Un estratto dalla conversazione tra Filippo Scotti e Pierpaolo Capovilla, sul numero speciale di Rolling Stone Italia in edicola e disponibile anche nello store online.
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Sestiere Castello, fine luglio: 39 gradi e un’umidità da barena. Altrove, migliaia di turisti intenti a trascinare valigie-monstre su e giù per i ponti. Qui, una Venezia di vicinato, dove ancora si respira e ci si conosce tutti per nome. Filippo Scotti arriva con sottobraccio un libro di poesie di Esenin e una bottiglia di Primitivo: «È il rosso preferito di Pierpaolo». Capovilla ci aspetta con un bicchiere di bianco freschissimo all’enoteca dietro casa, dove in vetrina spunta un cappellino con il mantra di Doriano, il suo personaggio nelle Città di pianura: “Siamo troppo vecchi per crescere”. La compagna Elisabetta e gli altri membri della sua famiglia, i gatti On e Off, ci accolgono in cucina. Poi il pranzo, delizioso: cozze allo zafferano spadellate da Pierpaolo in persona («una ricetta che mi ha insegnato un amico siciliano»), insalata di orzo, fichi maturi («tutto bio») e dolcetti palestinesi. Quando la canicola inizia a permetterlo, una passeggiata per le calli ancora torride di sole: fino all’entrata dell’Arsenale a vedere la laguna, verso i Giardini della Biennale e ritorno, passando per il centro sociale Morion e la sede di Rifondazione, con una birretta in mano. Il suo villaggio, per dirla con Esenin. La parola a Filippo e a Pierpaolo.
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Parto dalle Città di pianura, senza parlare delle Città di pianura: ricordo che sul set facevi un esercizio con Francesco [Sossai] e Sergio [Romano] e mi sono chiesto: chi era Pierpaolo da bambino? Che cosa ti ha portato a essere ciò che sei?
Bella domanda. Io sono figlio di una suora paolina (la mia mamma fu novizia nell’ordine per sei anni) e di un signore, mio padre, che voleva farsi sacerdote. Quindi ho ricevuto, e anche ‘subìto’, devo dire, un retaggio cristiano che non ti dico, una cosa potente. Peraltro in quel momento storico tutti avevano paura del comunismo: la Guerra fredda, papa Wojtyła. Ero un bambino molto timido, sempre attaccato alle cotole della mamma, avevo paura di tutto e di tutti. Mi arrivava dalla postura dei miei genitori, così prudenti nel mondo. Come dice Pasolini nella Religione del mio tempo: quella prudenza tipicamente cattolica. Non alziamo la voce, non parliamo di politica, che non ci sentano i vicini. Poi è chiaro: cresci, arriva l’adolescenza e con l’adolescenza un terremoto, ti ribelli. Innanzitutto, è arrivato il rock’n’roll.
E com’è arrivato?
Da fanciullo ascoltavo Umberto Tozzi. Mi piaceva tanto e mi piace ancora adesso: credo che la mia vocazione musicale sia nata proprio con lui. Poi sono arrivati i Genesis, i King Crimson, gli Yes, i Van der Graaf Generator, Emerson, Lake & Palmer, tutto il prog-rock, insomma. Non facevo che ascoltare musica, tutto il giorno, era più forte di me. Ma anche da prima, in realtà, quando ero piccolo a casa c’era una raccolta di dischi delle Edizioni Paoline, Gershwin: mi capitava di ascoltare Rhapsody in Blue anche dieci volte al giorno, e i miei genitori mi guardavano: «Ma che cosa sta succedendo?». La musica era il linguaggio in cui mi sentivo a mio agio, ciò che mi faceva sentire felice. Eravamo poveri, io vengo da una famiglia sottoproletaria: ho vissuto fino ai 15 anni in una casa dove non c’era neanche l’acqua corrente. Era miseria più che povertà, e quella miseria me la ricordo molto bene, perché mi ha segnato da un punto di vista politico, intellettuale, culturale. Io sono innamorato della povera gente: adesso che vado per i sessanta la preferisco agli opulenti. L’opulenza quasi la trovo una colpa. Ho rincorso la fine del mese tutta la vita, a parte i brevi periodi in cui i soldi arrivavano col Teatro degli Orrori. Adesso che non la devo più rincorrere, ti giuro che mi sento in colpa. Mi sento in colpa quando incontro l’operaio, come stamattina alle 10.30, che a 65 anni monta impalcature sotto questo sole infernale. Perché io vivo nell’agio e tu no?

Foto: Filippo Scotti
Dal retaggio cristiano come sei passato alla coscienza politica?
Quando compii 18 anni andai a votare. Il prete in paese disse: «Io non voglio influenzare il voto di voi giovani, ma ricordate di votare un partito che sia democratico e che sia cristiano». Praticamente: votate Dc e chi s’è visto s’è visto. Mi infastidì. Soltanto per stizza, la prima volta votai il Partito Comunista Italiano. La domenica successiva l’omelia fu: «Anche questa volta siamo stati bravi, nel nostro Paese ha vinto la Democrazia Cristiana. Peccato per quell’unico voto comunista che c’è stato». Da quella domenica non sono più andato a messa, e dopo un paio d’anni me ne sono andato di casa.
Io sono del ’99: la rivoluzione, il mettersi insieme, li conosco solo per sentito dire. Cosa possiamo fare secondo te per liberarci di questo individualismo? E penso anche al tuo intervento sul Delta del Niger: «Aiutiamoli a casa loro», ma li stiamo ammazzando a casa loro.
È una mistificazione di cui dovremmo sbarazzarci una volta per tutte. Noi, ‘Occidente Collettivo’, non abbiamo mai aiutato nessuno a casa loro: siamo sempre andati lì a derubarli e a ucciderli, lo sanno anche i bambini. Quando sento dire «Aiutiamoli a casa loro» mi viene un moto di repulsione, perché è chiaro che stai dicendo una bugia. E lo sai. Io penso che in questo momento storico chi fa il mio mestiere debba rendersi protagonista, o quantomeno testimone, di una svolta sociale. Dobbiamo manifestarci per ciò che amiamo. Io amo la giustizia sociale e l’uguaglianza: non c’è uguaglianza senza giustizia, non c’è giustizia senza uguaglianza. Per me questo è un principio morale, etico, politico, ineludibile, definitivo. Ho scelto di stare dalla parte della povera gente quando avevo vent’anni e non ho mai cambiato idea. Vedo il mondo attraverso la Weltanschauung del marxismo, perché credo che Karl Marx abbia compreso l’essenza stessa della civiltà industriale. I carcerati, i migranti costretti nei Cpr, i naufraghi in mare, il raccoglitore che muore di caldo in Calabria o in Puglia: tutti gli sfruttati del mondo sono miei fratelli e sorelle. Credo nella cristianissima fratellanza e nella solidarietà fra i popoli. Perché sono comunista e ne vado fiero. È una ricchezza interiore che nessuno sarà mai in grado di sottrarmi.
Del resto la democrazia la si riconosce da come rispetta le minoranze, no?
Il rispetto delle minoranze è esattamente la cifra che ci racconta quando una comunità sa e vuole essere democratica. E il rispetto per la gente che
finisce in galera: io li amo, gli avanzi di galera. Amo i disagiati psichici, li sento fratelli e sorelle più di ogni altra persona. Sarà il retaggio cristiano, sarà la convinzione politica, saranno i miei amori letterari: Céline, Dostoevskij, Majakovskij. Adesso voglio leggere Léon Bloy, il più grande scrittore cattolico francese di fine Ottocento, un polemista spettacolare, uno che odiava i ricchi e si chiedeva: com’è possibile che qualcuno debba nascere nell’agio più assoluto e qualcun altro nella fogna della miseria? Se lo domanda Bloy alla fine dell’Ottocento e se lo domanda Pierpaolo Capovilla nel 2026: io
lo trovo semplicemente intollerabile. Socialismo o barbarie. Mi chiedevi come cambiare le cose: non lo so, credo ci vorrebbe una rivoluzione socialista, disfarci del capitalismo, del precetto del profitto. Karl Marx diceva: «Da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo le sue necessità», è così semplice, e così impossibile.

Foto: Filippo Scotti
La musica e il cinema in che modo possono diventare politici, nell’accezione più larga?
Musica e cinema sono politici in sé, perché sono costruzione dell’immaginario collettivo. Anche Eros Ramazzotti fa politica. Boy George fa politica. Thom Yorke fa politica, Nick Cave fa politica, Francesco De Gregori fa politica, Tiziano Ferro fa politica, Pierpaolo Capovilla fa politica. Io la faccio a modo mio. Non voglio fare l’Alberto Sordi della situazione, «Io so’ io e voi non siete un cazzo» (ride), però un po’ mi viene, perché viviamo in un momento storico in cui l’abisso morale è di fronte a noi.















