimi fatti certi. Avevo letto una prima stesura della sceneggiatura di Mark Smith, e ho capito subito che si trattava di un’opportunità per creare qualcosa di importante.

I registi spesso usano l’espressione “superare la pagina” per descrivere il modo in cui intendono migliorare la sceneggiatura di un film durante le riprese. Revenant è un’esperienza cinematografica unica, che rende perfetta quella frase.
Sono d’accordo. È quel genere di film in cui è più importante far vedere, piuttosto che spiegare. Si tratta di andare oltre le parole e i dialoghi. È l’esperienza originaria del cinema: raccontare una storia quasi esclusivamente per immagini è l’omaggio migliore che si possa fare a questo linguaggio.

Che ricerche hai fatto per prepararti?
Ho letto un ottimo libro di uno storico, Jon T. Coleman, intitolato Here Lies Hugh Glass, oltre a numerosi altri libri e diari di cacciatori di pellicce dell’epoca. È un contesto storico e sociale che non è stato approfondito molto, specialmente al cinema, ma si tratta di un momento parecchio interessante nella storia degli Stati Uniti. Quelle erano persone che vivevano avventure reali, dentro territori inesplorati. Molto diversi da noi, che abbiamo i GPS e possiamo dire: “Partiamo per un’avventura in India!”. Oggi certe esperienze non sono più possibili, perché sappiamo dove si trova ogni cosa.

Leonardo diCaprio in Revenant – Redivivo
Copyright © 2015 Twentieth Century Fox Film Corporation.

Il film è ambientato all’inizio del XIX secolo, ma molti dei temi affrontati sono validi anche oggi: gli effetti del consumismo, i problemi razziali, il modo in cui reagiamo verso gli atti di violenza…
Il contesto dell’inizio del XIX secolo è estremamente interessante, ma è stato poco raccontato, perché ci sono scarse testimonianze. Non esistono storie che abbiano saputo catturare con accuratezza quegli anni. Non c’era ancora la fotografia, e tutto quello che sappiamo ha i contorni della leggenda, compresa la storia di Hugh Glass. Sappiamo che è sopravvissuto all’attacco di un grizzly e ha cercato di vendicarsi nei confronti di chi lo aveva abbandonato, ma prima e dopo questo episodio la sua vita è un mistero. Per dare un’idea del contesto: la principale fonte di reddito dell’epoca erano le pelli di animali. Questo prima del petrolio, prima dell’oro, prima ancora della conquista del West. Le uniche persone che avevano attraversato il Paese erano state Lewis e Clark, anni prima. Il Paese era un crogiuolo di francesi, inglesi, messicani, spagnoli e tribù di nativi americani. La legge non esisteva. Questi uomini hanno gettato le basi del nostro rapporto con la natura. Di base, erano molto ignoranti. Erano mossi soprattutto da avidità. Non vedevano la natura come qualcosa da rispettare, ed erano pronti a infrangere qualsiasi accordo con le tribù native. Era un mondo brutale. E se siamo onesti, non possiamo non sentire un’assonanza con il nostro mondo. Il razzismo era ovunque e la schiavitù era legale: avere la pelle di colore diverso cambiava ogni cosa. Fino a oggi, è sempre stato “buoni contro cattivi” e “indiani contro cowboy”. Ma era più complesso di così.

Sembra di assistere a una cronaca dei primi giorni del consumismo.
Gli uomini dell’epoca vedevano la natura come qualcosa al loro servizio, quindi sradicavano alberi e uccidevano animali senza pietà. È stato come un genocidio, hanno portato sull’orlo dell’estinzione animali come bisonti e castori. E non sono mai stati in grado di capire i nativi americani. La loro mancanza di comprensione per “l’altro” è all’origine del capitalismo senza regole e del consumismo spietato che conosciamo oggi. E anche della schiavitù e del razzismo. Ho pensato che realizzare questo film sarebbe stata un’ottima opportunità per reggere uno specchio davanti allo spettatore, mostrare cosa è successo quasi 200 anni fa per capire i problemi che abbiamo oggi: xenofobia, riscaldamento globale, consumo di massa, mancanza di rispetto per la natura e di empatia per chi è diverso da noi. Per molti aspetti le cose non sono cambiate.

Revenant è un film senza compromessi, ambizioso e artistico. Come regista, quanto è stato difficile realizzare il film che avevi in mente, restando all’interno delle logiche dell’industria?
Onestamente, credo di avere fatto il film che volevo fare, che tutti desideravamo fare. Non c’è stato alcun segreto, alcun trucco. Era chiaro a tutti che tipo di storia sarebbe stata. Ho passato anni a scrivere questo film. Per tutta la mia vita ho avuto la fortuna di fare i film che volevo. Quindi se vedete qualche cazzata nel film, state pure tranquilli che è la mia cazzata! (Ride) Non posso scaricare la colpa su nessun altro! Ho avuto il supporto e la passione di tutto lo studio. Questo ci ha dato il film che volevamo. Non siamo mai scesi a compromessi e ne vado fiero. Nel contesto di oggi, fare un film così è un privilegio.

Per tutta la mia vita ho avuto la fortuna di fare i film che volevo

Hai girato il film utilizzando solo luce naturale, e questo riduce molto le ore disponibili per le riprese. Come eravate organizzati?
Il sole è sufficiente, come luce. E la complessità e la bellezza di quella luce non possono essere eguagliate da alcuna luce artificiale. Dato che giravamo in inverno, sapevamo che alle 15 sarebbe venuto buio. Già alle 14.30 sotto gli alberi non si vedeva più nulla. E le location erano così isolate che, nel momento in cui arrivavamo sul posto, dovevamo essere pronti: provavamo e riprovavamo in anticipo le scene, perché spesso avevamo solo una o due ore di tempo per portare a casa lunghe riprese. Potevamo fare al massimo un paio di take. Non c’era altra scelta.

Hai girato il film in ordine cronologico.
Sì, perché volevo imparare con il procedere delle riprese. Girare in sequenza fornisce a me e agli attori l’opportunità di adattarci, riscrivere, levigare, trovare qualcosa da aggiungere mentre il viaggio continua. Dopo un anno, ci si ritrova persone diverse, e le riprese di questo film sono durate un anno. Avere l’opportunità di scoprire e comprendere un film lungo la strada è grandioso.

La performance di DiCaprio è straordinaria. Com’è stato lavorare con lui?
È stata un’esperienza bellissima. È un attore fantastico, che pensa come un regista. È stato sempre presente, sensibile, coraggioso, intelligente. Non potrei essere più contento dell’esperienza che abbiamo vissuto.

È un ruolo molto fisico.
Leo è in grado di farti capire tutto soltanto con gli occhi. E in questo film, che ha così poco dialogo, lui doveva essere in grado di esprimere paura, freddo, tristezza, rabbia e tante altre emozioni simultanee soltanto con il linguaggio del corpo. È stato affascinante come ha rapportato il suo corpo al personaggio.

Che cosa spinge Glass a sopravvivere e mettersi alla ricerca di Fitzgerald, l’uomo che l’ha tradito?
Ci sono due livelli. Il primo è la vendetta. Qualcuno ha sottratto a Glass la cosa a cui tiene di più: suo figlio. Ma oltre la vendetta c’è l’amore per questo figlio e per l’altra persona che ha perduto, sua moglie. È l’amore a farlo andare avanti. Ho voluto che Glass trovasse una risposta a questa domanda: che cosa c’è dopo la vendetta? Non ti ridà mai indietro ciò che hai perso. E dunque se lo scopo della tua vita è la vendetta, una volta che riesci a ottenerla, la tua vita non avrà più significato. Io volevo esplorare quel vuoto. Dentro di sé Glass ha qualcos’altro, ed è amore.

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