Alberto Malanchino è qui per sfondare | Rolling Stone Italia
Interviste

Alberto Malanchino è qui per sfondare

Il set di 'DOC – Nelle tue mani 2', una nuova serie Netflix e presto anche 'Summertime 3'. Malanchino è l’attore nero del momento: «Siamo degli sfonda-porte, degli italiani 2.0: non si tratta di sostituire modelli, ma di aggiungerne di nuovi, in prima serata, su Rai 1»

Alberto Malanchino è qui per sfondare

Alberto Malanchino scattato in esclusiva per 'Rolling Stone Italia'

Foto: Fabrizio Cestari. Look: Sandro Paris. Stylist: Delia Terranova

È sul set di DOC – Nelle tue mani 2, nel frattempo sta girando una nuova serie Netflix e presto inizierà anche le riprese Summertime 3. «E ho appena scoperto che Netflix mi ha inserito nella categoria dei Dilf per il mio ruolo in Summertime», aggiunge divertito. “Dads I’d Like to Fuck”, in pratica il corrispettivo delle Milf: «Il mio frame arriva subito dopo quello di Thomas Shelby. Quindi anche il Dilf lo prendo e me lo porto a casa». L’etichetta goliardica di Dilf arriva insieme al ruolo di Gabriel Kidane in DOC e a quello di Antony Bennati in Summertime. Due personaggi che non potrebbero essere più distanti. Ma, senza fare voli pindarici: Alberto Boubakar Malanchino è l’attore nero del momento, in un contesto produttivo italiano in cui la sua presenza in un cast tradizionale (vale a dire bianco) rappresenta ancora una straordinarietà da evidenziare.

Nato a Cernusco sul Naviglio da padre italiano e madre emigrata dal Burkina Faso, Alberto è milanese di nascita quanto nell’inflessione dialettale. Dunque, che si tratti di Rai o Netflix, che interpreti un medico emotivamente diviso tra Etiopia e Italia oppure un padre musicista, ha una doppia responsabilità: quella di essere uno dei giovani volti italiani, ma anche un attore afro-discendente. E questo, finalmente, per lui è anche un fatto politico. «Ma ho pure un’anima estremamente cazzara, solo che la gente non lo sa».

Nella seconda stagione di Summertime, Antony ha uno spazio importante in una linea narrativa quasi del tutto teen. Bella conquista, no?
Hai voglia! C’è stato un bel feedback da parte di Netflix e anche del pubblico. C’era l’interesse a scoprire di più della vita di Antony, nonostante gli amori adolescenziali in Summertime restino dominanti. Poi la stagione 2 è finita in modo potente per tutti: non ho ancora letto i copioni della terza, ma spero ci sia qualcosa di molto succoso per lui.

Foto: Fabrizio Cestari. Look: Sandro Paris. Sneakers: HOGAN ‘Hyperlight’. Stylist: Delia Terranova

Padre e compagno assente che torna a casa per rimettere insieme i pezzi: è tutto molto distante dalla tua esperienza personale?
Sì, ma sai cosa mi piace davvero? Che Antony cerca di liberarsi da certi stereotipi di maschio tossico. Ha un amore estremo per il suo lavoro, ma anche per la sua famiglia. È un padre e un compagno che riesce, alla fine, a rimettersi in linea. Ma questa serie di buone riuscite viene anche dopo una valanga di periodi d’assenza e un rapporto che si è deteriorato. Fino al plot twist finale. Ho dovuto comporre un puzzle per calarmi nelle sue scarpe e interpretare un padre, sì, ma soprattutto un padre assente.

Antony è un musicista, tu un attore: trovare l’equilibrio tra carriera e vita privata ti riguarda da vicino?
Assolutamente, infatti quello per me è stato un punto di aggancio per costruire il personaggio. In questo momento non ho figli e sono più deresponsabilizzato rispetto a lui, ma la vita privata può richiedere una premura che entra in conflitto con il lavoro. Non è impossibile però: training autogeno ogni mattina…

Fai training autogeno anche per lavorare su tre progetti insieme?
Diciamo che non è stato da zero a cento, per me: ho avuto una bella gavetta. I lavori sono diventati sempre più difficili, ma in progressione. Sono arrivato con l’attitudine mentale giusta, sono solo in debito di sonno. Dieci anni fa sarebbe stata un’altra cosa.

E ora ti dividi tra Netflix e Rai: la distanza tra loro si sta accorciando?
Penso che i player internazionali abbiano dato un pretesto in più a quelli nazionali per crescere, evolversi ed essere competitivi. Un prodotto come DOC è stato esportato in mezzo mondo e se l’è preso la Sony per portarlo in America: dieci anni fa questo non c’era.

Ma cos’ha funzionato tanto bene in DOC?
Credo l’essere riusciti a tenerci stretto il pubblico Rai, ma anche abbassare il target anagrafico di chi guarda Rai 1 in prima serata. Ho avuto un feedback bellissimo dagli amici con cui sono nato e cresciuto, quelli che non c’entrano niente con il mio lavoro. Mi hanno detto di aver iniziato a guardare DOC solo per me, ma poi di essersi appassionati alla serie. Questa è una vittoria: convincere persone di 20 o 25 anni che magari neanche la guardano, la Rai.

Anche i miei colleghi che dicono di guardare solo MUBI segretamente seguono DOC. Gabriel è un personaggio con un bagaglio emotivo pesante: pensi sia la responsabilità di essere l’unico attore nero nel cast?
Grazie per aver detto «nero» anziché «di colore», alleluja! Non voglio fare il militante anni Sessanta, ma secondo me tutto quello che fai nella vita è politica. E questo l’ha detto gente molto più importante di me, prima di me. Quindi, essendo io un attore, quello che porto sul set o sul palco ha una componente politica, per me. Ho iniziato a sentire la responsabilità di essere Gabriel in DOC mentre creavo il personaggio, ed è una responsabilità che porto con gioia.

Cosa c’è di politico in Gabriel?
L’aver avuto la possibilità di parlare con altri ragazzi di seconda generazione, non necessariamente afro-discendenti, che mi hanno ringraziato. Dovrei essere io a ringraziare loro per aver visto la serie, ma che bello è vedere finalmente, nel 2021, un ragazzo come me in quel ruolo? Uno che parla italiano come me, perfino in dizione o con accento lombardo, interpreta un medico e non ha un ruolo stereotipato. È l’inizio di un qualcosa, come il personaggio di Miguel Gobbo Diaz in Nero a metà o tutto il cast di ZERO. Siamo degli sfonda-porte, degli italiani 2.0: non si tratta di sostituire modelli, ma di aggiungerne di nuovi, in prima serata, su Rai 1.

Pensi stia funzionando?
Me ne sono reso conto andando in giro. Persone di diverse età ed estrazione sociale parlavano del mio personaggio e mi chiedevano di lui con estrema curiosità.

Foto: Fabrizio Cestari. Look: Sandro Paris. Stylist: Delia Terranova

In Summertime, invece, l’inclusività passa per l’estetica e per il look della serie. Tu e Coco Rebecca Edogamhe (nata a Bologna da madre italiana e padre senegalese, nda) siete potenziati proprio in quanto bellezze afro: non credi che anche questo abbia un impatto vincente sugli spettatori?
Senza ipocrisia: l’impatto estetico esiste, l’essere umano ne è attratto. Michelangelo disegnava un certo tipo di modelli fisici, il signor Ferrari un certo tipo di automobili, e ha funzionato. Quindi: meno male che il corpo nero, il corpo afro, venga anche valorizzato dalla fotografia e dal reparto trucco e costumi! È un’operazione di fino su una figura centrale, che però non è bianca. Proprio come succede ai protagonisti bianchi. Forse ci fa un po’ strano che questo tipo di attenzione ora si dedichi anche agli attori neri. Io poi trovo molto intelligente che in Summertime non venga spiegato nulla: Summer e la sorella sono nere e italiane insieme, è un dato di fatto, che la serie non giustifica in alcun modo.

In DOC succede praticamente l’opposto.
È giusto che in una rete più nazional-popolare il percorso sia più drammatico e complesso. E racconta anche la diversità delle storie umane. Mia mamma è arrivata qua negli anni Novanta, con un aereo. Ci sono storie come quella di Gabriel che devono continuare ad essere raccontate, ma non esiste una narrativa unica. Il problema non è interpretare il personaggio che si porta dietro la tratta e il barcone. Il vero problema è che sistematicamente questa è la narrazione che viene proposta alle persone da parte delle emittenti.

I casting sono un’arma a doppio taglio per te?
Sì, quando ti trovi davanti al casting director o al regista e ti dicono: «Malanchino, sei bravo, ma io non ti posso pigliare perché non c’è un vero coraggio nel metterti all’interno di un certo contesto». Cioè, io sono nato a Cernusco sul Naviglio e ti sto parlando con un accento milanese. L’italiano lo so anche meglio di tantissimi miei coetanei.

Non ti annoia questa retorica del “manca il coraggio”?
Sì, soprattutto perché quello che manca, per me, è un parterre di attori multietnici che facciano qualsiasi ruolo, che abbiano la possibilità di ricevere un premio oppure i pomodori addosso, come tutti. Senza partire azzoppati.

La faccia buona della medaglia, invece? Credi che qualcosa stia cambiando davvero?
Sì. Ma siamo arrivati ad un punto di fine? Assolutamente no. È una partenza timida, ma è già qualcosa rispetto a qualche anno fa. Soprattutto nella serialità inizia ad esserci l’interesse ad includere. È merito di una società che si evolve, ma anche di alcuni argomenti che sono andati in trend topic, pensa a George Floyd o all’era Obama in generale. Questioni non certo nuove, per me, ma la gente le ha scoperte, finalmente. E qui i player internazionali hanno assunto un ruolo importante: se porti un progetto italiano in Francia, dove ci sono centinaia di attori d’origine algerina o senegalese, tu devi rendere conto a una comunità black e internazionale. Non sei più dentro il tuo confine.

Foto: Fabrizio Cestari. Look: Sandro Paris. Sneakers: HOGAN ‘Hyperlight’. Stylist: Delia Terranova

I social stanno aiutando o rischiano di strumentalizzare la questione?
Penso che il colore della tua pelle non determini anche la tua inclinazione politica. Io sicuramente ho un certo tipo di idea, ma non apprezzo chi si mette a fare la foto in piazza per avere qualche like in più. Detto questo, la foto in piazza, se fatta da chi ci crede, può essere un’eco importante. 100mila follower sono un’eco: è il mondo di oggi, è un dato di fatto con cui fare pace.

Cos’è che non sopporti?
Mi dà molto fastidio quando diventiamo la “versione discount” degli americani, che hanno una loro storia che non ci appartiene. Noi abbiamo una cultura latina, europea, mediterranea. Per certi versi siamo stati anche più inclusivi, per altri non abbiamo fatto i conti con un certo tipo di Ventennio.

Al netto di ciò, che effetto fa essere uno degli attori del momento?
Sai una cosa? Al di là di una inevitabile e sana competizione, io sono proprio contento quando vedo un prodotto italiano fatto bene. Soprattutto se fatto bene da persone della mia età. Mi fa sentire a mio agio, mi dico: ok, è questo il mondo dove voglio stare. Ci voglio lavorare. E questo non riguarda solo il cinema: se ci fai caso, adesso anche i ragazzini ascoltano la tanto odiata trap in italiano. Quando ero ragazzino io, o ascoltavi 50 Cent o di nascosto ti ascoltavi Sanguemisto e Fabri Fibra degli Uomini di Mare. Invece uno adesso va in palestra e si ascolta Salmo! Siamo diventati molto più interconnessi con il mondo, ma allo stesso tempo stiamo riscoprendo una sorta di italianità più fluida, figa da fare e da seguire. Questo è un gran punto di partenza, no?