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I 5 migliori film di Kim Ki-duk

Da ‘Ferro 3’ al ‘Prigioniero coreano’, le opere cult dell’autore scomparso oggi. Che ha cambiato il cinema contemporaneo

L’isola (2000) – da noleggiare su Amazon Prime Video

Il film che impone il regista sulla scena internazionale è una specie di (anti)favola, alla maniera sudcoreana. Una donna che vive su un’isola (e che si offre agli uomini di passaggio) e un ex poliziotto si incontrano, forse si amano, ma siamo più dalle parti del thriller sociologico che del romance: Kim ci ha abituati così fin da subito. L’umanità è violenta, perversa, meschina, ma a suo modo anche commovente. Gran successo alla Mostra di Venezia, che ha consacrato il nuovo auteur.

Ferro 3 – La casa vuota (2004)

Dopo Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, considerato anche da molti fan un’opera più studiata e meno ispirata (anche se resta famosissima), la folgorazione definitiva presso il popolo dei cinéphile arriva con questo titolo dell’anno successo. Ancora Venezia, da cui stavolta torna con il premio speciale della giuria. Al centro non più una coppia, ma un triangolo altrettanto scandaloso: Tae-suk entra nelle case altrui per sostituirsi agli inquilini, e si porta con sé Sun-hwa, stufa del suo amante. Basta poco – e uno stile sospeso tra realtà e sogno – per confezionare un capolavoro.

La samaritana (2004)

Altro giro, altra provocazione. Ovvero la parabola di Yeo-jin, una ragazza non ancora ventenne che, insieme alla migliore amica, si prostituisce online: ma arriva l’amore (e un tragico incidente) a sconvolgere il loro “freddo” piano. Il titolo in odor di santità è giustificato dagli sviluppi della trama, che non sveliamo a chi ancora non l’avesse visto. A distanza di tempo, resta uno dei film più composti e lucidi di Kim, un’operetta morale che però non fa la morale. Orso d’argento per la regia a Berlino.

Pietà (2012) – su RaiPlay

La Mostra di Venezia, che l’aveva “scoperto”, gli regala l’alloro più prestigioso: il Leone d’oro. Grazie a un’opera che ha diviso le platee di critici e spettatori (anche i suoi aficionados), ma summa delle passioni (e ossessioni) dell’autore: la colpa, l’avidità, l’abuso, la pulsione sessuale, la morte. E il solito alone di misticismo che contagia anche l’iconografia: la Pietà di questo e questa (forse) madre è quasi michelangiolesca. Per alcuni furbo, per altri disturbante: da (ri)vedere anche solo per decidere da che parte stare.

Il prigioniero coreano (2016) – da noleggiare su Chili

L’ultimo film di Kim Ki-duk distribuito in Italia (dopo ci sono stati Human, Space, Time and Human, 2018, e Din, 2019) è forse anche il suo vero testamento. E, sicuramente, il suo manifesto politico. Nam, pescatore nordcoreano, finisce per sbaglio nelle acque della Corea del Sud e viene arrestato in quanto sospetta spia; quando tornerà a Nord, finirà di nuovo in prigione. Un’odissea kafkiana che rinuncia a crudeltà e perversioni per consegnare un affresco di un Paese eternamente diviso. E che chiude un cerchio: la barca, il mare, tutto sembra tornare a quell’Isola da cui tutto era partito.

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