È una delle sorprese cinematografiche della stagione, My Father’s Shadow, opera prima di Akinola Davies Jr. E non va dimenticata quell’appendice, perché la storia che racconta il regista è proprio quella di suo padre, o almeno di come ricordano suo padre lui e suo fratello Wale, con cui ha firmato la sceneggiatura.
Nato a Londra, cresciuto a Lagos, trasferitosi negli Stati Uniti per studiare e poi tornato nel Regno Unito, dopo una carriera che lo ha visto come affermato regista di videoclip e, soprattutto, fashion movie per marchi come Gucci, Moncler e Louis Vuitton, Akinola si è fatto conoscere dal mondo del cinema vero con il cortometraggio Lizard, una storia della sua infanzia in Nigeria che gli è valso un premio al Sundance Film Festival del 2021. My Father’s Story è un ampliamento di questo racconto, ambientato nello stesso Paese nel 1993, il giorno in cui vennero dichiarate nulle le elezioni dal regime militare. Il tutto visto attraverso gli occhi di due bambini che vanno alla scoperta del mondo e della vita guidati dal padre. O almeno dalla loro idea di padre.
Presentato al Festival di Cannes nella sezione Un certain regard, il film ha conquistato una menzione speciale della Caméra d’or, il premio riservato a tutte le opere prime presenti nelle diverse sezioni, per poi vincere il premio per la migliore regia ai British Independent Film Awards. E il 22 febbraio correrà ai BAFTA nella categoria riservata al miglior debutto per un regista, sceneggiatore o produttore britannico.
My Father’s Shadow arriva nelle sale italiane il 6 febbraio, distribuito da MUBI. Akinola Davies Jr. è passato a Milano a presentarlo e lo abbiamo incontrato.
La struttura del film è circolare, la storia tua e di tuo fratello si connette a quella di vostro padre e di suo fratello. Ma tutto è teso a raccontare la Storia della Nigeria, un Paese ferito.
Devo dare merito a mio fratello per questo. Abbiamo avuto molte conversazioni prima di scrivere, mi ha fatto molte domande. La storia della spiaggia è vera. Il fratello di mio padre è annegato mentre giocava in acqua, l’ho scoperto solo mentre scrivevamo, ma mio fratello aveva già trovato un modo per reintrodurre una narrazione familiare attraverso un ricordo che aveva di noi bambini che giocavamo sul letto con nostro padre. Non sappiamo se sia reale, se nostra madre ce lo abbia raccontato e se lo abbia inventato. Ciò che conta è che entrambi crediamo di aver vissuto quell’esperienza. Quindi il film può essere un sogno, un ricordo o una storia di fantasmi. Nella cultura nigeriana le storie non si svolgono in modo lineare. I sogni e il simbolismo sono molto importanti. Il cinema è il mezzo migliore per esprimerla, soprattutto grazie al linguaggio del montaggio, e per questo devo ringraziare la nostra editor, la messicana Amanda Guzmán, perché ha colto quello che stavamo cercando di fare e ci ha incoraggiato a provare.
Ti piace molto lavorare sul dettaglio, grazie anche a tagli molto veloci.
Perché i bambini vedono il mondo in modo innocente. E quella curiosità permette loro di essere in frequenza con la natura, in cui tutto ha uno spirito ed è importante onorarlo. I bambini hanno una curiosità che impedisce loro di concentrarsi su ciò che sta accadendo, ma di notare invece cosa li circonda, i piccoli dettagli della vita che a loro sono ancora sconosciuti.
Foto: MUBI
Ho studiato la Storia della Nigeria e le elezioni del 1993 sono state un punto di svolta per il Paese. Perché avete scelto di ambientare il film in quel momento? Per ragioni politiche o perché ha segnato un momento importante anche per la tua famiglia?
Entrambe le cose. Allora avevamo la stessa età dei ragazzi del film, e quel periodo ha significato molto per la generazione di mia madre: era la prima opportunità, dall’indipendenza negli anni ’60, di arrivare alla democrazia. Quindi c’era eccitazione ed entusiasmo. Anche nella nostra famiglia abbiamo assistito alla cancellazione delle elezioni, c’era una depressione diffusa in tutte le persone che conoscevamo. E fu un periodo molto violento. Ci fu una rivolta, rapidamente repressa, seguita da una dittatura militare. C’è poi un secondo livello, quello della storia di un padre e dei suoi figli, che doveva essere equilibrata da eventi esterni costantemente presenti.
A proposito di come si può leggere il racconto, per me è una storia di fantasmi, quelli del massacro di Bonny Camp, che più volte viene citato nel film.
Chiunque avesse dissensi politici nei confronti del governo scompariva, veniva messo a tacere o doveva fuggire dal Paese. Bonny Camp era come una caserma della polizia militare, qui venivano portati i cosiddetti sovversivi e venivano torturati e uccisi. Volevamo rendere omaggio alle persone che erano scomparse nei campi e nelle prigioni militari, attori, drammaturghi, intellettuali.
Parliamo di Ṣọpẹ́ Dìrísù, il vostro protagonista. Dopo tre stagioni di Gangs of London, vederlo in questo ruolo così diverso è sorprendente.
In Gangs of London è fantastico, ma lo avevo già visto precedentemente in due occasioni. Una volta a teatro, in One Night in Miami, dove interpretava Muhammad Ali. E qualche anno dopo nel film His House, e lì la sua interpretazione è davvero sorprendente. Devo essere onesto, non ricordo nemmeno di averlo diretto. Ha così tanto talento che l’unica conversazione che abbiamo avuto è stata sulle aspettative. Gli ho detto subito che non volevo che fosse mio padre. Non conosco mio padre. Quindi preferivo creare qualcosa di nuovo, basato su ciò che lui sentiva essere il personaggio. È stata una collaborazione, scena dopo scena. La grande sfida per Ṣọpẹ́ è stata imparare la lingua, il pidgin yoruba. Ma è un attore così bravo che ti viene naturale stare alla larga e lasciarlo recitare.
Andato via dalla Nigeria, sei stato negli Stati Uniti e poi nel Regno Unito. Come hai vissuto e come vivi quotidianamente questo conflitto culturale?
A volte è stato difficile. Ricordo che, crescendo in Nigeria, tutto quello che volevo era andarmene, perché vedi com’è il Paese, quello che gli hanno fatto i politici e quanto la gente soffra. Aspiri all’Europa, e quando ci arrivi scopri di essere molto solo. Quindi c’è una conversazione interna continua sull’identità. Crescendo ho accettato che sono gli esseri umani a creare la cultura, perché le culture sono in continua evoluzione. Personalmente, questo mi permette di vedere la Nigeria da un punto romantico, dato che non la vivo ogni giorno, ed è un privilegio, perché posso riflettere sul mio posto nel mondo, sul mio privilegio, e questo mi porta a una conversazione più ampia. Le persone, se sono costantemente in modalità sopravvivenza, non pensano al loro benessere. Quindi vivere tra le due culture mi fa interrogare più profondamente su cosa significhi essere nigeriani.
Questo è il tuo primo lungometraggio dopo molti anni di lavoro su fashion movies e videoclip. Come hai vissuto questo nuovo approccio?
È come parlare la stessa lingua ma con un dialetto diverso. Fare un film è un processo lento, una cosa che non avevo mai sperimentato. È una prova di resistenza. E devi fidarti dei tuoi collaboratori, perché non vedi immediatamente il risultato. Ci sono molte persone coinvolte e realizzi il film tre volte, prima in sceneggiatura, poi in produzione, che è un periodo molto intenso, ma quello vero – e devo dire che è la parte più emozionante – è quando arrivi al montaggio, dove hai l’opportunità di massimizzare ciò che hai fatto nei due processi precedenti. È un’esperienza meravigliosa, generosa, unica.
Akinola Davies Jr. Foto: Sali Mudawi
Ultima domanda; i premi. Fanno piacere ma mettono anche pressione, perché prima o poi dovrai fare un secondo film, e ci sarà grande aspettativa.
Non sento la pressione. Quest’anno compirò 41 anni, per sedici ho cercato di fare film con diversi gradi di successo e insuccesso. La cosa più importante per me è il processo. Anche se My Father’s Shadow ha avuto molto successo, volevo soprattutto esserne orgoglioso: è questo che conta di più, perché non ci si può aspettare il successo ogni volta, o il fallimento. La cosa più importante è stata creare un ambiente in cui realizzare qualcosa con persone di cui mi fidassi e che avessero qualcosa da dire.
Qualche idea per il prossimo film?
Ne abbiamo alcune. Vogliamo rimanere vicini a casa, ma provando qualcosa di un po’ più movimentato. Dobbiamo fare molte ricerche, leggere molto, approfondire molti argomenti, conoscere molte persone. E poi forse proveremo a scrivere qualcosa prima della fine dell’estate.
