Tirate il fiato: Il diavolo veste Prada 2 non è male. I pregiudizi li comprendo tutti: veniamo da anni di Joker: Folie à Deux (aiuto) e Freakier Friday, ennesimo film in cui Lindsay Lohan, a quarant’anni, recita un ruolo da 15enne.
Qui però le cose sono diverse. Perché IDVP, tutto sommato, regge. E non perché si crogiola nel citazionismo o nel tempo che fu, ma perché è stato fatto uno sforzo di sceneggiatura. Incredibile.
E quindi il primo resta imbattibile, ok, ma il secondo non vi farà uscire dal cinema nervosi. Ed è già qualcosa. Un sequel decente si-può-fare. Come? Serve la scrittura. Servono idee che non siano solo marketing per spennare millennial esauriti (un abbraccio a chi si è messo in coda per fare una foto alla Rinascente). Serve Meryl Streep. E già che ci siamo serve pure lo stesso regista dell’originale.
Viviamo tempi strani. Siamo bombardati da contenuti, è inevitabile trovarsi davanti a robaccia. Ma questa la possiamo tranquillamente definire un’operazione riuscita.
Un’operazione, sì, perché questo è. Siamo nell’epoca dei remake, delle cose facili che le persone possono capire senza pensare troppo. E se il primo capitolo era basato sul libro dell’ex assistente di Wintour che spifferava i segreti della donna più potente dell’editoria, qui l’editoria va salvata. Non si parte dalle memorie di nessuno: oggi i dati di vendita dei libri sono così miseri che non coprirebbero neanche il costo degli alberi sacrificati per la carta.
E la differenza è tutta qui: non è un film che replica le gag viste vent’anni fa, ma uno che racconta l’evoluzione di un settore di per sé tragicomico. Se nel 2006 il primo esplorava il clima stronzissimo di una redazione di un giornale di moda, ora Andrea Sachs (Anne Hathaway) torna nella realtà da cui era scappata per salvarne reputazione e conti. Ce la farà? Le cose che cercate ci sono praticamente tutte. Rimandi a scene cult, una struttura rodata, qualche battuta scorretta – qualcuno grazie a Dio le fa ancora – e soprattutto una storia facile ma credibile.
Com’era credibile anche la prima, se avete avuto modo di frequentare certi ambienti. Io stesso, che faccio questo lavoro da un po’ di anni, mi ricordo che quando ho iniziato a bazzicare le redazioni a volte mi sentivo un po’ come Andrea (inserire risate a piacere). Capi da ricovero, ritmi folli, cose scemissime che diventavano incredibilmente importanti. Negli anni poi ho assistito al tracollo. Giornali che chiudono, paghe che diventano sempre più misere, i benefit ridotti all’osso. Le cene nei ristoranti sono diventate panini, i viaggi stampa gite dell’oratorio.

Miranda Priestly (Meryl Streep) e Andie Sachs (Anne Hathaway) ne ‘Il diavolo veste Prada 2’. Foto: Macall Polay. © 2025 20th Century Studios. All Rights Reserved.
La gente non legge più, scrolla, e i branded content, le marchette e i ricatti hanno mangiato l’editoria. Mancano solo le interviste “che l’artista vorrebbe rileggere prima della pubblicazione” e poi abbiamo un ritratto triste che però non fa tenerezza a nessuno, giusto ai pochi che ci lavorano dentro. Capisco ci siano altri problemi. Se però ti tocca finisce che inevitabilmente pensi ai colleghi che il lavoro l’hanno perso sul serio, seppelliti da creator al limite del cosplay che ti insegnano il mestiere a suon di #invitedby. E quindi sì, il film fa ridere ma racconta con un occhio piuttosto lucido quello che succede dietro i muri delle redazioni (straniere, specifico, che in Italia siamo già messi peggio). E questo tanto ridere non fa.
Tra le cose più belle, e questo forse potrebbe essere visto come uno spoiler, è che alla fine Miranda Priestley non è nemmeno più la cattiva. È sempre il male, chiaro, con le gemelle che in questo sequel non sono valorizzate ma di cui vorremmo conoscere la posizione attuale su Harry Potter. Poi ci sono gli stagisti che credono che vivere scrivendo sia ancora possibile senza genitori borghesi, e c’è ancora quella voglia di correre per occuparsi «dei mali del mondo».
IDVP riesce nella sua comicità a metterci di fronte a un ragionamento più grande di quello che ci si aspettava. Il mondo che conoscevamo non c’è più, o se c’è è attaccato a una flebo fisiologica o ai capricci di gente ricca e con tanto tempo libero. Tocca armarsi di grande entusiasmo per restare a galla. Una volta era “Everybody wants to be us”, ora “ma manco per il cazzo”. Io sono uscito dalla sala con una lucina negli occhi: lavorare nei giornali può ancora essere stimolante, divertente, considerabile un privilegio. Raccontare storie, viverle, scriverle. Che bello. Se solo qualcuno le leggesse.
















